Premio “Paese delle donne” & “Donne e Poesia” – PREMIAZIONE 2017

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ROMA – Con la consegna dei premi IL PAESE DELLE DONNE & DONNE E POESIA, l’Associazione ha festaggiato i 30 anni dalla sua nascita

Dal 1985, promuoviamo la libertà femminile, le culture e le politiche autonome, democratiche e non violente delle donne.  Quest’anno festeggiamo il trentesimo dell’Associazione Il Paese delle Donne formalizzata nel 1987 dopo due anni d’autogestione di una redazione di donne formatasi nel quotidiano “Paese Sera” per volontà di Marina Pivetta, nostra direttora, e di Maura Vagli.

 Nel tempo, in molte hanno intersecato e arricchito il nostro percorso. In più di duecento sono diventate giornaliste pubbliciste. A molte ancora abbiamo offerto spazi e visibilità.

 A tutte dobbiamo riconoscenza per l’impegno costante e gratuito, per la qualità degli apporti, per le innovazioni effettuate, per gli eventi creati, per le stagioni di dibattito redazionale e di confronto di pensiero politico che ci ha contrassegnato.

 Ci siamo dette un “portico”, un “arcipelago”, guardando alle diversità come valore e riconoscendoci reciprocamente nella diversità delle scelte.

l’Associazione edita:  Il Foglio de il Paese delle donne (cartaceo, settimanale dal 1987 al 2000, poi con periodicità variabile e oggi quadrimestrale monografico)   –   paesedelledonne–on line (dal 1995, con referente Cristina Papa) diventato nel 2017 paesedelledonne-on line-rivista  (sito: www.womenews.net)  –  piccola editoria (poesie, novelle, atti di convegno)

 Dal 2000 editiamo il Premio di scrittura femminile il Paese delle Donne & Donna e Poesia

La nostra sede legale è in Via della Lungara 19, nella Casa internazionale delle donne  di cui abbiamo partecipato all’iter costitutivo e di cui sostiene il progetto e le finalità.   Siamo socie fondatrici dell’Associazione federativa femminista internazionale (Affi)   Siamo socie fondatrici di Archivia-Archivi, biblioteche e centri di documentazione delle donne.

 Il nostro materiale redazionale e quello personale di molte redattrici, nonché quello del Premio è confluito in due Fondi bibliografici e archivistici:  Archivia (dichiarato Patrimonio storico dalla Soprintendenza Archivistica del Lazio)  –  Biblioteca dell’Area Umanistica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale

 Abbiamo prodotto il video “La città della dea Perenna” con la storia della Casa internazionale delle donne da noi rintracciata e pubblicata nell’omonimo libro (Anomaly Press, 1995).  Abbiamo curato  trasmissioni radiofoniche e televisive, mostre e presentazioni librarie.  Associazione senza fini di lucro, vivivamo dell’impegno gratuito delle Socie.

Alla giuria del Premio fanno parte: Gabriella Anselmi, Donatella Artese, Edda Billi, Amelia Broccoli, Monica Grasso,Teresa Mangiacapra, Beatrice Pisa, Marina Pivetta, Lucilla Ricasoli, Maria Teresa Santilli, Alba Ungaro, Consuelo Valenzuela

Il Premio Paese delle Donne è dedicato a Maria Teresa Guerrero, detta Maitè  –  Rifugiata politica in Italia negli anni della dittatura cilena, è mancata a Roma (1991) all’affetto della figlia e dei tanti e tante che ne hanno apprezzato la generosità, l’impegno e la positività nella vita travagliata, dedicata all’arte, all’insegnamento, alle politiche di pace e delle donne, al sostenere democrazia,  promozione sociale e culturale e libertà individuali e collettive, in ultimo abbracciando il buddismo.

Redattrice de il Foglio de Il Paese delle donne, ha partecipato all’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, è definita da Silvana Turco «Maitè tessitrice delle speranze» nell’opuscolo che l’Associazione Internazionale Artisti (Aia), ha dedicato alla sua co-fondatrice in occasione del ricordo presso l’Ambasciata del Cile, a Roma.  Dedicarle il Premio è stato come continuare ad averla tra noi. Una sua opera, ceduta da Il Paese delle Donne alla Casa Internazionale delle donne, è nella Sala Carla Lonzi.

 

 

Foglie – lavoro di Lucia Crisci

esposto alla Casa Internazionale

delle donne il 2 e il 3 dicembre 2017

Nasce a Roma nel 1981. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Brera e alla Facoltà di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea dell’Università la Sapienza di Roma.Nel 2016 vince il premio Arte in Arti e Mestieri (Suzzara). Nel 2017 una sua opera è scelta come premio del vincitore di NebbiaGialla Suzzara Noir Festival.

LA GIURIA DEL PREMIO IL PAESE DELLE DONNE & DONNA E POESIA  HA ACCOLTO CON GIOIA LA PROPOSTA DI MONICA GRASSO E LUCILLA RICASOLI, REFERENTI DELLA SEZIONE ARTI VISIVE, DI PROMUOVERE CONTESTUALMENTE AL PREMIO, LA PERSONALE  “RITRATTE” DI LUCIA CRISCI ALLESTITA  NELL’ATELIER DELLA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE,  in collaborazione con MAC MajaArteContemporanea e RICCARDO BONI

 

 

 

 

                                                                                           

 

 

EDIZIONE 2017 DEL PREMIO

 

SEZIONE SAGGISTICA ≈

 1° Premio: ANTONELLA CAGNOLATI e SANDRA ROSSETTI, Donne e Scienza, Aracne ed., 2016

Motivazione letta da Maria Teresa Santilli

—  Il volume è una raccolta di saggi che forniscono una pista di lettura nuova e affascinante nel complesso rapporto che esiste tra le donne e il sapere scientifico; offre una panoramica completa su importanti filoni del femminismo e della ricerca scientifica a livello mondiale.

Le donne diventano protagoniste di un sapere aperto alle innovazioni e ai miglioramenti derivanti dalla considerazione del “genere” con l’obbiettivo di dare una risposta appropriata ai bisogni di tutte e tutti. Particolare interesse rivestono le tematiche della medicina narrativa; della medicina di genere; della critica al pensiero scientifico  e dell’ecofemminismo. Il saggio sulla medicina narrativa è incentrato sulla figura di Rita Charon, medica internista e docente di clinica medica alla Columbia University di New York.

La sua formazione universitaria, umanistica e pedagogica prima e medico scientifica ha contribuito a sensibilizzarla, come medico e come donna, sull’importanza del fattore umano nella pratica sanitaria.

Scrive Charon: «Parallelamente alla maturazione delle proprie conoscenze scientifiche, i medici devono imparare ad ascoltare i loro pazienti, per comprendere quanto meglio possano il calvario della sofferenze e per onorare i racconti di una malattia». «Onorare le storie di malattia» significa restituire al paziente, spesso individuato solo dal numero del letto che occupa, la dignità della parola. Con questi obbiettivi ha fondato nel 2000 presso la Columbia University il programma di medicina narrativa e nel 2009 il Master in medicina narrativa che è il primo corso di studi accademico del suo genere a livello internazionale.

Nei saggi sulla “Medicina di genere”, le autrici affermano che non si tratta di una disciplina medica a parte, ma di un nuovo modo d’intendere la prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie in un’ottica di equità, rispetto alle differenze di sesso e di genere. Poche persone sanno che nessuno dei farmaci in commercio è testato su donne e che non sempre la classificazione dei dati è differenziata. Rispetto alla salute delle donne si ha la tendenza a considerare soltanto il seno e gli organi riproduttivi come specificità della salute femminile, le altre patologie in primis quelle cardiovascolari sono spesso trascurate. É messo in evidenza che, nonostante le numerose risoluzioni degli organismi internazionali sulla salute della donna, è ancora lungo il percorso per superare i pregiudizi che sottendono la medicina tradizionale.

Il saggio su Anna Bonus Kingsford (1846-1888), una delle prime britanniche a laurearsi in medicina, evidenzia la radicalità della sua critica alla pratica della vivisezione e fa emergere il nesso che esiste tra violenza nei confronti degli animali e dominio su le donne.

Uno dei temi centrali nel pensiero di Kingsford è il limite all’uso dei mezzi vòlti ad acquisire conoscenza; l’accettazione del limite implica la rinuncia all’idea del dominio, all’arroganza di voler manipolare e trasformare la natura.

Il saggio Eco femminismo e scienza delle donne espone la critica femminista ai metodi della scienza moderna e contemporanea  e attraverso la voce di alcune importanti scienziate femministe quali Sandra Harding, Evelin Fox Keller, Donna Haraway denuncia non solo il problema dell’emarginazione delle donne nella ricerca scientifica, ma anche un uso della scienza basata su una concezione  meccanicistica e maschilista che domina la natura e le persone. Il punto focale è centrato su Carolin Merchant e Vandana Shiva, leaders del movimento ecofemminista che ha rivolto la propria attenzione all’ecologia e alla questione ambientale.

Il volume si conclude con due saggi dedicati  al lavoro delle donne in ambito universitario: il primo sulle forme di discriminazione delle donne scienziate in Spagna durante il regime franchista; l’altro è il percorso di rendicontazione annuale (bilancio di genere) delle dinamiche di genere nell’università di Ferrara.

L’opera è arricchita da un’ampia bibliografia, da una ricca documentazione sulle esperienze e  proposte di interventi nelle ricerche e sperimentazioni scientifiche in un’ottica di genere.

2° ex aequo: FRANCESCA DI CAPRIO FRANCIA, Donne Genovesi nell’età dei Lumi, De Ferrari ed., Genova, 2016.

Motivazione letta da  Maria Paola Fiorensoli

Il Trattenimento in giardino – La cioccolata, di Alessandro Magnasco (Musei di Palazzo Bianco) anticipa, in copertina, la raffinatezza e il godimento di pagine sapienti da cui, tra vicende sorprendenti, vissuti intriganti, chiose e note emerge la passione dell’Autrice per la città di Genova e per quindici protagoniste dell’universo femminile genovese/ligure colto nel bel mezzo dell’Età dei Lumi e fervido di figure: nobildonne, scienziate, artiste, commercianti, schiave come la tabarchina Sinforosa Timone [ca. 1727 – dopo1762], cristiana rapita dai Turchi, resistente alla conversione all’Islam e alle seduzioni del padrone.

La schiavitù sussistette anche in quello spicchio d’Europa, nella Genova cosmopolita, colta e commerciale, di grande cultura laica e religiosa.

Notevole la contestualizzazione, con note, rimani, chiose, illustrazioni, a vite lontane, temporalmente e socialmente trasversali – da Clelia Grillo Borromeo Arese (1684-1777) Una contessa scomoda tra arte, scienza e politica, a Bianca Calvi (1777-?) La Libertà genovese da scandalo – s’accompagnano mini-ritratti nei sottotitoli «mirabilmente centrati nella definizione della natura e della funzione svolta nella società da ciascuna protagonista» come sottolinea, nella Prefazione, Paola Massa (Prof.re Emerito di Storia economica Università di Genova), di cui condividiamo l’apprezzamento per l’opera e per l’Autrice, per l’approfondita e originale e ben impostata ricerca, per le rarità tratte da archivi pubblici e privati, dalla memoria condivisa, dal parlato comune, il tutto espresso con lessico elevato ma fruibile a una lettura scorrevole e veloce, senza cali di attenzione.

In appendice, Iconografia-La moda del Settecento, Giornale delle dame e delle mode di Francia, una passerella d’epoca, maschile e femminile, chiude il cerchio sapiente intorno alle protagoniste i cui nomi sono in gran parte sconosciuti, o meglio erano, augurando al volume una larga diffusione anche nelle scuole.

Es.: ritratto di Clelia Durazzo Grimaldi (Genova 1760 – Pegli 1837) «…raro esempio di donna scienziata nel Settecento, particolarmente competente in botanica, anche perché seppe cogliere l’opportunità di vivere in un momento della cultura ricco di sensibilità innovativa, fondamentale per il futuro sviluppo delle innate doti della giovane la cui personalità evidenziò una volontà illuministica di sapere che non venne mai meno.»

Nella trattazione, elementi della genealogia; della storia coeva di governo della Repubblica di Genova; del magnifico impianto del giardino storico di Villa Durazzo Grimaldi, oggi Pallavicini,  cui le Poste italiane dedicarono un francobollo (Il Tempio di Diana, 1995, p. 77); del dono munifico, essendo morta la nobildonna senza eredi, «a titolo di legato alla Civica Biblioteca di Genova della sua libreria botanica composta da oltre cinquecento rari volumi e un erbario di circa cinquemila specie di piante, essiccate su fogli, a loro volta radunati in un centinaio di grosse cartelle.» (p. 76)

L’Autrice rintraccia il donato, in parte rovinato, in altra disperso e riporta pagine del suo erbario (p. 77).

 

Segnalazione : ANNA PAOLA MORETTI, Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, Affinità elettive, Ancona, 2017.

Motivazione letta da Amelia Broccoli

Un diario, denso e commovente come tante storie narrate in prima persona; toccante testimonianza di un periodo storico non troppo lontano. Questo intende offrire il pregevole lavoro di Anna Paola Moretti che ha saputo ricostruire, con accurati strumenti storiografici, il profilo di una giovane partigiana di Chiaravalle, Magda Minciotti, arrestata dalle SS e deportata, per lavoro coatto, negli stabilimenti-lager della Siemens a Norimberga e a Bayreuth.

Le pagine del diario, venute alla luce solo settant’anni dopo loro composizione, sono lievi e toccanti ma assai efficaci nel far affiorare le tracce di una realtà sommersa perché a lungo trascurata: quella del ruolo delle donne nella lotta di Resistenza partigiana.

Assai opportunamente l’Autrice recupera i tasselli della storia di Magda, attraverso fonti documentali di archivi pubblici e privati, documenti familiari e fotografie.

Quello che emerge è il ritratto vivo e doloroso di una delle tante donne che hanno contribuito a scrivere una parte importante della storia italiana.

2° ex aequo: MARIA CHIARA MATTESINI, Una battaglia al femminile. Maria Eletta Martini e il nuovo Diritto di Famiglia, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca, 2017.

Motivazione letta da  Maria Paola Fiorensoli

Il volume che biografa Maria Eletta Martini e il suo importante ruolo nella riforma del Diritto di Famiglia, è pubblicato per volontà dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea in Provincia di Lucca e si giova del contributo del Comune di Lucca. Tra le fonti principali, materiale archivistico e bibliografico dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma e gli Atti Parlamentari.

Nella Premessa, la Vice Sindaca di Lucca, Ilaria Vietina, definisce l’illustre concittadina «Un monito perché ci richiama alla costanza dell’ascolto e ci indica nella pazienza della ricucitura la possibilità di tesser con fili diversi un’opera coerente. Un modello perché nel venire a conoscere quanto lei ha saputo realizzare vediamo concreta la possibilità di seguire la strada che ci indica.” (p. 5)

Nella Presentazione, Stefano Bucciarelli, Presidente dell’Istituto Storico, rileva «l’impossibilità di considerare la vicenda politica di Maria Eletta Martini, figura di prima grandezza della nostra storia repubblicana, senza tenerne presente i legami con la sua città: la sua vicinanza alla rete resistenziale, mediata dal padre Ferdinando che sarà il primo Sindaco di Lucca nel dopoguerra; la sua battaglia per entrare in consiglio comunale, nel 1951, dopo che il primo consiglio, nel 1946, era rimasto a composizione esclusivamente maschile; i collegamenti mantenuti con il tessuto associativo femminile cattolico e con gli umori del partito democristiano (DC) locale; il suo rientro, dopo un’intensa attività a livello nazionale, come capogruppo, sui banchi di Palazzo Santini nel 1990, nell’ultimo consiglio della prima repubblica, con sindaco Arturo Pacini (…) Quella di Maria Eletta Martini è una battaglia dalla parte delle donne e con le donne.» (pp. 8-9)

Nella Prefazione, Fiorenza Taricone, docente di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, sottolinea come «Maria Eletta Martini rappresenti l’esempio calzante dei risultati di un connubio singolare che si verificò in Italia alla fine degli anni Sessant fra il femminismo extra istituzionale ed il progressismo femminile nei partiti e nell’associazionismo. (…) Sulle questioni inerenti la famiglia erano stati presentati in Parlamento molti disegni di legge; Maria Chiara Mattesini li elenca (…) è da notare che gli articoli del Codice penale e civile che si volevano modificare o sopprimere erano gli stessi per le diverse proposte di legge »(pp. 14-15)

L’Autrice biografa con dovizia di particolari Maria Eletta Martini, nata a Lucca (1922), partecipe della Resistenza, Parlamentare convinta – per indole, educazione, esperienza, pensiero politico – che la mediazione fosse l’arma vincente e che non scadesse in basse logiche di preminenza, opportunismo e potere.

La materia di cui s’occupò era rovente e ancora lo è nella società plurale italiana, poiché essa interseca inesorabilmente profilo e ruolo delle donne, al centro degli interessi comuni e degli assetti familiari.

Segnalazione: MARCELLA FILIPPA, Donne a Torino nel Novecento. Un secolo di storie, Edizioni del Capricorno, Torino, 2017

Motivazione letta da Maria Paola Fiorensoli

Opera originale e necessaria, ricostruisce con plurimi linguaggi grafici e visivi e accurate ricerche in biblioteche, emeroteche ed archivi, il protagonismo femminile torinese nel corso del “secolo breve”.

L’A. dirige la Fondazione Vera Nocentini, collabora con università italiane e straniere; saggista e giornalista e responsabile di collane editoriali. Riscopre, documenta e contestualizza straordinari profili femminili, individuali e collettivi, in una città dalla forte vocazione industriale e commerciale, mèta di una forte immigrazione interna, ma anche patria di inventori, d’editor*, di spiriti liberali, d’arte magica; città antifascista, operaia e sindacale che guarda da sempre oltralpe.

Il volume esce nell’anniversario del 70° del voto delle Italiane e del centenario della Rivoluzione bolscevìca, l’uno prodotto e l’altro segnato dall’apporto femminile teorico, politico e di propaganda.

Tra le preziosità: la rivolta delle Torinesi per il pane aprì, dal 28 agosto 1917, una stagione europea di rivendicazioni che contò la Rivoluzione d’Ottobre.

La miriade d’informazioni, gli straordinari profili individuali e collettivi, delineano il costante impegno femminile nell’avanguardia culturale e artistica, nel lavoro extradomestico e domestico, nella vita associativa, nelle lotte per la libertà e la democrazia, per i diritti del lavoro e della persona.

≈  SEZIONE NARRATIVA ≈

 1° premio: MARIA NEVE ARCUTI, Torno da me, il Raggio Verde, Lecce, 2016

Motivazione letta da Consuelo Valenzuela

Il libro riunisce tanti ritratti di donne accumunate dall’urgenza di scovare la loro identità più profonda, e con essa la loro ragione di essere al mondo.  Il primo dei sette racconti che compongono la raccolta – di cui sei portano il nome delle loro protagoniste – è intitolato “Neve”, come il nome dell’Autrice. Descrive le ragazze con cui Neve, in fuga dalla sua terra d’origine, la Puglia, per approdare a Verbania, città remota e distante da casa, si trova a condividere la sua esistenza di ragazza. Ognuna di loro ha lasciato alle spalle qualcosa, alla ricerca del proprio nascosto sè.     La frase che chiude il primo racconto della raccolta, è lapidaria e, al tempo stesso, emblematica:  «Fuggo di nuovo, ma per tornare da me» suggerendo il titolo del libro.

«Questi racconti sono soffi, respiri, sono finestre dalle quali entra aria buona» avverte Luciana Manco nell’introduzione e aggiunge qualche riga dopo:  «Donne con le quali sentirsi al sicuro, con le quali perdersi. Donne di ogni parte del mondo, che possono cambiarlo, il mondo. Donne piene di immaginazione, che anche se il mondo non cambia loro lo vedono migliore, disposte a tutto per la libertà

Come Margherita, la protagonista del terzo racconto, una ricercatrice universitaria disposta a ogni tipo di sacrificio pur di continuare il suo lavoro di ricerca scientifica o Rashid che lavora come cameriera in un albergo a Tehran, ma sogna l’Occidente e un nuovo lavoro nel teatro, e vede infrangersi il suo sogno ancora prima di iniziare a realizzarlo. Oppure Ruth che viene dal Ghana e sperimenta sulla sua pelle gli ostacoli dell’integrazione…pur essendo diverse per formazione e provenienza geografica, nessuna di loro è disposta a cedere di fronte alle inevitabili avversità che la vita comporta.

Neve, Catherine, Margherita, Rashid, Ruth e Vita conservano intatta la resilienza necessaria alla loro lotta per affermarsi e andare avanti nei loro progetti di vita.    «Il percorso della mia vita, piuttosto lineare fino a quel momento, era stato costretto a fermarsi di fronte a un’imprevista deviazione. E le indicazioni sulla direzione da seguire non erano state poi così chiare. Come quando, di frequente, ahimé, nel mio sud, imbocchi certe strade seguendo cartelli stradali che ad un certo punto ti abbandonano, lasciando al tuo senso dell’orientamento, o piuttosto al tuo istinto, la facoltà di immaginare e seguire la direzione giusta, obbligandoti a procedere un po’ a tentoni, fino a che, nella migliore delle ipotesi, non ricompaiono, facendoti tirare un bel sospiro di sollievo. E per me era stato un po’ così

2°  Premio – ROSANGELA PESENTI, Racconti di Case, Edizioni Junior, Reggio Emilia, 2016

Motivazione letta da Donatella Artese De Lollis

L’Autrice così sintetizza il suo lavoro «ogni casa è una storia d’incontro del quale le mie osservazioni sono la cornice e le interviste sono il cuore.» Il suo intento è di indagare i contesti abitativi in relazione al benessere della persona per comprendere come e quando dentro la casa vivano e si riproducano i modelli di genere e di relazione tra le generazioni.

Ha scelto di visitare e  fare le interviste a famiglie del territorio dove abita: la bassa Bergamasca est dove è situato un campo Rom Sinti di case mobili. Ha chiesto a tutti i componenti dei  diversi nuclei familiari di essere presenti contemporaneamente e  ai figli e le figlie di descrivere la casa con un disegno; tutti i disegni fanno parte del libro. Nonostante altri autori e autrici abbiano trattato l’argomento come Bassanini (Tracce silenziose dell’abitare,….) e come Lidia Menapace (Scienza della Vita Quotidiana), l’Autrice ritiene che la narrazione della casa nell’esperienza delle donne sia ancora sconosciuta…Entriamo con lei discretamente guidate alla conoscenza della distribuzione degli spazi, di come sono vissuti dai singoli e delle dinamiche interpersonali che si determinano nel quotidiano. In un colloquio cordiale, talvolta intorno a una tavola a cena,ci viene svelata l’intimità dell’ abitare: casa bene comune, responsabilità condivisa, spazio di solitudine e degli oggetti più cari, sistema complesso. La partecipazione emotiva dell’Autrice crea un racconto appassionante che ci invita a una seria riflessione sulla nostra  quotidianetà , fondativa  di ogni percorso identitario. Una raccolta di storie diverse che diventano uno spaccato della nostra società.

Che cos’è casa? «Dove poggi la testa quella è casa», «Viaggiatrice che sa fare casa ovunque», «Casa é dove muoversi a proprio agio e usare le cose tranquillamente perché non devi chiedere a nessuno», «Casa mobile, casa di transizione piena di nostalgia della carovana e non desiderabile per i propri figli», «Ieri luogo di divisione dei ruoli e di equilibri consolidati che impedivano la libertà delle donne; oggi luogo di messa in discussione di identità: il tempo della madre, il tempo del padre; la divisione dei compiti che comportano una continua contrattazione al fine  di mantenere in equilibro affettivo le relazioni familiari.»

Nel nuovo contesto dove trovano posto i saperi del corpo delle donne che marcavano il quotidiano e facevano della casa corporeità allargata? Il ritmo frenetico odierno non permette di dare loro spazio: il corredo simbolo di abilità, di bellezza, sicurezza è solo un’utilità pratica; raramente le tavole sono apparecchiate per nutrire il corpo e l’anima; l’abitazione molto spesso è solo rifugio. L’Autrice richiama la nostra attenzione sulla Cura, storico e prezioso patrimonio delle donne che può assicurare una buona qualità di vita al pianeta e a tutti gli esseri viventi; progetto che unifica passato, presente e futuro.

Segnalazione: MARCELLA DELLE DONNE, Cuore di zingara, Ediesse, Roma, 2014

Motivazione letta da Consuelo Valenzuela

Nel romanzo, l’Autrice, docente di Sociologia e Sociologia delle relazioni etniche presso l’Università “Sapienza” di Roma, racconta in prima persona il suo impegno pluriennale a favore degli “zingari”.

Rosanna, Dajgor, Elisabetta e tanti altri sono i personaggi indimenticabili che popolano questo libro che ha il merito di descrivere e analizzare le condizioni di vita e i molteplici problemi che affliggono i vari clan Rom che vivono sul nostro territorio.

Fanno da sfondo a queste storie, gli scenari recenti della guerra in Jugoslavia e il dramma di Porrajmos, lo sterminio degli zingari perseguito in epoca nazista e di cui ancora oggi, come viene ricordato dalla giurista esperta di diritti umani, Maja Bova, nella postfazione al libro:

«Si ignora il numero esatto dei Rom, Sinti e Caminanti morti nel lager*, come si ignora il numero dei sopravvissuti ai campi di lavoro e smistamento, che in alcuni casi furono aperti addirittura in Italia.»

L’Autrice ha curato per Ediesse A Nord, a Sud del Mediterraneo che narra di altri mondi pieni di suggestioni, forti sentimenti e di grande attualità. L’ultima delle sue produzioni socio-poetiche, la silloge Donne, Donne eterni Déi (Mimesis, 2017), ha vinto il premio “Citta’ Di Marineo” (Pa), edizione 2017.

*Nel campo femminile di concentramento e poi di sterminio di Ravensbrück, il più antico (1939) e atroce “modello” della Germania nazista inizialmente riservato alle oppositrici politiche tedesche ed altre “asociali” di Germania, si fece sperimentazione sui corpi femminili e sulla fertilità delle donne, gettando nel forno anche chi vi nacque. Molte delle quasi centomila internate, di ogni fede e provenienza (fino alla chiusura, il 21 aprile 1945) erano Rom.

Tra le vittime più celebri, Milena Jesenská, la giornalista amata da Kafka, biografata dall’amica sopravvissuta: Grete Buber-Neumann, vedova del leader del P. C., internata in Siberia, fu poi “regalata” da Stalin a Hitler  (Sarah Helm, Il cielo sopra l’inferno).

 

Nell’affesco è riprodotta la poeta Saffo che nasce a Ereso in Grecia nel 640 AC e muore a Leucade a 70 anni nel 570 AC

≈  SEZIONE POESIA  ~  XXV° PREMIO  DONNA E POESIA ≈ 

Gabriella Gianfelici e Anna Maria Robustelli scrivono:

Quest’anno, l’Associazione Donna e Poesia – già Donna Poesia – nata nell’aprile 1987, durante l’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, celebra il suo trentennale e il venticinquesimo del suo omonimo Premio, il primo in Italia rivolto alle sole donne. 

 Il gruppo fu istituito da Rosanna Fiocchetto, Rosella Mancini e Amanda Knering alla quale si affiancarono ben presto Márcia Theophilo e Cristina Colafigli.  Siamo cresciute grazie ad assidue collaborazioni, come quella di Olimpia Castiglione, Paola D’Agnese, Marta Izzi e Simonetta Sterpetti.   Gli incontri nella “Sala del Caminetto”, nei locali occupati dell’ex Buon Pastore, erano sempre molto frequentati e interessanti. Dal 1991, li abbiamo tenuti nella cosiddetta “Stanza della porta verde”, al primo piano dell’ala seicentesca dell’antico edificio alla Lungara.    Il nostro obiettivo principale era ed è rimasto quello di dare voce alle donne attraverso l’ascolto e lo studio della parola poetica femminile.

Ai nostri incontri partecipavano, ieri come oggi, poete affermate ed esordienti invitate a rivelare le loro poesie tenute nel cassetto, e s’indaga l’opera e la biografia di poete d’ogni epoca e provenienza, italiane e straniere: anche questo un tratto originale, che aprì alle novità e ai classici di altri paesi.

 Nella ricerca delle poete illustri e poco note del passato, uno dei primi nomi incontrati è stato quello di Isabella di Morra, la grande poeta lucana quattrocentesca. In quelle sulla poesia araba, africana, effettuata con T. Maraini, cubana e argentina, molte poete poco note tra le quali A. Pizarnik.

  Nelle prime edizioni del Premio Internazionale Donna-Poesia (1989), il materiale in graduatoria fu pubblicato in un’Antologia.

 Tra le giurate che hanno accompagnato il Premio nel tempo, vogliamo ricordare Antonella Anedda, Daniela Attanasio, Edith Bruck, Adele Cambria, Caterina Cardona, Maria  Clelia Cardona, Biancamaria Frabotta, Anna Malfaiera, Dacia Maraini, Toni Maraini, Elena Milesi e Sara Zanghì.

Tra le nostre premiate, Lucianna Argentino, Maria Grazia Calandrone, Annamaria Ferramosca, Fiorenza Mormile. Molte di loro e altre sono diventate negli anni punti e luci importanti della poesia femminile italiana contemporanea.

 Abbiamo collaborato con Medici senza Frontiere e con l’Ass.ne Franco Basaglia ’84 presso il comprensorio di S. M. della Pietà (Roma)

 Il nostro fondo di poesia è stato donato ad Archivia, la biblioteca al 1° piano dell’ala ottocentesca della Casa Internazionale delle Donne di Roma (ingresso da Via della Penitenza 37), ed è stato dichiarato Patrimonio Storico dalla Soprintendenza archivistica di Roma.

 

Premio unico editi: KATIA OLIVIERI, Piove col sole, Montag, Tolentino, 2016.

 Motivazione letta da Anna Maria Robustelli

Sentimenti quieti, solidi emergono sin dalle prime pagine di questo salutare libro e riportano ai propri ricordi e ai propri cari in un percorso di silenzio, di ascolto e di contemplazione di piccole meraviglie:

E mi parli dei fiori / che in silenzio/ continuano a sbocciare (L’estate di San Martino, p. 10).

Le immagini si depositano lievi, trasfigurate dalla prospettiva del passato, come una natura morta illuminata da un raggio di sole. Nella prima parte del libro,  in un viaggio-meditazione tra i paesini della Toscana, si accende uno stupore contenuto per le cose antiche e le persone vive che s’incontrano, in un dialogo aperto con la propria madre e con Ugo.

E’ una trama sottile che tiene uniti in un nodo di fiducia e tepore i luoghi attraversati dal tempo, le scoperte e le persone amate:

Ci infilerò dentro un pensiero. Il primo che mi viene / non lo butto più via. Perché sarà ancora più bello, / mamma, pensarti da qui ; p. 18).

I momenti di illuminazione sbocciano tra i quadretti campagnoli e naturali: il suono delle campane, il fischio del treno e i pensieri rivolti al tempo che fu e si rinfocolano continuamente (Un treno fischia / alla notte dimessa / e come una pipa / sbadiglia l’alba / di fumo); Campane, p. 19)

Si fonde con il  paesaggio il fragore degli eventi umani, il rimescolio dei ricordi, gli echi di un tempo più semplice e rassegnato:

E quando scendeva la sera, un barlume di luna / le accarezzava i capelli / l’amore era tutto lì, le avevano detto, / un letto di pannocchie, un tozzo di pane e una lacrima di vino (Ritratto di mia nonna, p. 24).

L’evocazione di un vicolo vecchio e solo e di una cucina con una sedia di rattan riportano la voce narrante alle facce appannate che faceva sul vetro della nonna (La pioggia dell’infanzia, p. 33), a quei semplici gesti e giochi che i bambini si inventano per esplorare la realtà e occupare il tempo. Molte poesie della raccolta indugiano su scene di paese che riproducono un mondo chiuso in se stesso, ma palpitante di vita con tocchi ingenui che testimoniano la ricchezza dei rapporti che legano quegli esseri umani (Sulle rocce calve /si poggia un paese / a mo’ di presepe / con le casine gomito a gomito. / Siamo tutte comari: “Filomè! Cì! Marì!” /Un filo solo per cinque famiglie: / il reggipetto di Cinzia, più avanti /quello di zia, le mutande / di Peppina, le calze d’Annunziata; Com’è un paese, p. 35).

Ma anche quando Katia Olivieri descrive luoghi diversi dal paese dell’infanzia si coglie un piglio festoso e fresco nel rinvenire i legami che manteniamo col mondo degli alberi, del vento, del mare che ci accompagnano nel nostro cammino di tutti i giorni.

PREMIO UNICO INEDITI : non assegnato          PREMIO UNICO SILLOGE: non assegnato

 

 

≈  SEZIONE TESI DI LAUREA ≈

1° Dottorato: LAURA ELISABETTA BOSSINI, La prima legge italiana contro la violenza sessuale. un dibattito lungo vent’anni (1976-1996). Scuola di Dottorato Istituzioni e Politiche, Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica Milano 2016-2017.

Motivazione letta da  Fiorenza Taricone

L’Autrice snoda le sue ricerche in modo attento e, attraverso una scorrevole scrittura, esamina puntualmente fonti diverse fra loro, dando voce ad attori diversi della scena sociale e politica: i movimenti, in questo caso femministi, la stampa, le associazioni, le istituzioni, i dibattiti legislativi, i saggi e i libri che dell’argomento avevano dibattuto, prima, durante e dopo l’approvazione della prima legge italiana contro la violenza sessuale.  Il lavoro è arricchito anche da un voluminosa appendice documentaria.

L’Autrice si sottrae a facili giudizi di parte, data la violenza dell’argomento e anche la sua attualità, riuscendo a mantenere l’equilibrio fra la consapevolezza che non si trattava di un tema neutro, e la rigorosità dell’impianto. Oltre i casi di cronaca trattati, talvolta con le testimonianze delle dirette protagoniste, e la registrazione del livello di mentalità di vasti strati del Paese, emerge nel lavoro di ricerca e di scrittura, la forza dello stereotipo, che non è legato ad un’epoca precisa, ma ne traversa molte. Non è un caso quindi che il lavoro prenda le mosse dal processo tenuto nel 1612, a Roma, che vide come imputato il pittore Agostino Tassi, ai danni della diciottenne Artemisia Gentileschi, pittrice, figlia dell’artista Orazio Gentileschi.

Un processo emblematico, sfuggito, grazie al movimento femminista e agli studi di genere che hanno preso le mosse in Italia dopo la metà degli anni Sessanta, all’amnesia della storia.

Né è un caso che la Candidata lo paragoni ad un processo posteriore di quattrocento anni, ai danni di Fiorella Dello Russo, che aveva sporto denuncia contro quattro giovani e che, come accadeva allora, da vittima diventò imputata*. Premessa ineludibile era l’esame dei reati sessuali nel Codice Rocco e le contraddizioni insite nella violenza carnale riferita ai coniugi, non ammessa dallo stesso codice. Questo dibattito è alle spalle della odierna violenza domestica di cui tanto spesso leggiamo nella contemporaneità. Certamente il diritto di cittadinanza acquisito nel 1945 e poi il suo esercizio effettivo negli anni seguenti diedero una sferzata alla mentalità passiva in cui molte donne si adagiavano: il caso di Franca Viola attentamente esaminato dalla Candidata, fu un passaggio significativo. Il femminismo era ormai alle porte e vengono esaminati i testi fondanti della rivoluzione femminile, a partire dal Demau (Demistificazione anti autoritaria), ma anche i giornali e periodici dell’epoca, anche i più lontani dai contenuti del femminismo stesso.

Giusto spazio è dedicato al processo degli anni Settanta di cui ancora si conserva memoria, noto come il processo del Circeo, per più di un motivo: la consapevolezza che fosse necessaria la costituzione di parte civile del movimento femminista e la connotazione di uno stupro ‘di classe’, data la frequentazione politica dei colpevoli. A seguire, altri processi, meno clamorosi ma altrettanto significativi e le discussioni nel femminismo italiano, attentamente seguite tramite ricerche d’archivio in diverse città italiane.

Il capitolo quarto è dedicato alla reazione istituzionale, cioè ai primi disegni di legge, come quello della deputata socialista Tullia Carettoni, a seguire la proposta comunista del 1977, e finalmente, negli anni Ottanta, l’abrogazione del cosiddetto delitto d’onore, che arrivava dopo la riforma del diritto di famiglia, come singolare contraddizione. Le reazioni femministe del Comitato promotore per la proposta di legge d’iniziativa popolare contro la violenza sessuale, alla discussione di un testo unificato non furono affatto favorevoli, anche per l’introduzione del concetto di pudore sessuale. Una ulteriore frattura era inerente alla procedibilità d’ufficio o alla necessità di una querela di parte; la prima, per alcune ledeva il principio della libertà femminile, per altre, la querela era un motore di cambiamento necessario.

La candidata segue l’iter delle discussioni parlamentari, non esenti da quelli che la Candidata ricorda come colpi di mano. Il settimo Capitolo è riservato all’epilogo con l’approvazione della legge.

* Ricordiamo il “NO” di Franca Viola al “matrimonio riparatore” con l’ex fidanzato Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi, che l’aveva rapita in casa il 26 dicembre 1965, dopo una serie di pesanti intimidazioni e minacce alla sua famiglia a seguito della rottura del fidanzamento. La diciassettenne di Alcamo fu segregata per otto giorni in un casolare di campagna, poi presso la sorella del Melodia la quale fu complice di un crimine all’epoca ritenuto consuetudinario, permesso da una complicità omertosa e ritenuto “sanato” dall’unione matrimoniale. Con il suo dirompente rifiuto, Franca Viola espresse un mòto del cuore  dall’enorme valore emancipatorio e sociale.

1° Master: MARIA DELL’ANNO, Se questo è amore la violenza maschile contro le donne nel contesto di una relazione intima, Tesi di laurea Specialistica, di Primo Livello in Criminologia e Psichiatria Forense, Università della Repubblica di San Marino, Dipartimento di Economia, Scienze e Diritto, 2015-2016.

Motivazione letta da  Fiorenza Taricone

L’ Autrice ha esaminato un fenomeno complesso come la violenza contro le donne in modo esaustivo, con una pluralità di fonti: statistiche, giuridiche, sociologiche, guardando all’Italia, ma anche all’Europa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Chiarisce fin dall’inizio che definire emergenza un fenomeno reiterato come questo, è un errore linguistico, poiché si tratta di un fenomeno strutturale, e i media di ogni tipo farebbero bene ad evitare di usare un lessico che veicola una diversa causa della violenza fra i sessi. L’origine, come è chiarito nel primo capitolo, è insita nella cultura patriarcale, combattuta in Italian dal neo femminismo degli anni Settanta, fortemente asimmetrica fra i due sessi e portatrice inevitabile di discriminazioni e soprusi.

La tesi si dimostra attenta al lessico e parte dalle definizioni coniate da Diama Russel, femicidio, e da Marcela Lagarde, femminicidio, citando anche il ginocidio teorizzato da Mary Daly e Jane Caputi.

Per tutte, la violenza contro le donne ha radici profonde che vengono da molto lontano, arrivando a comprendere il sanguinoso eccidio contro la stregoneria femminile.

La dizione più esatta si rivela quella di intimate partner violence (IPV), usata nella letteratura anglo sassone, che «rappresenta più correttamente il concetto della violenza agita da un partner, o ex partner, intimo».

Nel trattare la violenza psicologica, l’Autrice ricorda l’origine del termine “Gaslighting” che compare nel manifesto di un film del 1944: un comportamento manipolatorio messo in atto da un abusante.

L’intero capitolo quinto è dedicato ai Centri antiviolenza in Italia, con la mappatura geografica e la descrizione della metodologia dell’accoglienza. I Centri sono frutto innovativo delle politiche femministe della seconda metà del Novecento, contandosi nella Casa internazionale delle donne la presenza, tra le altre associazioni di scopo similare, Differenza Donna, una delle prime ad aprire Centri in Italia e all’estero.

L’ultimo capitolo si chiude con un interrogativo d’attualità: «È possibile rieducare gli uomini maltrattanti?»

1° Tesi Triennale: Martina Sperotto, La casalinga nella letteratura del ‘900. Un’indagine sui cambiamenti della figura della casalinga nelle autrici del ‘900, Università “Sapienza” di Roma, Facoltà di lettere e filosofia, Relatrice: Maria Serena Sapegno

Motivazione letta da Beatrice Pisa  

La tesi parte da due sollecitazioni fondamentali provenienti da due autrici d’Oltreoceano. La prima è costituita dalla Mistica della femminilità, notissimo testo di Betty Friedan uscito all’inizio degli anni Sessanta, che si qualifica come antesignano della presa di coscienza  di tante donne nel dopoguerra  denunciando il “male oscuro”, la profonda insoddisfazione senza nome e senza cittadinanza di tante americane rinchiuse nella “gabbia dorata” di una casalinghità subìta. Altrettanto cruciale è il richiamo al testo di Margaret Mead Male and Female del 1949, meno noto al grande pubblico, ma significativo per la scelta di sottolineare il peso della cultura invece che delle predisposizioni innate nella definizione della personalità di uomini e donne, anticipazione  di quella gender theory che verrà ampiamente sviluppata negli anni ’60 in area anglosassone e che troverà notevoli opposizioni nel nostro paese, fino a tempi recentissimi.

Posti tali punti fermi, la tesi si sofferma sugli scritti di tre autrici italiane: Paola Masino, Alba De Cespedes, Clara Sereni, definendo un percorso culturale che va dall’ eroina senza nome rassegnata a fatiche mai riconosciute e considerate dalla società, quelle casalinghe, fino ad una sofferta e accidentata definizione di un privato non più segregato e frustrante, ma creativa «premessa per essere dentro il mondo». Un tentativo cioé di conciliare la vita funzionale con i piccoli gesti di agio, l’autonomia intellettuale con la cura dei sentimenti, la casa con l’impegno politico.

Questa tesi, elaborata con una evidente passione e una notevole capacità di analisi dei testi ricca  di contestualizzazioni, valorizza il ruolo della scrittura femminile, momento fondamentale di trasgressione e di riflessione identitaria, ed evidenzia la possibilità di costruire un quotidiano creativo, «un fare che diventa linguaggio», racconto di sé e del proprio posto nel mondo. Così, mentre  da una parte si contesta l’immagine di una identità femminile monolitica, concentrata sulle dimensioni familiari ed affettive, quindi fuori dal tempo e dalle realtà sociopolitiche, dall’altra si valorizza la realtà vissuta nel piccolo mondo domestico, tanto a lungo trascurato e annullato, che si propone invece come luogo di espressione possibile per tante donne, quanto di affermazione e trasmissione di culture personali e collettive.

Segnalazione: ELEONORA POLSINELLI, Storie nella storia: profili di donne aretine, Tesi di Laurea Triennale in Storia delle dottrine politiche, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, a.a. 2015-‘16

Motivazione letta da Gabriella Anselmi

L’Autrice sintetizza le figure più significative aretine nel periodo che va dal ventennio fascista alla Repubblica. Soprattutto nel secondo capitolo, si dà modo di conoscere donne impegnate in politica, di orientamento e formazione differente l’una dall’altra, di cui poco o nulla è stato tramandato nella storia politica e manualistica.

I titoli dei singoli paragrafi rendono conto della loro diversità: Ida Cartocci: modello di vita cristiana; Dina Ermini, bambina operaia, donna nella storia; Modesta Rossi, donna e partigiana; Maria Luisa Berneri, una donna contro i totalitarismi.

Molto interessante appare quest’ultima, di cui nel 2018 ricorre il centenario della nascita. La madre era una maestra, il padre, una figura nota agli studiosi di anarchismo; entrambi svolgeranno un ruolo di rilievo «nella sinistra libertaria italiana» come scrive l’Autrice che ben contestualizza le sue personagge.

 

≈  SEZIONE SAGGI DI ARTI VISIVE 

 1° premio, MAURA POZZATI (a cura di), Artiste della critica, Corraini edizioni, Mantova, 2015

 Motivazione letta da Monica Grasso

La caleidoscopica raccolta di saggi, curata da Maura Pozzati, ha l’obbiettivo di sanare una frattura che da sempre affligge la cultura delle donne, la difficoltà cioè di tramandare modelli intellettuali femminili positivi, per rafforzare il passaggio di consegne tra generazioni.

Nel campo della critica, l’affermazione delle studiose è stata forse più lenta anche se la Biennale veneziana appena conclusa ha avuto una donna, la francese Christine Macel, come curatrice e numerose donne impegnate nell’allestimento dei padiglioni nazionali. Con un’operazione di cui si avverte l’impegno e il calore, Maura Pozzati ha «chiesto ad alcune amiche critiche e storiche dell’arte di disegnare i ritratti delle studiose del Novecento che ritenevano davvero importanti».

Il volume si apre con una vera pioniera, Palma Bucarelli, ritratta da Rachele Ferrario: la tenace Sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna seppe imporre in un’Italia ancora provinciale artisti come Picasso, Pollock e  Burri. Lorenza Trucchi, raccontata qui da Laura Cherubini, era invece arrivata alla critica d’arte dal giornalismo, ed era una militante libera ed entusiasta, che sarà anche docente all’Accademia di Belle Arti e nel 1995 presidente della Quadriennale. Poliedrica la figura di Mirella Bentivoglio, artista, critica, scrittrice, promotrice di eventi, affascinata dall’intreccio fra parola e immagine, tratteggiata da Arianna Di Genova.

Laura Lombardi ci ricorda che fu la critica Lara Vinca Masini, una delle prime a promuovere il dialogo tra arte antica e arte contemporanea, quando ancora non era di moda.

Antonella Sbrilli dedica il suo omaggio a Marisa Volpi, critica d’arte, scrittrice e docente universitaria, mentre  Carla Lonzi, che della Volpi fu collega ed amica, è tratteggiata da Martina Corgnati: figura di grande coerenza morale, Lonzi decise di rinunciare alla critica d’arte, quando la vide trasformarsi in una pratica di potere. Francesca Alfano Miglietti ci fa entrare nel clima del ’68, vissuto intensamente da Lea Vergine che promosse forme d’arte estrema, come la Body Art e con L’altra metà dell’avanguardia diede un apporto decisivo agli studi di genere.

Il femminismo torna nel ritratto che Maura Pozzati fa di Ida Gianelli, che con Carla Lonzi e Carla Accardi condivise la militanza nel gruppo Rivolta Femminile e che seppe sostenere artiste che, proprio perché donne, erano accolte freddamente dal mercato dell’arte. Elisabetta Longari racconta la figura complessa di Adalgisa Lugli, storica e critica d’arte innamorata dell’opera di Dürer e della pratica del collezionismo, mentre Cristina Casero parla di Jole De Sanna, studiosa appassionata di de Chirico e attenta indagatrice della scultura moderna. Fabiola Naldi ricorda Francesca Alinovi, che ha saputo più di altri attraversare i nuovi territori dell’arte di avanguardia.

Conclude significativamente Lucilla Meloni, con Gabriella Belli, l’inventrice del Mart di Trento e Rovereto, ricordandoci che il supremo atto critico è infine proprio l’allestimento di un museo.

2° premio: CHIARA PASETTI, Mademoiselle Camille Claudel e moi, Nino Aragno Ed., Torino, 2016

 Motivazione letta da Lucilla Ricasoli

Chiara Pasetti ricostruisce la vita della scultrice francese Camille Caludel, attiva tra gli ultimi anni dell’Ottocento e fino al 1913 quando, per volontà del fratello Claude, scrittore e diplomatico e della madre, viene rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Ville-Évrard dove morirà trenta anni dopo, nel 1943.

Solo in queste cifre è contenuta la complessità della personalità di Camille, che mai nel corso del suo ricovero volle riprendere a lavorare. L’artista, con tutta evidenza, considerava la scultura arte e mestiere cui dedicarsi con disciplina ed impegno e non certo un passatempo per mostrare blandi e rassicuranti segnali di rientro alla normalità.

Pasetti dedica la prima parte del saggio alla descrizione delicata, affettuosa, partecipata della vita e dei tratti salienti della biografia dell’artista, per poi esplicitarne il lavoro attraverso recensioni, articoli e saggi – in parte tradotti in italiano per la prima volta – stesi durante gli anni della sua attività artistica.

In chiusura, il testo drammaturgico Moi, ispirato a Camille, omaggio alla sua forte personalità.

Il pregio dell’opera sta nel tentativo di sottrarre la figura di Camille Claudel alla tirannia dei luoghi comuni che ne hanno pesantemente condizionato la lettura critica.

Il rapporto tormentato e drammatico con lo sculture Auguste Rodin, di cui fu allieva e amante, ha troppo spesso svolto un ruolo di attrazione fatale nel quale la sua produzione scultorea finisce immancabilmente per annegare, perdersi, diventare mero supporto documentativo. Se è infatti vero il rapporto professionale e personale che Camille ebbe con l’artista, è oramai tempo di disinteressarsi della questione e di concentrarsi sulla comprensione dell’opera scultorea in sé. Apprezzabile in questo senso è proprio il lavoro di traduzione della critica del tempo che riporta Mademoiselle Claudel alla sua vera natura di artista. Importante poi aver affrontato con delicatezza ed eppure ad occhi aperti la complessa problematica della malattia psichiatrica della Claudel mostrandola nella sua realtà e nel suo silenzioso, resiliente ed eppur dignitoso svolgersi fino al termine dei suoi giorni.

Segnalazione: MORENA FALASCONI, Schiava, Concubina e Madre. L’iconografia di Agar tra Pietro da Cortona e Tiepolo, Laurea Magistrale Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, a.a. 2016-2017

Motivazione letta da Lucilla Ricasoli

La tesi di Laurea di Morena Falasconi costituisce un contributo importante per gli studi iconografici di personaggi biblici e storici femminili.

La figura biblica di Agar è presente sia nella tradizione giudaico-cristiana sia in quella musulmana.

É la schiava di Sara, è la concubina di Abramo, è la madre di Ismaele e diventa la progenitrice delle dodici tribù arabe.

Il pregio della ricerca è – come la stessa Falasconi sottolinea – nell’aver messo in luce «la dignità che la figura di Agar acquisisce nel corso del tempo in ambito pittorico» e nell’averne seguito lo sviluppo iconografico evidenziandone i differenti accenti tematici.

Un testo intrigante anche per chi non è del settore, ricco di spunti e ben composto.  

Segnalazione: ALESSANDRA SCAPPINI, Il paesaggio totemico tra reale e immaginario, Misesis, Sesto San Giovanni (Mi), 2017

Motivazione letta da Lucilla Ricasoli

Uno studio che analizza il lavoro di cinque artiste che operarono nell’ambito dell’avanguardia surrealista: Leonora Carrington, Leonor Fini, Kay Sage, Dorothea Tanning e Remedios Varo, nel quale il valore comune di suggestioni creative tratte da paesaggi dell’immaginario, complessi e articolati, fatti di simbologie archetipiche, di metamorfosi alchemiche, di immagini totemiche, diventa il punto di vista privilegiato dall’autrice per ripercorrerne le vicende artistiche e biografiche. Un percorso nel quale lucidamente emerge la forza e l’energia di queste artiste anche per una definizione di un’arte portatrice di uno specifica valenza femminile.

≈  SEZIONE GRAPHIC DESIGN

 2° premio: MONICA MARELLI e ROSA OLIVA; illustrazioni di FRANCESCA LÙ,

Cara Irene, ti scrivo – Un messaggio alle donne e agli uomini di domani, Scienza Express, Trieste, 2016.

Motivazione scritta da Irene Iorno

Un libro da leggere alle più piccole e ai più piccoli, da regalare e da condividere con chi, come nonna Rosanna «è da sempre dalla parte delle bambine e di tutte le donne» e «ha scelto di raccontare alla sua nipotina Irene quanto siano importanti la parità e l’impegno collettivo».

Un testo di facile lettura ma di profondo contenuto e che sa trasmettere una parte sostanziale, al femminile, di storia del Novecento spesso data per scontata o mai raccontata.

Impostato sul dialogo tra generazioni, tra una nonna e una nipote, il testo  mette al centro la libertà, la parità, la condivisione, la partecipazione, l’impegno collettivo: siamo tutt* parte di uno stesso libro, di un solo racconto steso a più mani. Valori e insegnamenti trasmessi dalle generazioni femminili che parlando di saperi e di autodeterminazione regalando a chi legge la possibilità di scegliere ciascuna la sua storia, con quale fiaba addormentarsi e con quale fare addormentare i/le più piccol*.

Sulla quotidianità di una nonna che segue la sua nipotina e la di lei dolce gattina, Mizar, le Autrici impostano un discorso d’educazione civica, riportando anche l’intero articolo 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari digintà sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (incipit).

Posto a metà del libro, ne è il cuore e la ragione dell’impegno di vita di Monica Marelli e Rosa Oliva.

Semplice e immediata la comunicazione artistica di Francesca Lù, che arricchisce il testo.

Nel manifesto di presentazione della casa editrice – che ha dieci collane d’impegno divulgativo – si legge:

«In scienza e coscienza, siamo convinti che i libri debbano prima essere fatti bene, e dopo ben portati vicino ai possibili lettori. I temi scientifici, medici e tecnologici sono il cuore del nostro essere nel Ventunesimo secolo, condividere libri è la nostra scommessa sul futuro.»

 Segnalazione: SERENA BALLISTA; illustrazioni CHIARA CARRER, Una stanza tutta per me, Settenove edizioni, Cagli (PU), 2017

Motivazione scritta da Irene Iorno

Il libro, su progetto grafico di Tommaso Monaldi, trasmette all’infanzia l’idea e il senso di un spazio tutto per sé, una stanza, la propria, perchè ciascun* ne dovrebbe avere una per poter dare inizio ai propri racconti e dove poter giocare, immaginare e sognare.

Il titolo e il nome della piccola protagonista sono un richiamo trasparente al celebre saggio Una stanza tutta per sé (A Room of One’s Own), dell’autrice inglese Virginia Woolf, prima edizione il 24 ottobre 1929.

Su Virginia e su un piccolo ragno, s’incentra il tenero e breve racconto che propone lo scambio, l’osmosi tra la bambina e l’insetto:

«Una scrittrice ė come un ragno, tutti e due costruiscono una Trama (…) si somigliano più di quanto pensi, si divertono in compagnia come te ma costruiscono una stanza tutta per sé»

Un’opera che invita a riempire le ultime due pagine, lasciate in bianco, dei pensieri e fantasie di chi legge e a descrivere la propria stanza intesa come un luogo dove imparare a sentirsi liber* di poter scrivere la propria storia e realizzare i propri desideri.

Illustrazioni delicate e un sapiente uso dei colori, parlano della sensibilità artistica di Chiara Carrer.

≈  PREMIO REDAZIONE per opere di particolare valenza giornalistica e divulgativa ≈

Tesi di laurea di Valeria Scopelliti, Emma e le altre…il giornalismo “rosa” a Messina nella prima metà del ‘900, Università degli studi di Messina, dipartimento di civiltà antiche e moderne, Corso di laurea magistrale in metodi e linguaggi del giornalismo; Relatrice Prof.ra Michela D’Angelo

Motivazione letta da  Maria Paola Fiorensoli

Con grande piacere assegniamo, nel nostro trentesimo, questo premio a Valeria Scopelliti che, insieme alla sua Relatrice, ha fatto una scelta utile e coraggiosa, riportando le sfumature del “rosa” nella stampa messinese ove si evince, come d’altronde altrove e nel presente, un pervicace pregiudizio su cosa le donne debbano leggere/apprendere le donne e sul ruolo di secondo piano assegnata a quella stampa.

Il pregio della Tesi è la consegna di un mondo vivace e vivido, uno scorcio d’Italia con sconosciute genealogie di giornaliste. Sono raggiunti i tre obiettivi: documentare la presenza costante di rubriche dedicate alle donne; individuare le firme femminili che in modo occasionale o duraturo influenzarono il pubblico; evidenziare le tematiche ricorrenti (moda,  ricette, consigli, curiosità) e gli spazi dati.

La testata “Il Marchesino”, una delle maggiori, riservò, per esempio, «ampio spazio alle donne più come lettrici che come autrici», e ospitò il “debutto” di Emma Lisi «che può essere considerata la giornalista più longeva e prolifica del giornalismo messinese della prima metà del ‘900» (p. 8) e che vi scrisse 7 articoli, a fronte dei 600 pubblicati, tra il 1905 e il 1941, sul periodico cattolico “La Scintilla”.

Nel paragrafo dedicato a Femminismo pro e contro si legge:

«È in questi anni che il termine femminismo inizia a diffondersi con un misto di paura, timore, disprezzo ma anche ammirazione e orgoglio (…) Negli anni precedenti il terremoto di Messina, il femminismo è ancora considerato come una moda straniera, qualcosa di particolare, che s’inizia ad infiltrare nelle solide tradizioni della nostra città. Se nel 1908 su “La Scintilla” il femminismo è il tema di ben quattro articoli fortemente critici nei confronti della parità dei diritti, il termine andrà completamente a scomparire nel post terremoto, lasciando alla donna il ruolo di protagonista della casa e della famiglia e mostrando le istanze femministe solo come una forte minaccia all’integrità sociale. Non bisogna pensare che fossero solo gli uomini ad essere contrari al femminismo; anche molte donne si schierano contro le nuove tendenze appellandosi alle direttive della Chiesa e al comportamento pericoloso delle  femministe che abbandonano case, famiglie e il loro ruolo sociale.» (punto 4, p. 79) Di contro, s’invitano le fanciulle alla devozione, alla beneficienza, al lavoro nella casa e per la famiglia.

Preziose, per mole di lavoro e rigore, le 12 pagine di tabelle, in Appendice con riporto di titoli, date, testate.

Invitiamo alla pubblicazione di un lavoro che supera il già importante traguardo universitario per ricostruire un’epoca, genealogie giornalistiche femminili, fare del microcosmo messinese lo specchio della società in cui con difficoltà s’affermava l’emancipazionismo e la libertà femminile.

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BANDO 2017

XVIII°  PREMIO DI SCRITTURA FEMMINILE “IL PAESE DELLE DONNE” & XXV°  PREMIO “DONNA E POESIA”  dedicato  all’artista cilena  Maria Teresa  Guerrero (Maitè) 

Le due associazioni proponenti, attive dagli anni Ottanta del ‘900 nelle politiche delle donne, partecipi dell’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, dell’Affi e di Archivia, propongono un concorso per Autrici, senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio, con materiali in italiano o con traduzione in italiano.

 Il materiale in concorso entrerà nei fondi bibliotecari dell’associazione Il Paese delle donne nell’Area Umanistica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale e in Archivia nella Casa internazionale delle donne. 

 

1) Saggistica (sezione A): opere edite

2) Narrativa (sezione B): opere edite; e-books

  1. a. romanzi e novelle; b. narrativa specialistica per l’infanzia;

3) Tesi di Laurea (sezione C) conseguite in Università italiane, pubbliche e private (2015 -16-17)

  1. Tesi di dottorato, Tesi di Master e Tesi di Scuole di Specializzazione; b. Tesi di Laurea Magistrali;
  2. Tesi di laurea triennali

4) Poesia (sezione D) coincidente con il XXV° Premio “Donna e Poesia”:

  1. edite (escluse antologie a più firme, quotidiani e riviste); b. inedite (max tre poesie);
  2. silloge (max 12 componimenti non superiori ai 400 versi complessivi);

5) Arti visive (sezione E): opere edite (saggi, biografie, cataloghi);

6) Graphic Design:(sezione G): a. opere di fumetto; b. graphic novels;

Segnalazioni (max due per sezione)

Premio Redazione   (assegnato ad un’opera in concorso di particolare valenza divulgativa)

 

Le sezioni A, B, C, E, G esprimono 1° e 2° premio; la D solo uno per l’edito e uno per l’inedito; uno solo il Premio Redazione; le Segnalazioni non ricevono i premi consistenti in opere d’arte e/o d’artigianato artistico.

Recensioni del materiale premiato e segnalato e di altro in concorso su: ‘paese delle donne on line rivista’  e sul monografico “il Foglio de Il Paese delle donne” (cartaceo) spedito alle abbonate e a tutte le concorrenti.

Inviare entro le h. 24,00 del 15 luglio 2017 (prorogato al 22 luglio per la sez. C) in pacco chiuso contenente:  

1) Una copia cartacea del materiale in concorso (non inviare altro materiale)

2) Foglio con titolo dell’opera, generalità, indirizzo, recapito telefonico ed e-mail.

3) Fotocopia del versamento di € 25,00 (venticinque) su c/c postale n. 69515005 intestato: Associazione il Paese delle donne; causale: “Premio 2017” al seguente indirizzo:

Fiorenza Taricone – Via Rifredi 48 – 00148 Roma

Attenzione: non inviare raccomandate; i pacchi mancanti anche di un solo requisito non saranno esaminati.

Le vincitrici saranno avvisate per e-mail entro le h. 24.00 del 31 Ottobre 2017.

Premiazione: 02.12.2017 – Casa Internazionale delle donne – Via della Lungara 19 Roma

Premiazione su youtube; link Premio: paesedelledonne-on line-rivista

 

Giuria: Maria Paola Fiorensoli  e  Fiorenza Taricone (Co-Presidenti Premio); Anna Maria Robustelli (Presidente Donna e Poesia); Gabriella Anselmi, Donatella Artese, Amelia Broccoli, Edda Billi, Gabriella Gianfelici, Monica Grasso, Teresa Mangiacapra, Beatrice Pisa, Marina Pivetta, Lucilla Ricasoli, Maria Teresa Santilli, Alba Bartoli Ungaro,  Consuelo Valenzuela.                 La Giuria decide a criterio insindacabile, non impugnabile in alcuna sede.

 

Info: Associazione Il Paese delle donne: s. l. Via della Lungara 19 – 00165 Roma; paesedelledonne@libero.it; cell. 3470336462 (feriali); Associazione Donna e Poesia: 3498757498 – 3485605528 (feriali)


PREMIAZIONE  27 NOVEMBRE 2016

Si è svolto alla Casa Internazionaler delle Donne la mattina del 27 novembre 2016 la cerimonia dei premi alle vincitrici che  – ogni anno – da diciassette per il Paese delle donne e da ventiquattro per Donna e Poesia – vengono assegnati dalle due associazioni che promuovono il Premio di scrittura femminile. Le due associazioni hanno intrecciato  percorsi amicali e  unità d’intenti nella promozione e divulgazione culturale oltre ad un pluridecennale attivismo nelle politiche autonome, democratiche e non violente delle donne.

momento della premiazione - Foto di Beatrice Pisa di Monterosa

momento della premiazione – Foto di Beatrice Pisa di Monterosa

 

La premiazione dell’edizione 2016, organizzata da tempo, è caduta l’indomani della grande manifestazione “non una di meno”, frutto della presa di parola di tante donne di ogni età e del loro associazionismo da sempre impegnato a contrastare le violenze, a modificare i modelli culturali e i tanti linguaggi e stereotipi che le trasmettono e le giustificano.
Il nostro duplice Premio, nato durante l’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, ci rende fiere e ci emoziona per la ricchezza qualitativa e la varietà dei temi.

 

Gabriella Gianfelici, Maria Paola Fiorensoli, Firenza Taricone

Gabriella Gianfelici, Maria Paola Fiorensoli, Firenza Taricone

Da Maria Paola Fiorensoli, da Firenza Taricone e da Anna Maria Robustelli un sentito grazie alle tante che hanno reso possibile un evento che valorizza la genialità e i talenti femminili e che è sorretto dall’attenzione delle Autrici e delle Case editrici; dalle quote d’iscrizione; dall’impegno gratuito della Giuria; dal contributo di generose Associazioni in merito ai premi.

Anna Maria Robustelli e Gabriella Gianfelici per Donna e Poesia

Anna Maria Robustelli e Gabriella Gianfelici per Donna e Poesia

Come sempre, il materiale pervenuto è depositato nei due Fondi associativi del Paese delle donne in Archivia-Casa internazionale delle donne e nella biblioteca dell’Area umanistica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. In essi, depositiamo anche il materiale cartaceo inviato, fuori concorso, per recensione, al Paese delle donne (Via della Lungara 19, 00165 Roma).

 

 

Consuelo Valanzuela e Fiorenza Taricone

Consuelo Valanzuela e Fiorenza Taricone

Ricordiamo che il prossimo Bando di scrittura femminile Il Paese delle donne & Donna e Poesia, in uscita l’8 gennaio 2017, prevede sette sezioni (saggistica, poesia edita e inedita, tesi di laurea, saggi di arti visive, narrativa, narrativa per l’infanzia, fumettistica), e sarà reperibile su: “paese delle donne on line rivista”; sito “casainternazionale delledonne.org“; e-mail: associazionepdd@gmail.com.

 

logo del premio

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PREMIO DI SCRITTURA FEMMINILE IL PAESE DELLE DONNE – XVII°   &    DONNA E POESIA – XXIV°

Elenco delle Autrici vincenti cui rinnoviamo i complimenti.

 1° ex aequo saggistica: GIOVANNA CAMPANI, Antropologia di genere, Rosenberg & Sellier, 2016

ex aequo saggistica: MIRELLA LEONE, Da studentessa a professoressa, Bonaccorso, 2015

saggistica: FERDINANDA VIGLIANI, L’altra verginità, Rosenberg & Sellier,  2016

narrativa: FLAVIA CRISTALDI, Il vulcano di Guayaquil, L’Erudita, 2016

narrativa: GINEVRA BENTIVOGLIO, Voglia di insicurezza, Fefé, 2016

Premio unico poesia edita: LEILA FALÀ, Mobili e altre minuzie, Dars, 2015

Premio unico poesia inedita: GINEVRA SANFELICE DI MONTEFORTE LILLI, Magari martedì

Segnalazione poesia edita, SIMONETTA FILIPPI, E vennero le donne, Erasmo, 2013

Tesi di Dottorato: SUSANNA MANTIONI, Monacazioni forzate e forme di resistenza al patriarcalismo

 nella Venezia della controriforma, Università Roma Tre, Scuola dottorale in Scienze  Politiche,

Sezione Questione Femminile e Politiche Paritarie, XXVI° ciclo, a.a. 2011-2013

Tesi triennali: FATIMA EL IDRISSI, L’Islam e la modernità, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Laurea triennale in Scienze della Comunicazione, a.a. 2014-2015

Saggi di Arti visive: non assegnato

Saggi di Arti visive: ANNA ZOLI, Tao  del mosaico. Vite intrecciate, Pendragon, 2013

Premio Redazione: ROBERTA MAZZANTI, SILVIA NEONATO, BIA SARASINI (a cura di),

L’invenzione delle personagge, Iacobelli, 2016

CONSIGLI DI LETTURA – testi fuori concorso recensiti su “paese delle donne on line rivista”

 Consuelo Valenzuela, Guida alle più belle case di artisti in italia, stampa alternativa, 2016

Graziella Carassi, Maddalena, profuga per sempre. Intrecci e memorie, Capponi, 2015

Ilaria Guidantoni, Lettera a un mare chiuso per una società aperta, Albeggi, 2016

Monica Grasso e Paolo Carloni, L’uno e l’altro volto. Michelangelo, Vittoria Colonna e la Vergine del Giudizio Sistino, Ginevra Bentivoglio EditoriA, 2016

Noemi Crain Merz, L’illusione della parità. Donne e questione femminile in Giustizia e libertà e nel Partito d’Azione, Franco Angeli, 2013

Renata Russo Drago, Tra violenza e onore. Le donne nei processi penali del periodo borbonico (1819-1859), Lombardi, 2012

GIURIA

Co-Presidenti: Maria Paola Fiorensoli  e  Fiorenza Taricone – Gabriella Anselmi – Donatella Artese – Amelia Broccoli – Edda Billi – Gabriella Gianfelici – Monica Grasso – Teresa Mangiacapra – Beatrice Pisa – Marina Pivetta – Lucilla Ricasoli – Maria Teresa Santilli – Alba Bartoli Ungaro – Consuelo Valenzuela e Anna Maria Robustelli Presidente“Donna e Poesia”

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antropologia

Giovanna Campani, docente di Pedagogia Interculturale, laureata in Filosofia all’Università di Pisa e in Sociologia all’Università di Parigi I, ha conseguito un dottorato in Etnologia all’Università di Nizza. Si occupa da molti anni di migrazioni internazionali, questioni di genere, relazioni interculturali. È autrice, tra l’altro, di Genere, Etnia e classe (ETS, Pisa 2000), I saperi dell’Interculturalità (Liguori, Napoli 2003) e Perché siamo musulmane (Guerini, Milano 2003).

Giovanna Campani, docente di Pedagogia Interculturale, laureata in Filosofia all’Università di Pisa e in Sociologia all’Università di Parigi I, ha conseguito un dottorato in Etnologia all’Università di Nizza. Si occupa da molti anni di migrazioni internazionali, questioni di genere, relazioni interculturali. È autrice, tra l’altro, di Genere, Etnia e classe (ETS, Pisa 2000), I saperi dell’Interculturalità (Liguori, Napoli 2003) e Perché siamo musulmane (Guerini, Milano 2003).

MOTIVAZIONI per il 1° PREMIO ex aequo sezione saggistica lette da Fiorenza Taricone  PER GIOVANNA CAMPANI Antropologia di genere, Rosenberg & Sellier, 2016

Il libro, dal contenuto molto interessante non solo per le e gli appassionati di antropologia, inizia dal XVII secolo con l’antropologia del secolo dei Lumi, titolando il capitolo La nascita delle scienze dell’uomo, definizione che riflette l’etimologia della disciplina. L’antropologia sta appunto per discorso, logos, sull’uomo e risulta subito chiaro, a partire dal terzo capitolo soprattutto, dal titolo Le pioniere. Donne antropologhe nell’Ovest americano, come le donne abbiano portato nuova linfa e sguardi di genere in un orizzonte che era nato monosessuato.L’Autrice precisa infatti che la “storia dell’antropologia di genere non può prescindere dal ruolo delle donne nella costruzione dei saperi antropologici, ma a sua volta l’importante presenza di donne antropologhe non può prescindere dall’emergere del movimento femminista”.

Come si legge nell’Introduzione del resto,il filone antropologico è fortemente influenzato dalla questione dell’emancipazione: battaglie contro la schiavitù, per i diritti delle donne, per i diritti delle popolazioni non europee colonizzate. Il libro ha il merito fra gli altri, di ricordare ad alcuni/e e di presentarlo come una novità ad altri, che i fondatori e fondatrici di questa disciplina oggi radicata nel nostro sistema formativo universitario vengono da lontano, a iniziare come già ricordato nel Settecento, come scienza dell’uomo separata dalla storia teologica della Bibbia, per poi proseguire e fare i conti con la teoria dell’evoluzione della specie di Charles Darwin, proseguendo con l’opera dello statunitense Lewis Morgan e dell’inglese Edwuard Tylor. Ma risulta anche evidente come gli antropologi, di solito imoegnati sul campo con le loro ricerche, abbiano proseguito poi sempre sul campo l’impegno politico, contro i fascismi, i razzismi e i totalitarismi. Come Franz Boas, difensore dei diritti umani e contro ogni forma di razzismo.

Le antropologhe dovettero liberarsi da pregiudizi maschili che consideravano lo sguardo maschile oggettivo e razionale, e quello femminile emotivo e irrazionale. Neanche uomini come Tylor che pure riconoscevano a donne come Matilda Coxe Stevenson un ruolo innovatore e percettivo nei confronti di donne e bambini. Uno stereotipo contro cui dovette lottare la Wasa, Women’s Anthropological Society of America, fondata dalla stessa Coxe e altre nove donne. Non sempre le pioniere della disciplina coniugarono ricerca e famiglia, come Matilda Coxe; Alice Cunningham Fletcher, scomparsa nel 1923, fu sempre una single woman e non si sposò. Impegnata nel femminismo, s’impegnò nella difesa delle popolazioni native nord americane.

Critiche di eccessivo radicalismo furono rivolte ad alcune come Elsie Clews Parsons, prima allieva di Franz Boas, scomparsa  nel 1941,attivista femminista di formazione sociologica. Il matrimonio di prova, il divorzio consensuale, l’accesso a una contraccezione affidabile furono attaccate dalla stampa conservatrice e clericale.

Innovativi e fondamentali furono i lavori di Ruth Benedict, che applicò il relativismo culturale introdotto da Boas. “Il solo modo in cui possiamo conoscere il significato dei vari dettagli del comportamento è guardando ai motivi, ai valori e alle culture che appaiono istituzionalizzati in quella cultura”.

Un contributo che l’Autrice definisce difficile da riassumere fu quello di Margaret Mead, e i suoi studi sugli adolescenti in Nuova Guinea. Definita da una studiosa autentica figlia dei fiori, interessta alla pace, alla giustizia, alla libertà sessuale e all’avventura, lavorava senza sosta per il cambiamento sociale. Nella sua opera Sex and Temperament è già presente il concetto di genere. La Mead aveva frequentato anche i corsi della Benedict e fra le due ci fu una lunga relazione, anche se entrambe scelsero di non parlarne; “solo dopo la morte della Mead furono rese pubbliche alcune lettere da cui trapelavano la profondità e l’intimità della loro relazione”.

 

da-studentessa

, dopo aver conseguito il diploma del liceo classico, si è laureata in Filosofia presso l'Università di Padova. Ha conseguito anche il diploma del liceo artistico e ha frequentato i corsi della Accademia Cignaroli di Verona. Ha frequentato i corsi seminariali delle scuole di specializzazione di Filosofia presso l'Università di Milano e di Urbino. Ha insegnato Lettere nelle scuole medie e Filosofia e Storia nei licei, in particolare negli ultimi venti anni nel Liceo Classico "Scipione Maffei" di Verona. Ha insegnato presso l'Università di Verona come esercitatrice di Filosofia. Si è occupata prevalentemente di filosofia classica e di storia di genere. Ha partecipato a diversi Convegni, producendo relazioni e contributi vari, in Italia e all'estero. Fa parte dell'ARCHIVIO PER LA SCRITTURA E LA MEMORIA DELLE DONNE presso l'Archivio di Stato di Firenze, dell'AICC (Associazione italiana cultura classica) e del CLE (Centrum latinitatis Europae).

Mirella Leone, dopo aver conseguito il diploma del liceo classico, si è laureata in Filosofia presso l’Università di Padova.
Ha conseguito anche il diploma del liceo artistico e ha frequentato i corsi della Accademia Cignaroli di Verona.
Ha frequentato i corsi seminariali delle scuole di specializzazione di Filosofia presso l’Università di Milano e di Urbino.
Ha insegnato Lettere nelle scuole medie e Filosofia e Storia nei licei, in particolare negli ultimi venti anni nel Liceo Classico “Scipione Maffei” di Verona.
Ha insegnato presso l’Università di Verona come esercitatrice di Filosofia.
Si è occupata prevalentemente di filosofia classica e di storia di genere. Ha partecipato a diversi Convegni, producendo relazioni e contributi vari, in Italia e all’estero.
Fa parte dell’ARCHIVIO PER LA SCRITTURA E LA MEMORIA DELLE DONNE presso l’Archivio di Stato di Firenze, dell’AICC (Associazione italiana cultura classica) e del CLE (Centrum latinitatis Europae).

MOTIVAZIONI al 1° PREMIO ex aequo sezione saggistica lette da Maria Paola Fiorensoli per MIRELLA LEONE, Da studentessa a professoressa. Una donna dell’Ottocento alla conquista della professione, Bonaccorsi, 2015 

Florina Salvoni, nata a Ferrera Erbognone (Pavia), il 30 giugno 1856. fu la prima alunna del Liceo Scipione Maffei di Verona; la prima laureata dell’Università di Firenze (prima del 1890); una delle prime, se non la prima professoressa del Regno d’Italia e la prima che insegnò non provenendo dal Magistero ma da un percorso riservato al maschile (liceo e Università).

I dirigenti ministeriali, di fronte all’unicità, la dissero «maestra specializzata, sopramaestra

Come ebbe «la felicità» di studiare, Florina Salvoni ebbe quella d’insegnare (Alessandria, Udine e Bergamo); di contribuire alla formazione dei maestri elementari; di essere il simbolo della femminilizzazione dell’insegnamento, «settore d’avanguardia laddove in altri settori, come l’avvocatura, le donne venivano respinte, l’A. ricorda Lidia Poet, la prima donna ad accedere all’avvocatura dopo quarant’anni di battaglie (1920).»

Nell’avvincente biografia su colei che da sola, passo dopo passo, primeggiando per merito, «compì una piccola ma in realtà grande rivoluzione, affermando il suo diritto all’istruzione al livello più alto e alla libertà di accedere a uno spazio pubblico», l’A. dichiara la scarsità delle fonti: «un opuscolo, i certificati anagrafici, alcuni documenti di archivi storici di varie scuole e curie, brevi cronache locali.»

Florina Salvoni era una ragazza graziosa, intelligente, educata, sapiente, che realizzò i suoi desideranda in tempi in cui uomini illustri gareggiavano in frasi sessite: es. Gioberti, filosofo e politologo: «La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sè.»

Antesignana delle tante giovani donne post-unitarie che si dedicarono all’insegnamento – molte maestre, poche professoresse – Florina Salvoni dette il suo contributo alla crescita culturale e all’unità del paese che nell’alfabetizzazione di massa attraverso l’obbligo scolastico e nella leva  (maschile), trovavano i capisaldi della costruzione simbolica e sociale dell’unità nazionale.

Sul periodo molto si è detto ma l’A., guardando a ciò che è cancellato o distorto, parla delle «giovani donne affamate di sapere e di lavoro» che affrontarono solitudini, disagi economici dovuti agli scarsi stipendi (la metà di quelli maschili a parità di lavoro), e agli impedimenti di carriera, penalizzate da pregiudizi e dalla dipendenza dall’Autorità locale, spesso ricattate nella sfera sessuale, per ottenere, come Florina Salvoni, protagonismo intellettuale, autonomia economica, relazioni transgenerazionali improntate alla stima, alla gratitudine, all’affetto.

Esaminando la letteratura di settore, l’A. nota che «prima della stereotipata, deamicisiana Maestra dalla penna rossa, nulla parla delle professoresse, come se non esistessero»: es. Massimo Bontempelli, ne il Socrate moderno, biografa molti professori, nessuna professoressa e cita solo le vedove dei professori.

In merito al termine professoressa, cui l’uso non sessista della lingua introdotto da Alma Sabatini preferisce professora, l’A. ricorda che in mancanza di un termine che indicasse quella nuova presenza sulla scena pubblica, professora fu scartato poiché ritenuto una derivazione dal maschile non un sostantivo femminile di una lingua senza il neutro.

«L’anno della personale conquista di diritti di Florina Salvoni fu il 1884, quello in cui Anna Maria Mozzoni pubblicò “Alle fanciulle”» sottolinea l’A. e cosa lei ne pensasse, come e se partecipasse alle istanze suffragiste non è detto, sia perché una parte dell’emancipazionismo metteva la lotta per il suffragio in secondo piano, nella politica dei due tempi, sia perché di Florina Salvoni non si sa niente dopo che ebbe ottenuto la Laurea e l’insegnamento, ma in ambiti più limitati, femminili, di quelli che il titolo le avrebbe consentito.

La sua parabola svanisce dopo l’incarico a Bergamo, non si sa l’età e il luogo della morte, ma l’A., non meno determinata della sua eroina, promette ulteriori studi, con ottica di genere.

laltraMOTIVAZIONI per il 2°PREMIO  sezione saggistica lette da Maria Paola Fiorensoli per  FERDINANDA VIGLIANI con L’altra verginità, Rosenberg & Sellier, 2016

Attiva nella politica e negli studi delle donne dall’inizio degli anni Settanta, è autrice di testi teatrali e regista televisiva. Nel 1995 è tra le fondatrici del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile e nel 2006 di ArDP (Archivio delle Donne in Piemonte). Per Rosenberg & Sellier ha pubblicato Non è per niente facile. La relazione tra i generi all’età del primo amore (2003).

Ferdinanda Vigliani, attiva nella politica e negli studi delle donne dall’inizio degli anni Settanta, è autrice di testi teatrali e regista televisiva.
Nel 1995 è tra le fondatrici del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile e nel 2006 di ArDP (Archivio delle Donne in Piemonte). Per Rosenberg & Sellier ha pubblicato Non è per niente facile. La relazione tra i generi all’età del primo amore (2003).

“Età ingrata” si dice dell’adolescenza, per le problematiche che esplodono nel privato e nel pubblico (la scuola, il gruppo amicale, ecc.), spesso in modo dirompente e che nelle società moderne è ritualizzato in forme più labili, seppur riconoscibili, che in passato.

Lo sguardo dell’A. – attiva nella politica e negli studi di genere dagli anni ’70 del Novecento – s’appunta sul momento adolescenziale, definito uno stato di grazia, in cui «il desiderio, che è forma di energia umana alta e nobilissima, si sveglia e si pontenzia. Ha ancora tutte le caratteristiche del polimorfismo infantile, ma ha una forza mai sperimentata prima. È desiderio allo stato puro: desiderio per il mondo.»

Undicenni, dodicenni, tredicenni con la fortuna di essere cresciut* da «una coppia genitoriale veramente generosa e sostenente» mantengono «il desiderio per il mondo che ancora riescono a pensare come un amico cordiale che schiuderà loro le braccia» pur senza essere immuni dalla disillusione. L’A. indaga il modo, le motivazioni, le radici storiche, letterarie, religiose della lezione impartita, in termini «deludenti e mortificanti», a ragazzine la cui«meravigliosa energia a 360° è ri-orientata in una sola direzione: il principe azzurro.» «Banalizzare il fenomeno e liquidarlo come tempesta ormonale. Questa è la vera perdita della verginità» afferma.

In cinque capitoli che spiegano cosa intenda per ‘altra verginità’, indagano il mistero della latenza, le fiabe, le religioni e le narrazioni antiche, rimane sospeso l’interrogativo: Si può insegnare l’altra verginità? Domanda già posta dall’A. nel seminario di Altradimora organizzato dalla rivista “Marea” (Caranzano, 12-15 giugno 2015). Tutto il libro, e questo è un merito, intreccia la teoria alla prassi. Esistono persone che non hanno mai perso l’altra verginità? che l’hanno persa e poi ritrovata?» si chiede e le chiedono. La risposta è positiva. Sono coloro che hanno conservato l’energia adolescenziale nella maturità e nell’anzianità, non limitandosi a utilizzarla per «i cambiamenti coraggiosi, le decisioni inedite»; non l’hanno mai persa di vista, «hanno saputo coltivarla nelle persone giovani, sia in loro».

L’A. chiude con l’augurio alle donne, alle ragazze, a se stessa, di non spegnere quella luce.                                                                                                  

invenMOTIVAVIONI  PREMIO REDAZIONE per opere di particolare valenza giornalistica e divulgativa lette da Beatrice Pisa

L’invenzione delle personagge, Iacobelli, 2016  a cura di ROBERTA MAZZANTI, SILVIA NEONATO, BIA SARASINI 

 L’idea che il protagonismo femminile nelle opere letterarie, poetiche o musicali che conosciamo da sempre possa essere ora “inventato” costituisce una provocazione che invita all’ approfondimento. La personaggia, spiega Nadia Setti, costituisce una persona che c’è da sempre, ma che diventa riconoscibile e quindi nominabile solo ora che si sono stabilite nuove condizioni di visibilità, viabilità, nominazione. Perché, osserva Bia Sarrasini, personagge sono tutte, anche le più antiche, però sono quelle “nuove” a sollecitare riflessioni. Solo ora che sono nate le nuove protagoniste femminili di racconti, romanzi, autobiografie, film, ecc., nonché le “nuove” lettrici, è possibile dare alle prime spessore e consapevolezza, per rintracciare nelle diversità delle rappresentazioni il mutamento delle fisionomie, le anticipazioni intuitive e visionarie di scrittrici e scrittori. Si cerca insomma chi siano le eroine contemporanee, cosa raccontano, cosa mettono in gioco, quanto si differenzino dalle eroine del passato e infine come interpretare la autonoma esistenza «di queste creature inventate nella mente collettiva, quella che vive degli scambi fra chi legge, chi scrive, chi semplicemente immagina».

La caratteristica principale che pare delinearsi è quella della molteplicità, della polisemicità, ovvero la mancata fedeltà delle personagge a qualsiasi modello o genere letterario, il loro spostarsi continuamente per affrontare diverse imprese in maniera multiforme, non catalogabile.

Queste sono alcune delle articolate riflessioni espresse al convegno della Società italiana delle letterate tenuto nel 2011, le cui relazioni sono pubblicate in questo testo, che si presenta come un interessante insieme intricato e complesso di voci diverse, pieno di suggestioni e proposte. Qui varie autrici giovani e meno giovani riflettono teoricamente sull’enorme potenziale delle personagge, mentre altre presentano le loro esperienze di scrittura, intrecciandole con quelle di lettura, secondo una interazione di notevole ricchezza. Queste autrici esprimono entusiasmo o disagio di fronte a questa novità semantica, espressione evidente del maturarsi di culture politiche che hanno fatto breccia diversamente in donne di generazioni diverse.

Se è vero che, come osserva Nadia Setti, la prima caratteristica messa in campo dalla desinenza al femminile di questa parola è quella di «marcare il genere in tutte le sue latitudini e trasformazioni possibili» o, come dice Maria Rosa Cutrufelli, che «l’impronta sulla pagina è sessuata», allora diventa particolarmente intrigante il tentativo Valeria Gennero di accostare questo termine a quello di queer, usato da Judith Butler per indicare il dissolvimento delle identità di genere, attraverso la decostruzione della nozione di sesso, che finisce per considerare la stessa identità una illusione. L’operazione riesce solo limitando il termine queer ad un significato più ridotto e contenuto, quello di «omosessuale determinata a vivere apertamente il proprio desiderio».

Il che, certo, permette di esaminare alcuni personaggi provocatori della letteratura, espressione dello sviluppo delle nuove identità femminili trasgressive. Ma la difficoltà di Gennero ad accostare i due termini nel loro significato pieno resta e rimanda alla considerazione di Setti che il femminile continua ad essere problematico, ambiguo, perché da una parte porta a salvaguardare la specificità (la cosiddetta “differenza”) dall’altra a limitarne la portata. Se il fascino di queste personagge è quello di proporre «una esperienza differenziale», (sono molte a dichiararlo in questo testo) è tuttavia anche vero che, come diceva Elsa Morante, la forza della protagonista è quella spingerci a ripensare la realtà nella sua interezza, ponendosi non come una parte, ma come un faro che illumina tutta la realtà.

Cerca di ricomporre questa sfasatura Setti, quando osserva che parlare di personaggia non ha la funzione di essenzializzare la figura femminile nella letteratura ma di «rimettere in scena il gioco delle relazioni e dei rapporti simbolici e culturali” cui danno luogo queste opere, prima di tutto quella fra chi scrive e chi legge.» In particolare perchè, come dice Anna Maria Crispino «il lettore è una lettrice».

 

taoMOTIVAZIONI per il 2° premio sezione Saggi di Arti Visive  lette da Monica Grasso per ANNA ZOLI, com  Il Tao del mosaico. Vite intrecciate, Pendragon edizioni, Bologna, 2013

Maria Grazia Brunetti è una ragazza della buona borghesia di Faenza, cresce in anni in cui le donne che non vestono la divisa della gonna e camicetta, vengono additate con sarcasmo: così era la provincia italiana prima del ’68. Come se non bastasse, Maria Grazia è vivace, originale, piena di talento, e vuole dedicarsi all’arte. Nella vicina Ravenna si specializza nel mosaico, che insegna e pratica con perizia in composizioni astratte, dinamiche e coloratissime, che raccolgono l’importante tradizione italiana di quest’arte, che aveva già dato prova con artisti come Severini, di saper interpretare le esigenze della modernità. Sarà successivamente, all’Istituto d’Arte di Firenze, un’insegnante impegnata, creativa e generosa, amata ed apprezzata dai suoi allievi, richiesta anche per opere di livello internazionale.

La storia narrataci da Anna Zoli, amica dell’artista, che la narra intrecciandovi la propria vita, sottolinea anche efficacemente la singolare vocazione femminile alla auto-limitazione: Maria Grazia Brunetti vive relazioni importanti con uomini che finiscono in un modo o nell’altro per condizionarla e limitarne la forza creativa: è generosa con loro, è generosa con i suoi allievi, ma forse non ha quella mescolanza di ambizione, concentrazione, abilità e immensa forza, necessari alla costruzione di una carriera artistica, specialmente se al femminile. Abbiamo premiato questa storia e la sua autrice, per l’appassionata sincerità con cui rende omaggio ad una artista che sicuramente avrebbe meritato una maggiore notorietà.

L’arte è tiranna e l’artista deve all’arte e a sé stesso una dedizione totale ed egocentrica, che molto spesso, come sappiamo è mancata alle artiste, anche alle più grandi.

N.B. il 1° premio non è stato assegnato

il-vulcano-di-guayaquilMOTIVAZIONI PER 1° PREMIO  Sezione Narrativa  lette da  Consuelo Valenzuela per FLAVIA CRISTALDI con Il vulcano di Guayaquil, L’Erudita editore, 2016

È un lungo viaggio di oltre 10.300 km quello che porta Margarita, una giovane donna ecuadoregna di Guayaquil in cerca di un lavoro dignitoso, alla volta dell’Europa, nella città di  Roma. È qui che entra a lavorare nella famiglia di Emma, professoressa di scienze naturali e madre di tre figli, per aiutarla nel disbrigo delle faccende domestiche e nella cura dei bambini, come tante altre sue conterranee.

Come molte donne che emigrano dal Sud del mondo, Margarita sogna un lavoro in Europa per costruirsi un futuro migliore una volta di ritorno nella sua terra di origine, dove spera di riunirsi con il fidanzato José. Ma purtroppo qualcosa va storto nei suoi piani. Appena sbarcata in Italia, subisce uno stupro che le violenta l’anima oltre che il corpo e le fa amaramente rimpiangere di aver lasciato il suo paese. Roma si rivela inospitale e fredda e nella famiglia che la accoglie si evidenziano presto malintesi e incomprensioni che rendono a tratti difficile e conflittuale il rapporto tra le due donne protagoniste del libro.

L’A. di questo romanzo delicato, alla sua prima prova narrativa, è docente di Geografia delle Migrazioni presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Ed è l’incontro-scontro tra le diverse culture il tema principale del libro, di cruciale attualità, visto che, secondo le stime ONU, nel 2013 sono circa 232 milioni le persone nel mondo che vivono in un paese diverso da quello di origine. Il fenomeno migratorio si è poi drammaticamente accelerato negli ultimi anni, com’è oramai sotto gli occhi di tutti visto che, stando alle stesse cifre, erano 154 milioni i/le migranti nel mondo nel 1990, cioè un aumento di circa 50, 2% del flusso emigratorio dal 1990 al 2013.

Flavia Cristaldi tratteggia con delicatezza e acume psicologico le dinamiche che insorgono tra esponenti di culture e usi diversi che si trovano sempre più spesso, per necessità o per scelta, o per ambedue le cose,  a dover condividere gli spazi privati della stessa casa. Il rapporto tra Margarita e Emma, incrinatosi nel corso del tempo per via di incomprensioni legate alle difficoltà della convivenza e alle diverse culture, avrà un esito inatteso quanto inaspettato che getterà una nuova luce sui loro rapporti.

«È stata proprio la sensazione di potersi muovere liberamente, senza dover ruotare i fianchi per passare in due tra pareti troppo ravvicinate, che l’ha spinta a riflettere su quel nuovo fisico presente tra i muri e come in un flash ha avuto tutta la consapevolezza del suo ingombro.

Dopo quello che è successo, però, a sentire le parole della ragazza a quel corpo è stata strappata l’anima ed è rimasta solo carne maleodorante in via di putrefazione. Come uno di quegli ammassi sfatti e senza nome affogati nel Mar Mediterraneo invece che il corpo di un’immigrata che è arrivata viva.»     

vogliadinsicurezza2-fill-250x335MOTIVAZIONI per il 2° PREMIO  per la narrativa  lette da  Gabriella Anselmi   per GINEVRA BENTIVOGLIO con Voglia di insicurezza; postf. di Daniela Frola, Fefé, 2016  

Racconto breve avvolgente e coinvolgente. Penetra ed indaga, con un linguaggio fluido, nei meandri della pluralità e degli intrecci delle relazioni amorose: amicali, familiari, sentimentali. Risveglia emozioni lontane, permette di entrare in contatto con il sé profondo di chi legge. «Quante volte aveva aspettato una telefonata che non arrivava, con la stessa ansia, con la stessa sensazione di cadere nel vuoto?»… «Lancia uno sguardo alla segreteria telefonica ma la luce non lampeggia. Quel dolore dentro, sordo e implacabile si fa sentire»

Fa emergere il timore diffuso del “per sempre” e la necessità costate di essere rassicurate/i.

Incentrato sul femminile e sul possibile rapporto positivo fra donne:

«La spontaneità disinteressata di quella ragazza l’ha colpita ma quello che le è rimasto più impresso è lo sguardo di chi ascolta davvero quando parli. Da tempo non aveva incontrato quello sguardo, non lo aveva neanche cercato. Aveva scelto la superficialità nei rapporti ma non provava più emozioni.»

Si percepisce comunque il sovrabbondare della presenza dell’analista che forse è quella che dà la misura del bisogno di protezione paterna oltre che di accoglienza materna. Forse proprio da questi bisogni che rimangono non appagati si configura la voglia di insicurezza come accettazione del vuoto, del non concluso.

«E sono i loro padri, presenti, come sono sempre stati, giorno dopo giorno, anche se la vita li ha loro sottratti, sono loro, oggi, in quella chiesa, i testimoni della loro unione.»


MOTIVAZIONI PER IL 1°PREMIO  TESI TRIENNALI lette da Donatella Artese : FATIMA EL IDRISSI  L’Islam e la modernità, laurea triennale in Scienze della Comunicazione, Università di Cassino e Lazio Meridionale, a.a. 2014-2015; Tutor: Prof.ra Fiorenza Taricone

La tesi dell’A., come si legge nell’Introduzione, s’incentra soprattutto sulla scorretta analogia fra integralismo, fondamentalismo, misioginia e Islam, specie per ciò che riguarda la subordinazione femminile. Sono forniti anche dati numerici sul mondo musulmano a livello mondiale che conta circa un miliardo di persone, di cui il 30% nel continente indiano, il 20% nell’Africa Sub-sahariana, il 17% nella Asia sud orientale, il 18% nel mondo arabo, il 10% nell’ex Unione Sovietica e in Cina. In Turchia, Iran e Afghanistan risiede il 10% dei musulmani non arabi. Cinque milioni di musulmani sono negli Stati Uniti, in Italia oltre un milione.

Nella parte iniziale, si cita una sorta di breviario di domande e risposte fra cui la spiegazione al perché spesso l’Islam appaia estraneo, esotico od estremanente remoto. Probabilmente, risponde l’A., anche per il fatto che in Occidente, nella vita di ogni giorno, la religione non è un elemento dominante, mentre per i Musulmani è al primo posto, senza barriere fra i mondi secolare e sacro. I cinque pilastri della vita musulmana (fede, preghiera quotidiana, elemosina legale, digiuno durante il Ramadan, pellegrinaggio alla Mecca), sono esaminati approfonditamente. L’ordine sociale armonico è dato dall’esistenza di famiglie patriarcali. L’Islam vede la donna, sia essa nubile o sposata, come un individuo con propri diritti, con facoltà di disporre di beni propri, e conserva il suo cognome. Come il cristianesimo, l’Islam permette che si combatta per difesa personale. L’Islamismo, detto anche Islam politico, è un insieme eterogeneo di dottrine e pratiche politiche che mirano a creare uno Stato che nella religione islamica i princìpi guida per regolarne la sfera economica, politica e sociale oltre che religiosa.

L’A. distingue fra islamofobia che indica pregiudizio e discriminazione verso l’Islam come religione, e anti-islamismo cioé opposizione alle dottrine e pratiche politiche che mirano alla creazione di uno Stato islamico.

Gran parte della Tesi riporta in modo bilingue (italiano e arabo) i versetti del Corano fra i quali quelli in cui si cita la tolleranza fra le religioni e la Jihad, il cui esatto significato è sforzo. Largo spazio è dato alle tipologie del velo e nel capitolo Il velo copre la testa e non la mente l’A. chiarisce che in Islam il velo è obbligatorio perché Dio lo ha ordinato, è simbolo di modestia, ma nessun uomo può obbligare una donna a indossarlo.

L’aborto è consentito solo in due casi estremi: quando si rischia la vita e quando la gravidanza è frutto di una violenza. E via via sono elencati altri diritti.

La conclusione dell’A. è che la modernizzazione islamica, in via di realizzazione, stia percorrendo una via propria e diversa da quella occidentale.

MOTIVAZIONI per il  1° PREMIO  TESI DI DOTTORATO lette da  Beatrice Pisa per SUSANNA MANTIONI con   Monacazioni forzate e forme di resistenza al patriarcalismo nella Venezia della controriforma, Universita’ degli Studi Roma Tre, Scuola dottorale in Scienze Politiche, Sezione Questione femminile e Politiche Paritarie, XXVI° ciclo, a.a. 2011-2013; Tutors: prof.a Roberta Adelaide Modugno; prof.a Maria Victoria Lopez Cordon

Questo lavoro è costruito su una ricca documentazione rinvenuta in numerose biblioteche e archivi, su una notevole quantità di fonti a stampa coeve, letteratura critica, periodici e monografie, nonchè sulla documentazione esistente in rete. Ne è scaturita un’opera assai interessante e articolata, ricca di descrizioni, informazioni e riflessioni che meriterebbero un approfondimento maggiore di quanto possibile in questa breve presentazione.

Particolarmente apprezzabile la messa a punto storiografica da cui parte il discorso, imprescindibile per chiunque voglia fare storia delle donne. La scelta è fra una ricostruzione degli avvenimenti del passato sotto il segno dell’ -oppressione- come si era fatto negli anni Settanta e Ottanta (interpretazione vittimistica) e, al contrario, una interpretazione trionfalistica, come era avvenuto negli anni Novanta, per cui le donne, agendo negli interstizi della storia, si appropriano di un vero e proprio -potere informale-. Quest’ultima posizione, osserva l’A. acutamente, è stata molto influenzata dagli scritti di Virginia Woolf e dalla sua “stanza tutta per sé”, ma non trova grandi riscontri nella realtà storica. Come dimostra il caso drammatico delle monacate “per forza” da genitori traditori (in specie “scelleratissimi padri”) rispetto alle quali non risulta accettabile la proposta di chi ha visto nel monastero l’unico luogo possibile di autonomia e indipendenza per le donne dell’ancien régime. D’altra parte non è accettabile neppure l’affermazione della totale passività di queste donne. Sulla scorta di studiose come Anna J. Schutte, l’A. rifiuta entrambe le interpretazioni, per avanzare l’ipotesi che le donne, in una società tanto compattamente patriarcale come quella dell’epoca, non siano state del tutto acquiescenti, ma non abbiano neppure potuto a ritagliarsi spazi di potere, riuscendo però a realizzare una personale “autoaffermazione”. Quindi, pur di fronte ad un mondo saldamente controllato e gestito dagli uomini, ove alle donne restano solo briciole, scarti, ruoli di secondo piano molte mostrano la capacità di servirsi di queste briciole, delle crepe e delle disattenzioni del potere per esprimere momenti di individualità e autonomia, aprendo la strada al percorso verso l’emancipazione e la liberazione.

Piccoli scampoli di libertà esprimevano queste monache nelle attività culturali come musica, teatro, scrittura nonché nella intensa opposizione di molte al tentativo di “riordinare” i monasteri da parte di autorità laiche ed ecclesiastiche. Significativa la possibilità per donne (nobili) chiuse fra le mura conventuali di gestire finanziariamente il convento, e in qualche caso persino di curare gli affari di famiglia, attraverso l’istituto del Capitolo. Notevole forma di disobbedienza alle regole imposte viene individuata nei comportamenti ribelli di quelle che si danno a clamorose e spesso ripetute fughe, di quelle (poche in verità) che avanzano richieste di dispensa dalla vita religiosa e soprattutto di quelle che stabiliscono incontri amorosi ed erotici con le stesse consorelle, con le giovani a convitto, con i preti confessori o con i “monachini”, uomini che si trovavano nel convento per le più svariate ragioni. Di questi comportamenti “scandalosi”, resta una ricca documentazione, che l’A. giudica una preziosa spia dell’esprimersi di un senso di sé non conforme alle regole sociali imposte.

Molto spazio viene dedicato alla ricostruzione della vicende di quello straordinario personaggio che è la monaca forzata (e non rassegnata) Arcangela Tarabotti, considerata una delle “protofemministe moderne”, che riesce a fare del suo inferno privato momento di denuncia pubblica che attraversa i secoli. Questa, con il suo impegno a divenire una letterata di fama, con la sua capacità di riunire spesso al di là delle sbarre della sua clausura cenacoli di letterati e studiosi, nonché, soprattutto, di far diventare la drammatica vita cui sono sottoposte queste suore “forzate” emblema della condizione di tutte le donne, chiuse nella costrizione vessatoria e umiliante della famiglia patriarcale, esprime una individualità forte, non fiaccata dalle costrizioni in cui vive e una notevole capacità di analisi sociale e politica. È suor Tarabotti che già quattro secoli fa scrive che la riconciliazione fra i generi non potrà che avvenire “sulla tomba del patriarca”.

≈ SEZIONE POESIA EDITA E INEDITA ~ XXIV° PREMIO DONNA E POESIA

  1. SEGNALAZIONE letta da Anna Maria Robustelli e Gabriella Gianfelici  per SIMONETTA FILIPPI con 
  2. e-vennero-le-donneE vennero le donne, Erasmo edizioni, 2013

Un piccolo ma prezioso libro quello di Simonetta Filippi, E vennero le donne, che intreccia i ricordi che Susanna ha della sua amata nonna Rosa in parole colorite e segnate dalla parlata toscana. Viene tracciato un ritratto di donna caratterizzato da vitalità (l’infinità varietà di piante che la nonna ospita in vasi di fortuna fuori dall’uscio di casa), calore (chiudo gli occhi e mi lascio cullare dal movimento impresso al mio corpo dalle gambe della nonna e dalle sue braccia che mi dondolano avanti e indietro al ritmo della filastrocca), spirito battagliero (i consigli dati alla nipote che le racconta le tristi vicende de I miserabili di V. Hugo: No, senti bimba, ora basta con tutte queste tragedie. Un è possibile. A un certo punto bisogna ribellassi, hai capito? E se un ce la fai da sola, ti fai aiutà da qualcuno, però devi cambiare), ironia (le sonore scorregge della nonna: Però io ni voglio proprio bene perché lei m’ascolta, anche se scurreggia, e poi mi viene da ridere); o la scatoletta di latta con le ceneri dello zio Guerino dall’America, scambiata per una minestra in polvere dopo la guerra) e dal rispetto che ispira (… quando parli tu stanno tutti zitti, anche il mi’ babbo …).

  1. Il rapporto tra Susanna che ama leggere e racconta alla nonna – che l’ascolta sempre ed è questo il tratto più significativo di questa persona – le trame dei libri da lei amati (I miserabili, Jolanda la figlia del corsaro nero, Piccole donne) giunge a un culmine drammatico quando la nonna, attraverso il racconto della fiaba di Cappuccetto rosso, a cui partecipa anche la nipote, riesce a convincerla a dar voce alla violenza subita dal vinaio: Vomita Bimba Vomita Butta Fuori Tutto Urla Urla Picchia Forte Buttalo Fuori Buttalo Fuori Quel / Maledetto Mostro Infame / Povera La Mi’ Bimbina / Abbraccia Nonna Sí Sí Cosí Si Piange Insieme Non C’è / Piú Il Lupo Non C’è Piú Cianno Pensato L’òmini / Il Lupo Non Esiste Piú / Non Ti Preoccupare Abbraccia Nonna Forte Forte Amore Abbraccia La Tu’ NonnaLe parole della nonna, dense di fremente affetto e di profondo intuito, riescono a far elaborare alla bambina la triste esperienza. Il capitolo si chiude con parole drammatiche e corroboranti:                          E vennero le donne / a spartirsi l’orrore / perché diventi vitae l’urlo ci trafigga / nel corpo e nella mente / muto per sempre / vuotoLa fine della storia coincide con gli ultimi momenti della vita della nonna, con le figlie che si prendono cura di lei, la puliscono e la custodiscono ora che è anziana e malata. C’è anche Alice, la figlia di Susanna, che con orgoglio viene a sapere: Io sono come nonna Rosa: ciò la topina grossa! Proprio come lei …e ora vedrai che glielo ritrovo io lo zoccolo! Susanna racconta alla nonna, prima che chiudano la cassa, che ha visto una foto dei campi di concentramento in cui una vecchia e una bambina nude, di spalle, si tengono per mano e vanno verso il forno crematorio.Vorrei concludere con le parole di Gabriella Gianfelici: «Simonetta Filippi, possiede un’ironia dissacrante che immette in tutti i suoi testi insieme alla consapevolezza di essere donna, ancora in una società maschile.»E questo lavoro, E vennero le donne, si connota per una freschezza e un’originalità nuove.Una donna che non smette di denunciare, nella sua città, Livorno, gli sfratti perpetuati nei confronti delle donne dagli antichi palazzi, la tragedia della nave Moby Prince, la violenza sulle donne sempre latente, violenza fisica e psicologica e di impegnarsi, con l’amica e artista Clara Rota, a svolgere laboratori dove lavorano donne svantaggiate. Gli scritti di SF sono momenti di riflessione gioiosa che restano dentro, perché toccano, in modo apparentemente lieve, sensibilità pungenti capaci di far scaturire in noi il desiderio di conoscere, di comprendere, di aiutare.Di uscire, anche, dalle tante gabbie in cui la società ci vorrebbe spingere.
                                                   

    1. poesia-ineditaMOTIVAZIONI per il PREMIO UNICO INEDITI lette da Anna Maria Robustelli  –  GINEVRA SANFELICE DI MONTEFORTE LILLI  con Magari martedì

    In Magari martedì ci sorprendiamo per la visione che si staglia, in ironica prospettiva, sin dall’inizio della poesia, di una fila di parole assetate, come piccoli dromedari nel deserto.

    Seguiamo la fila e scopriamo che le parole sono legate e sembrano obbedienti. Ma in realtà è tutto il contrario: nei versi successivi le parole esplodono in manifestazioni incontrollate, fino a giungere a una graduale prepotenza di modi, a una indubbia mancanza di rispetto.

    Il tutto porta a un certo sconcerto e alla considerazione che si ignora dove ci vogliono portare:

    il lieto fine o verso la fine della pagina, ma senza una vera conclusione.

    In realtà la poesia è percorsa da termini che si rincorrono e travalicano tra l’ordine e il disordine (nel primo caso in fila/obbedienti/consenzienti/scolarette/scimmie ammaestrate; nel secondo assetate/dispettose/scarmigliate/impertinenti), ma direi che nella conclusione di questa lieve e garbata poesia prevale il senso di incertezza, l’impossibilità di possedere una qualche sicurezza, caratteristica peculiare della vita che Magari martedì testimonia con toni misurati e essenziali.

    Chi scrive poesia prima o poi si cimenta sempre sugli strumenti del suo poetare, la lingua, le parole che sceglie, cambia, soppesa, carezza fino a quando, come in fondo diceva Pirandello, sfuggono al suo controllo e prendono una vita tutta loro. Anche Ginevra Lilli ha voluto indugiare su questo tema cucendo una sottile trama di ironia che si riversa infine nel titolo stesso della sua poesia.

    In Magari martedì ci sorprendiamo per la visione che si staglia, in ironica prospettiva, sin dall’inizio della poesia, di una fila di parole assetate, come piccoli dromedari nel deserto.

    Seguiamo la fila e scopriamo che le parole sono legate e sembrano obbedienti. Ma in realtà è tutto il contrario: nei versi successivi le parole esplodono in manifestazioni incontrollate, fino a giungere a una graduale prepotenza di modi, a una indubbia mancanza di rispetto.

    Il tutto porta a un certo sconcerto e alla considerazione che si ignora dove ci vogliono portare:

    il lieto fine o verso la fine della pagina, ma senza una vera conclusione.

    In realtà tutta la poesia è percorsa da termini che si rincorrono e travalicano tra l’ordine e il disordine (nel primo caso in fila/obbedienti/consenzienti/scolarette/scimmie ammaestrate; nel secondo assetate/dispettose/scarmigliate/impertinenti), ma direi che nella conclusione di questa lieve e garbata poesia prevale il senso di incertezza, l’impossibilità di possedere una qualche sicurezza, caratteristica peculiare della vita che Magari martedì testimonia con toni misurati e essenziali. Chi scrive poesia prima o poi si cimenta sempre sugli strumenti del suo poetare, la lingua, le parole che sceglie, cambia, soppesa, carezza fino a quando, come in fondo diceva Pirandello, sfuggono al suo controllo e prendono una vita tutta loro. Anche Ginevra Lilli ha voluto indugiare su questo tema cucendo una sottile trama di ironia che si riversa infine nel titolo stesso della sua poesia.

    L’affanno con le parole descritto in questa poesia è un quadro veritiero degli sforzi con cui le persone che scrivono si confrontano per arrivare a un risultato compiuto e soddisfacente.

    Niente è facile o scontato. Se, in principio, il processo fila liscio (l’ispirazione?), sembra addomesticato, fatalmente con l’avanzare del lavorio della mente, può divenire meno chiaro, può incontrare degli ostacoli, si può bloccare o può avviarsi in direzioni impreviste, che vanno indagate e monitorate. Quello della scrittura è un processo di scavo, di interruzioni, di latenze, di faticose riprese e nessuno garantisce, in questo percorso, che si giungerà all’obiettivo auspicato. Parlando delle parole Ginevra Lilli conclude dicendo:

    Non si sa

    dove ci vogliano portare.

    Verso il lieto fine o scivolando,

    giù, verso la fine della pagina

    senza conclusione, senza

    un abbraccio o una stretta di mano

    che dica: ‘ecco, ci rivediamo

    presto. Magari, martedì’.

     

    MOTIVAZIONI per PREMIO UNICO EDITI lette da   Gabriella Gianfelici

    mobili-e-altre-minuzie-copeLEILA FALÀ, Mobili e altre minuzie, Dars Udine 2015, Quaderni di poesia 11

     Questo libro è vincitore dell’ottava ed. del Premio Internazionale Internazionale di Poesia “Elsa Buiese”, comitato friulano DARS-Donna Arte Ricerca Sperimentazione, Comune di Martignacco e Udine, nel 2015.

    È un piccolo notevole inventario del quotidiano, dei gesti del vivere, delle cose di cui amiamo circondarci: l’abat-jour, il divano dove distendiamo il nostro corpo, la tenda che copre o scopre lo spazio intorno.

    È una poetica che scava l’abitudine e i suoi riflessi, che gioca con l’ironia e le incertezze dei sentimenti.

    È parola semplice ma non semplicistica, ricerca dei versi “leggeri” senza essere mai sciatti nè abusati.

    Una poesia che sento in sintonia col mio lavoro: scarnificare la parola, renderla importante per il suo significato e per il suono.

    Leila Falà sceglie volutamente un tono colloquiale, disserta tra malinconie quotidiane e le “cose di tutti i giorni”, cerca un raccordo fra tutto questo con uno sguardo leggero e distaccato:

    È una tazza di latte cagliato / la stanchezza di queste giornate

    Il suo occhio vigile controlla la polvere, scruta gli oggetti all’interno del mobilio, mentre l’inquietudine sale alla ricerca di uno sguardo complice, di un dialogo.

    E significativamente sgorga l’angoscia quotidiana e il suo essere presente e pesante nella vita di ogni persona, soprattutto femminile:

    Come panni stesi ad asciugare / in un giorno che piove.

    È percettibile spesso il dialogo con il maschile che, con difficoltà a volte si rapporta alle cose e ai sentimenti ma, come in un cerchio, la materialità del quotidiano riporta a sguardi, intimità e abitudini al loro posto, in un sempre rinnovato e attento scambio.

    L’introspezione è forte in questa raccolta come in molti lavori al femminile, sviscerare quello che è intorno a sé è un’attività prevalente nelle donne. Di seguito, una poesia dal libro:

     

    Abat-jour

    Quando

    a colloquio col sonno mi spoglio

    scappano dai ripari diurni del corpo

    penzolano su l’abat-jour in attesa

    sul colle dei libri non letti

    sui colloqui virtuali

    di cellulari in riposo

    ali di parole

    dette lette ascoltate rubate

    a bocche distratte

    a insegne loquaci.

    Attendono come passeri sul filo

    che la luce si spenga.

    E vanno a infilarsi rimescolate nei sogni

    a spiegare i significati della mia irrequietezza

    il senso dei gesti non fatti.

    Mi sospingono fino a depositarmi

    verso minuscole verità della vita.

     

    E poi, insieme al mobilio e altre minuzie, troviamo gli oggetti del nostro vivere: le mollette sul filo, il gelato come esempio di un pugno allo stomaco freddo e improvviso, le lavatrici a gettone…tutto è percepito e indagato. Gli oggetti delle nostre giornate sono stati spesso esaminati come “appendici” della nostra sensibilità, recentemente rammento anche un convegno svoltosi a Duino (Trieste) dal titolo Oggetti /vamente dove tutto questo veniva esaminato in poesia e in narrativa.

    Tutto fa parte della vita e dell’amore, dei silenzi e del frastuono giornalieri.

    Così Leila sopporta un malessere che è anche il nostro: è il disagio ricorrente di coloro che cercano sempre, che alimentano le loro giornata con riflessioni e pensieri.

    E, come esseri umani attaccati al quotidiano, per non naufragare dentro i nostri sobbalzi emotivi cerchiamo le sponde per arginare il nostro torrente impetuoso:

     

        Giorni

        Ci sono giorni che non riesco a starmene seduta

        la sedia è troppo alta, il divano non accoglie.

        Ci sono giorni del letto duro e inospitale

        che pare il disordine insopprimibile del cosmo

        riversarsi in un instabile equilibrio del mio corpo.

        Se ne stanno dure le cose e ossute

        preoccupate di seguire il palinsesto quotidiano

  2. CONSIGLI DI LETTURA testi fuori concorso

 pari Noemi Crain Merz, L’illusione della parità. Donne e questione femminile in Giustizia e libertà e nel Partito d’Azione, Franco Angeli, 2013.

Di particolare interesse nel Settantennio della Repubblica e del voto delle donne, lo studio sulle iscritte ai due movimenti antifascisti, poi confluite nella D.C.; l’A. esamina il loro essere donne tra gli uomini; il loro riferirsi a Mazzini e a Croce; la generosa lungimiranza con cui, in nome di valori universalistici, affiancarono, sostennero e rafforzarono gli iscritti senza reciprocità.

Il libro infatti indaga anche ciò che raccolsero dopo la Liberazione – disconoscimento, ostacoli nelle carriere, emarginazione – individuando «le ragioni del fallimento» nello scarto tra parola politica e azione politica; nel diverso significato dato, dagli uomini e dalle donne, ai concetti di complementarietà, parità e giustizia; nella debolezza di esibire un attivismo politico maschile dato per neutro, l’unico « nel modo dei giellisti di concepire l’impegno politico.»

Ciò comportò non solo l’accettazione di politiche di gradualità, temendosi la frattura con gli iscritti, che permisero «il conservatorismo di un partito progressista» esemplarmente descritto.

Tra molti e inediti profili di gielliste, quello di Barbara Allason che, diversamente da Giovanni Gentile, negò la continuità tra Risorgimento e Fascismo ed equiparò i/le giellist* cospiranti nelle sue stanze, a patriot* risorgimentali. E biografò Silvio Pellico». Di fatto, il salotto Allason fu la più autentica versione in chiave post-risorgimentale del salotto della contessa Maffei».

 

9788898158997_0_0_300_80Monica Grasso e Paolo Carloni, L’uno e l’altro volto. Michelangelo, Vittoria Colonna e la Vergine del Giudizio Sistino, Ginevra Bentivoglio EditoriA, 2016.

Sembra tutto detto sul Giudizio michelangiolesco che, nel 1541, scatenò sentimenti varianti dalla «stupefatta ammirazione alla scandalizzata ripulsa», ma i due Autori – l’una docente di Iconografia e Iconologia all’Università di Urbino e l’altro storico dell’arte, poeta e fotografo – ci riservano sorprese.

«Nella vasta metafora della cultura umanistica, nelle sue sofisticate allusioni simboliche, nutrite anche dal nuovo afflato religioso», che è il capolavoro sistino, ravvisano un nuovo autoritratto di Michelangelo nel profilo maschile nella parte posteriore del velo di Maria.

Profilo comparato con quelli del busto bronzeo di Daniele da Volterra e del ritratto di Bonasone e che «l’appoggio della mano destra della Vergine rende pensoso.»

L’analisi dei linguaggi semantici s’incentra su quella, storica-letteraria-filosofica, del “doppio”; in questo caso «un uomo in una donna»: l’Artista e Maria.

Paolo Carloni (Il Tempo ha un doppio fondo), nega «il luogo comune che vuole Michelangelo poeta dantesco par excellence»; evidenzia nell’audacia pittorica del Giudizio e di quel “doppio” l’influsso di Francesco Petrarca e di Vittoria Colonna. Entrambi gli A. ritengono Michelangelo il maggiore pensatore del ‘500, dopo Erasmo e leggono nel Giudizio le sue prese di posizione nel dibattito in corso sull’ortodossia religiosa e sul ruolo storico della Chiesa. A sua volta, Monica Grasso, nelle belle pagine d’apertura (Figura della Vergine e ad alcune problematiche iconografiche del Giudizio), approfondisce un’altra scoperta: il piede della Vergine sfiora la “graticola” portata a spalla da San Lorenzo come se fosse una scala, in sintonia con il ruolo di Janua Coeli, Porta del Cielo, esaltato dalla controriforma.

 

processiRenata Russo Drago, tra violenza e onore. Le donne nei processi penali del periodo borbonico (1819-1859), Lombardi, 2012.

La ricerca socio-antropologica effettuata principalmente sul Fondo “Gran Corte Criminale” dell’Archivio di Stato di Siracusa, ha permesso all’A., d’origine genovese e d’adozione siracusana, di tracciare un magistrale affresco dei processi per adulterio, infanticidio, parto cesareo, sospetto di aborto procurato, percosse seguite da morte, uxoricidio, veneficio, matrimonio clandestino. Per l’A. «…una discesa agli Inferi in un mondo privo di luce, dove prevalgono la lotta per la sopravvivenza, l’amore per la ‘roba’, intesa nel senso verghiano, la brutalità, la cieca libidine». Donne nate e cresciute in ambienti di generale povertà, ignoranza, controllo oppressivo della voce pubblica, drastica riduzione della libertà personale, rispondono a situazioni spesso al limite del sopportabile giustificando, trasmettendo e agendo violenza.

«Sono pagine di verità che inducono a riflettere sulle incancellabili responsabilità storiche di un sistema sociale di primordiale ancestralità» (C. Piccione, prefazione).

Nella generale arretratezza del contesto, non scevro da motivazioni ideali e politiche pre-unitarie, l’A. evidenzia insospettabili avanzamenti nell’iter processuale del Codice del Regno delle due Sicilie. Della stessa A., un’altra importante ricerca: I figli dello Stato. L’infanzia abbandonata nella provincia di Siracusa dal secolo XVI al fascismo, Lombardi,

case

I luoghi abitati da artist* «possono accrescerne la conoscenza, svelarci particolari che non erano presenti o che non abbiamo saputo cogliere nelle loro opere. (…) Passeggiare nelle stanze dove hanno trascorso la vita può aiutarci a trovare il pezzo mancante per comporre il ritratto di colui o di colei di cui abbiamo amato il libro, il quadro o la partitura musicale».

Con sapienza e stile avvincente, l’A. svela l’ennesima perla nostrana: i luoghi della solitudine creativa, poiché, come disse Marguerite Duras: «Soli lo si è solo in casa, non fuori ma dentro di essa.» «Libro utile e prezioso» (Cinzia Tani, prefazione) stimola la curiosità, spinge alla visita di luoghi piccoli e grandi, in gran parte poco noti, tutti corredati da un «florilegio» di notizie storiche, artistiche, biografiche, anedottiche, informazioni turistiche, fotografie e altre testimonianze (versi, lettere, quadri, ecc.). Tra le stanze del femminile: la casa nuorese in cui crebbe Grazia Deledda, seconda donna al mondo a vincere il Nobel per la letteratura e la prima in Italia (1926); l’apicale Castello di Favale in cui soffrì e fu assassinata dai fratelli per una delittuosa concezione dell’onore la massima poeta lucana cinquecentesca, Isabella Morra; l’austero Castello di Torrella del Sannio in cui operò Elena Ciamarra (1894-1981), figura di cultura e d’afflato europeo, pianista e pittrice, il cui ritratto di anonima Contadina molisana entrò nella collezione di Vittorio Emanuele III. Pagine da tenersi vicine e leggere attentamente.

letIlaria Guidantoni, Lettera a un mare chiuso per una società aperta, Albeggi edizioni, 2016

Di bruciante attualità, la Lettera affronta filosoficamente e politicamente «questo mare culla della società cosiddetta occidentale, chiuso e per questo non necessariamente creatore di una società aperta». Sul concetto di Gemma Corradi Fiumara, parola come ascolto, l’A. imposta «un viaggio nel mare bianco, con recupero della tradizione orale, di quell’incontro con l’altro che non è fatto di parole ma di un ascolto che va al di là di quello che si dice con la voce.»

11 voci narrano «i loro punti di vista, spesso sospesi fra identità plurali»; per l’A., le differenze sono garanzie di pace, di sviluppo sostenibile economicamente e culturalmente, valore morale».

Stefania Nardini, definendosi meticcia italo-marsigliese vede nella bouillabaisse «il simbolo del chiasmo di culture mediterranee»; l’egiziano Muhammad Aladdin esalta «la contraddizione, anima del mondo, motore etereo: quella tra la nostra verità e ciò che aspiriamo ad essere.»

Nel capitolo dedicato alle «sinestesie che il mare evoca, dalla vista e dalla luce, ai colori, fino ai profumi, sapori, suoni, alla tattilità che si avverte nel salmastro che incrosta, sabbia che si disperde nell’aria tra umidità e vento» l’italo-libanese Leyla Khalil narra «le vite perdute e/o sospese stipate in barche che non sono più quelle indistruttibili di cedro dei Fenici ma che fanno acqua dappertutto.» Per Elena Postigo, il mare nostrum «è una sorta di terra acquatica, di continente, non tanto e non solo una barriera d’acqua com’è l’oceano.»

 


BANDO  2016 DEL   XVII° PREMIO DI SCRITTURA FEMMINILE “IL PAESE DELLE DONNE” dedicato all’artista cilena Maria Teresa Guerrero (Maitè) e congiunto al XXIV° PREMIO “DONNA E POESIA”

con il Patrocinio di: Associazione Nazionale Comitati Parità e Garanzia Universitari (UniCpg) -Consigliera Parità provinciale di Frosinone – Associazione culturale “Il Tempo e lo Sguardo”

Le associazioni culturali “Il Paese delle donne” e “Donna e Poesia”, attive dagli anni Ottanta, partecipi dell’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, dell’Affi e di Archivia, promuovono un Premio in 5 (cinque) sezioni, per Autrici, senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio. Concorre materiale in italiano o con traduzione italiana.

1) Saggistica (sezione A): opere edite; e-book.
2) Narrativa (sezione B): opere edite; e-book  –  letteratura per l’infanzia su tematiche di genere e sociali
3) Tesi di Laurea (sezione C) conseguite in Università italiane, pubbliche e private, discusse negli ultimi tre anni: a. Tesi di dottorato, Tesi di Master e Tesi di Scuole di Specializzazione; b. Tesi di Laurea Magistrali; c. Tesi di laurea triennali.
4) Poesia (sezione D) coincidente con il XXIV° Premio “Donna e Poesia”:
a. edite (escluse antologie a più firme, quotidiani e riviste); b. inedite (max tre poesie); c. silloge (max 12 componimenti non superiori ai 400 versi complessivi); e-book.
5) Arti visive (sezione E): opere edite (saggi, biografie, cataloghi, opere a fumetti); e-book.
Le sezioni A, B, C, E esprimono 1° e 2° premio; la D solo uno per l’edito e uno per l’inedito.
Si prevedono Segnalazioni e un Premio Redazione.

Inviare entro le h. 24,00 del 16 luglio 2016, in pacco chiuso contenente:
1) Una copia (cartacea) del materiale in concorso.
2) Foglio con titolo dell’opera per esteso, generalità, indirizzo, recapito telefonico ed e-mail.
3) Fotocopia del versamento di € 25,00 (venticinque euro) su c/c postale n. 69515005, intestato: Associazione il Paese delle donne; causale: “Premio 2016”. Indirizzo: Fiorenza Taricone, Via Rifredi 48, 00148 Roma.

ATTENZIONE: non inviare raccomandate; pacchi mancanti di tutti i requisiti non saranno inoltrati alla Giuria che deciderà con criteri insindacabili, non impugnabili in alcuna sede.
Le vincitrici saranno avvisate per e-mail entro le h. 24.00 del 31 Ottobre 2016.
Premiazione: 26.11.2016 – Casa Internazionale delle donne, Via della Lungara 19 Roma.

I premi consistono in opere d’arte e/o d’artigianato artistico.

Recensioni delle opere premiate su: “Il Foglio de Il Paese delle donne” (cartaceo) inviato a concorrenti e abbonate; cerimonia di premiazione su youtube; archivio: www.womenews.net.

Giuria: Maria Paola Fiorensoli e Fiorenza Taricone (co-presidenti), Donatella Artese, Edda Billi, Amelia Broccoli, Gabriella Gianfelici, Monica Grasso, Teresa Mangiacapra, Beatrice Pisa, Marina Pivetta, Lucilla Ricasoli, Anna Maria Robustelli, Maria Teresa Santilli, Alba Ungaro, Consuelo Valenzuela.

Info: Associazione Il Paese delle donne: s. l. Via della Lungara 19, 00165 Roma.
paesedelledonne@libero.it; www.womenews.net; cell. 3470336462 (feriali 10-17)
Associazione Donna e Poesia: 3498757498 – 3485605528 (feriali 10-17)