Quante volte si è percorsa una strada o si è attraversata una piazza, o ancora ci si è imbattuti in un vicolo, senza neppure domandarsi a chi quella strada, o quella piazza, o quel vicolo, era dedicato? Attraversare uno spazio urbano – non importa se con il passo svagato del flâneur o con quello spedito della persona indaffarata – è pratica talmente abitudinaria da sollecitare raramente riflessioni sulla qualificazione dei percorsi metropolitani messi in atto da una determinata comunità rispetto al suo ambiente di vita. Tuttavia, non è difficile verificare come siano di gran lunga più presenti nomi maschili che femminili nella toponomastica italiana, e quanto la memoria storica rievocata da vie e piazze di città piccole e grandi sia nettamente dominata da personaggi maschili. Non si tratta di cosa da poco. Perché riflette una visione della storia parziale, che contribuisce ancora una volta a definire una cultura maschilista, in cui il nostro paese continua a riconoscersi. Per questo, il gruppo indipendente di ricerca e di azione Toponomastica femminile nato nel 2012, su Facebook aveva lanciato tempo fa l’idea di una collana editoriale che raccogliesse percorsi di genere. Intanto è uscito nel 2017 per Ediesse il libro di Nadia Ciani Roma al femminile. Storie di donne nella toponomastica romana che narra la vita di 40 donne a cui sono state dedicate altrettante strade della capitale, rendendo le loro storie parte integrante del tessuto urbano. Abbiamo intervistato l’autrice, a porle le domande  Elena Paparelli

Nadia, in Italia si registra davvero un certo sessismo in fatto di toponomastica?

Non c’è dubbio. Basti pensare che è stato calcolato che alle donne è dedicato il 4% circa delle strade delle città. Credo che  la parità di genere passi anche attraverso una scelta di parità nell’intitolazione dei luoghi cittadini. È certamente vero che poche donne sono emerse alla ribalta nella storia, perché, in epoche remote, relegate nel privato sempre all’ombra di un uomo e utilizzate come merce di scambio in matrimoni combinati, poi, in epoche più vicine a noi, sottovalutate e ostacolate in ogni modo nelle loro scelte di libertà e di affermazione sociale. Eppure, una più attenta ricerca potrebbe far emergere dalla polvere del passato lontano o più recente figure significative, oggi ingiustamente dimenticate. Escluderle dalle nostre strade vuol dire condannarle a una doppia emarginazione: in vita e nella memoria storica.

Può citare alcune donne illustri che negli ultimi anni hanno avuto strade o piazze dedicate?

A Roma, tratti dei percorsi ciclopedonali sono stati dedicati nel 2015 dalla Giunta comunale, guidata da Ignazio Marino, ad alcune donne costituenti, come Bianca Bianchi, Maria Maddalena Rossi, Elettra Pollastrini e ad alcune donne della Resistenza romana, come Marisa Musu, Laura Lombardo Radice, Adele Maria Jemolo, Maria Teresa Regard.

In che modo la toponomastica romana può diventare più inclusiva nei confronti delle donne?

La toponomastica romana è organizzata in modo tale da attribuire a ogni quartiere una sua caratterizzazione, nel senso che le vie e le piazze sono dedicate, ad esempio, a personalità del mondo del giornalismo o della musica o del teatro, oppure a personaggi della storia antica o del Risorgimento. Anche alcune donne si affacciano in queste tipizzazioni, ma poi troviamo quartieri (come Ottavia) o parchi (come Villa Pamphilij), le cui strade sono dedicate alle donne in generale, mischiando scrittrici, artiste, donne politiche e femministe di ogni epoca, come se “essere donna” fosse una qualifica, indipendentemente dal ruolo che queste figure hanno avuto in vita e nella storia e disperdendo in tal modo le singole individualità. Credo che sia quindi importante dedicare alle donne un numero maggiore di strade, includendo al tempo stesso i loro nomi in una logica tematica, così da evidenziare il significato e il valore della loro esistenza e da arricchire la nostra memoria storica di rilevanti e comprensibili presenze.

Come ha scelto le quaranta donne raccontate nel suo libro? Perché si è soffermata sulle strade della capitale?

Con le quaranta biografie ho voluto seguire il percorso della storia d’Italia, dal momento in cui si sono delineati i presupposti culturali e politici per la realizzazione dell’Unità, attraverso le vicende della costituzione del nuovo Stato unitario, dell’epoca tra le due guerre mondiali e della ricostruzione del Paese, fino al 1994, quando si conclude la storia di quella che è stata definita Prima Repubblica. Ho scelto le quaranta donne che mi sono sembrate significative per mettere in luce il contributo e il valore della presenza femminile nella storia italiana: una sorta di lettura “dalla parte delle donne” delle vicende storiche. Ho scelto Roma perché è la città in cui vivo dall’infanzia, che mi ha adottato e che continuo incessantemente a scoprire.

Quali sono, fra le storie di donne che ha selezionato, quelle che hanno direttamente o indirettamente portato il loro contributo all’affermazione dei diritti delle donne?

Io direi tutte, perché ognuna di loro, con l’impegno, il coraggio, la determinazione con cui ha affrontato la vita nei diversi campi di attività in cui ha operato, ha dimostrato come le donne, alla pari degli uomini, siano state e siano in grado di eccellere ad ogni livello. Direi che tutte loro hanno gridato forte i loro diritti. Più specificamente, credo sia possibile seguire, dalla lettura delle biografie, il percorso compiuto dalle donne italiane per l’affermazione dei loro diritti e verso la parità di genere.

Faccia dei nomi.

Voglio ricordare Anna Maria Mozzoni, la prima femminista italiana, fondatrice della prima Lega per gli interessi femminili, la quale si è battuta per l’abrogazione delle norme del codice civile che sancivano la subordinazione delle donne nella famiglia e nella società e che nel 1906 è stata la promotrice della petizione per il diritto di voto alle donne. Non posso nemmeno dimenticare le battaglie della socialista Anna Kuliscioff in difesa delle donne lavoratrici e per il suffragio femminile, o una figura come Sibilla Aleramo che, con i suoi scritti e le sue scelte di vita, ha proclamato a voce alta il diritto delle donne a essere libere. Voglio infine ricordare, per venire ad anni più vicini a noi, due donne costituenti: Lina Merlin, famosa per la legge che ha sancito la chiusura delle case di tolleranza, ma anche colei che ha fatto inserire nell’articolo 3 della Costituzione il principio dell’uguaglianza senza distinzioni di sesso, e Adele Bei, sindacalista alla testa delle contadine e delle lavoratrici del tabacco, che ha combattuto tra le donne romane durante i mesi dell’occupazione nazista e che ha difeso il mantenimento del posto di lavoro di quelle donne chiamate a sostituire gli uomini nel periodo bellico e che nel dopoguerra gli uomini chiedevano – anche con imponenti manifestazioni in diverse città italiane – di rimandare a casa.

Qual è la via di Roma tra quelle scelte a cui è più legata? Perché?

Non esiste una via cui io sia più legata. Posso solo dire che, transitando spesso nella piazza intitolata a Giuditta Tavani Arquati, alzo sempre la testa verso il suo busto che il popolo romano ha voluto apporre sull’alto di una casa, a ricordo del coraggio di questa trasteverina, morta combattendo contro lo strapotere dell’ultimo papa-re.

Quali sono le cose che ha scoperto e che l’hanno più incuriosita fra le biografie femminili che ha visitato in questo saggio?

Nella vita di ogni donna – anche di quelle più note – ho scoperto tratti e situazioni che non conoscevo e dunque ho vissuto la costruzione di questo libro come un’avventura che mi ha arricchito ed entusiasmato e che ho abbandonato con dispiacere. In particolare, ho scoperto con autentica curiosità le figure di Marianna Dionigi e di Elsa de’ Giorgi.

Perché?

La prima perché rappresenta in pieno la sua epoca: tra Settecento e Ottocento, è sì animatrice di un famoso salotto romano, come tante altre donne del suo mondo, ma è anche musicista, pittrice, archeologa, viaggiatrice e scrittrice, personificando quel cosmopolitismo e quella multiculturalità che hanno contraddistinto il suo tempo, a simboleggiare il quale si ricordano solo nomi maschili. Elsa de’ Giorgi mi ha colpito per la trasformazione che ha saputo operare nel corso della sua esistenza: da frivola attrice del cinema dei telefoni bianchi ad attrice teatrale e scrittrice di successo, senza trascurare la sua storia d’amore con Italo Calvino, condotta al di là dei pregiudizi e dei conformismi sociali, dimostrando come il raggiungimento della libertà individuale sia per una donna la condizione stessa per la realizzazione di sé.

Se potesse, quale strada vorrebbe dedicare a una donna e a chi?

È una domanda a cui mi è difficile rispondere, perché diversi nomi si affacciano alla mia mente. Credo però che, dovendo scegliere, dedicherei una strada, una piazza, o un giardino di Roma ad Elsa Morante, una scrittrice grandissima che illumina il Novecento italiano, molto più di tanti scrittori molto osannati.