Pubblichiamo alcuni stralci dell’intervento “Ricordi rocamboleschi dell’Italia in guerra” tenuto da Antonia Sani (Wipf-Italia) nel corso dell’incontro “Culture e memorie” tenutosi il 27 gennaio, Giornata della Memoria, organizzato dall’Associazione Lidia Menapace.

“Il termine “memoria” può essere usato come: 1) contenitore universale degli eventi; 2) somma personale dei ricordi; 3) dedica a un evento o a personalità che è giusto restino nel patrimonio universale con particolari connotazioni e a questo punto appartiene la Giornata della Memoria che è una delle celebrazione dei day che si sono moltiplicate e si moltiplicano. Alcune mettono radici, come il 27 gennaio, l’11 dicembre dedicata ai diritti umani, o il 25 novembre, che denuncia e contrasta la violenza alle donne…e s’intrecciano ad alcune fondamentali ricorrenze storiche, come il 25 aprile in Italia in memoria della Liberazione e caduta del fascismo, o il 14 luglio, la presa della Bastiglia, che celebra l’abbattimento della monarchia assoluta in Francia. E così via…”


“Vorrei soffermarmi sul secondo punto: la memoria come ambito personale del ricordo…

Qui chi la fa da padrona è l’età. I ricordi sono ancorati all’età di chi ha vissuto un particolare evento che ha inciso profondamente sulla sua formazione (per chi era giovane), sulla scelta d’adesione a organizzazioni politiche, sociali, religiose… confermata o mutata (per chi era già in età matura).

La memoria oggi celebrata è già codificata nei testi di Storia, raccolta in lettere, diari, monumenti, luoghi divenuti storici, campi di sterminio.

Chi ha vissuto le stragi della II guerra mondiale, oggi è in grandissima parte scomparso dalla terra. I protagonisti di quegli eventi, ancora in vita, sono i bambini e le bambine di allora. Come spesso ci racconta Liliana Segre, oggi novantenne, nella sua memoria c’è una bambina che lei rincorre nella sua mente dati gli stessi ricordi legati agli eventi vissuti da quella bambina, che era lei stessa.

Noi oggi, ultraottantenni, siamo l’infanzia di allora. I ricordi diretti da tramandare sono gli unici corrispondenti alla realtà, com’erano corrispondenti alla realtà i racconti dei partigiani e partigiane, allora ventenni (pensiamo alle narrazioni di Cassola, Calvino, Bassani, Fenoglio…), oggi tutti scomparsi…

Scomparsa la nostra generazione, nessuno/a potrà più ricordare, per esperienza diretta, quanto la Giornata della Memoria celebra.”


“Ho raccolto in tre racconti alcune delle esperienze vissute tra il 1943-45: gli anni dello sfollamento, dalle nostre case, dalla nostra città natale. Ho pensato che la scelta più opportuna fosse quella di rivolgerci ad alunni e alunne delle Scuole Medie con narrazioni che avessero in sé qualcosa di fiabesco, in grado di attrarre la loro attenzione, così avvezza a video e telefilm carichi di immagini lampo saettanti sullo schermo TV o del proprio computer, estremamente usato in questo clima di coronavirus…Si, qualcosa al di fuori della loro normale vita quotidiana, che rappresentasse un mondo sospeso tra la realtà e l’avventura. La realtà era la guerra con tutti gli orrori per loro incredibili nella giornata domestica; l’avventura erano le vicende rocambolesche cui la guerra ci costringeva e che loro non avrebbero mai immaginato ricadute sopra di sé. Avevo tra i 7 e i 9 anni…

Un racconto è la storia di un albero di Natale nel 1944. Dalla vacanza nel trentino (1943), anziché ritornare nella nostra città a Ferrara, dopo lunghi mesi trascorsi tra le montagne dove cominciavano a riunirsi le formazioni partigiane, ci siamo sistemati in un paese della Bassa ferrarese lungo il corso del Po. Ai ragazzi/e va ben spiegato cosa fosse la “linea gotica”, l’Italia divisa tra la parte conquistata dalle truppe angloamericane, e i tedeschi in ritirata nella parte centro-settentrionale.

Tutto questo, certo, lo apprendono dai testi di storia, ma non saprebbero mai come noi trascorrevamo le nostre giornate, in amicizia coi bambini del paese coi quali a gara chiamavamo “Pippo” gli aerei ricognitori e “Bengala” le luci degli aerei notturni….Altro momento era l’uccisione del maiale con orrende grida e la compagnia coi contadini tutti insieme per la lavorazione dei salami. La più struggente emozione, la notte di Natale 1944 presso il Comando Tedesco che occupava il paese. Un albero enorme con candele rosse. Ovunque soldati in divisa che cantavano Stille Nacht e distribuivano wurstel (che non avevamo mai visto), estratti da secchi d’acqua calda. Ho quelle immagini negli occhi, oggi rivissute con dentro tutto il dramma di quella guerra che in quel momento era cancellata dall’ enorme grandezza di quell’albero.

Altri due racconti riguardano i giorni vicini al 25 aprile 1945, in un paese diverso dove eravamo fuggiti, sempre nella Bassa ferrarese. La ritirata dei tedeschi si era arrestata lungo il Po. Le auto militari mimetizzate erano nascoste sotto gli alberi.

Uno scontro con gli alleati che presto sarebbero sopraggiunti riempiva gli adulti di terrore. Noi lasciavamo ogni sera la casa e ci rifugiavamo in mezzo alla campagna in una fattoria che ci accoglieva tutti in gran numero. Ogni famiglia si portava del cibo. Mangiando, scorgevamo all’orizzonte, verso Ferrara, gli spari dell’antiarea che emanavano spaventosi lampi rossi… La notte era un divertimento per noi bambini.

Si dormiva su materassi stesi a terra. Il mio fratellino più piccolo dormiva nella madia del pane. I miei genitori su un tavolone. Noi bambini andavamo a tirare i piedi a quelli che dormivano facendo conto di essere fantasmi o soldati tedeschi… Potete immaginare le reazioni! Poi, finalmente, tutti noi bambini in piazza il 23 aprile intorno a un autoblindo angloamericano che ci distribuiva caramelle e am lire…I tedeschi si erano ritirati.

Ultimo racconto: il rastrellamento di uomini operato dai tedeschi per portare uomini in Germania (così si diceva). Gli uomini, tutti uniti, anche se di opposte idee politiche (lo capivamo dagli odi, rancori, antipatie nascoste..) si rifugiavano nel fienile vicino alla casa di campagna dove ci trovavamo. Il fienile era un buon rifugio. Gli uomini erano sprofondati nella paglia. All’arrivo di 3 soldati tedeschi dall’aria arrogante e marziale, uno dei miei fratelli è scoppiato a piangere mettendo in sospetto i militari che pretendevano forconi per rivoltare la paglia.

Bravissime le donne per niente impaurite; lavoravano a maglia davanti alle loro porte e giuravano che nessun uomo era da quelle parti e che il bambino piangeva perché aveva fame….”


“Mia speranza è che i racconti parlino al cuore dei ragazzi/e, un po’ emozionandoli, come avviene nelle favole, un po’ spingendoli a costruirsi una memoria artificiale sulla base di ciò che di nuovo apprendono, in sostituzione dell’assenza di memorie storiche.”