logo-premio-paese-delle-donneBANDO 2017

XVIII°  PREMIO DI SCRITTURA FEMMINILE “IL PAESE DELLE DONNE” & XXV°  PREMIO “DONNA E POESIA”  dedicato  all’artista cilena  Maria Teresa  Guerrero (Maitè) 

Le due associazioni proponenti, attive dagli anni Ottanta del ‘900 nelle politiche delle donne, partecipi dell’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, dell’Affi e di Archivia, propongono un concorso per Autrici, senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio, con materiali in italiano o con traduzione in italiano.

 Il materiale in concorso entrerà nei fondi bibliotecari dell’associazione Il Paese delle donne nell’Area Umanistica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale e in Archivia nella Casa internazionale delle donne. 

 

1) Saggistica (sezione A): opere edite

2) Narrativa (sezione B): opere edite; e-books

  1. a. romanzi e novelle; b. narrativa specialistica per l’infanzia;

3) Tesi di Laurea (sezione C) conseguite in Università italiane, pubbliche e private (2015 -16-17)

  1. Tesi di dottorato, Tesi di Master e Tesi di Scuole di Specializzazione; b. Tesi di Laurea Magistrali;
  2. Tesi di laurea triennali

4) Poesia (sezione D) coincidente con il XXV° Premio “Donna e Poesia”:

  1. edite (escluse antologie a più firme, quotidiani e riviste); b. inedite (max tre poesie);
  2. silloge (max 12 componimenti non superiori ai 400 versi complessivi);

5) Arti visive (sezione E): opere edite (saggi, biografie, cataloghi);

6) Graphic Design:(sezione G): a. opere di fumetto; b. graphic novels;

Segnalazioni (max due per sezione)

Premio Redazione   (assegnato ad un’opera in concorso di particolare valenza divulgativa)

 

Le sezioni A, B, C, E, G esprimono 1° e 2° premio; la D solo uno per l’edito e uno per l’inedito; uno solo il Premio Redazione; le Segnalazioni non ricevono i premi consistenti in opere d’arte e/o d’artigianato artistico.

Recensioni del materiale premiato e segnalato e di altro in concorso su: ‘paese delle donne on line rivista’  e sul monografico “il Foglio de Il Paese delle donne” (cartaceo) spedito alle abbonate e a tutte le concorrenti.

Inviare entro le h. 24,00 del 15 luglio 2017 (prorogato al 22 luglio per la sez. C) in pacco chiuso contenente:  

1) Una copia cartacea del materiale in concorso (non inviare altro materiale)

2) Foglio con titolo dell’opera, generalità, indirizzo, recapito telefonico ed e-mail.

3) Fotocopia del versamento di € 25,00 (venticinque) su c/c postale n. 69515005 intestato: Associazione il Paese delle donne; causale: “Premio 2017” al seguente indirizzo:

Fiorenza Taricone – Via Rifredi 48 – 00148 Roma

Attenzione: non inviare raccomandate; i pacchi mancanti anche di un solo requisito non saranno esaminati.

Le vincitrici saranno avvisate per e-mail entro le h. 24.00 del 31 Ottobre 2017.

Premiazione: 02.12.2017 – Casa Internazionale delle donne – Via della Lungara 19 Roma

Premiazione su youtube; link Premio: paesedelledonne-on line-rivista

 

Giuria: Maria Paola Fiorensoli  e  Fiorenza Taricone (Co-Presidenti Premio); Anna Maria Robustelli (Presidente Donna e Poesia); Gabriella Anselmi, Donatella Artese, Amelia Broccoli, Edda Billi, Gabriella Gianfelici, Monica Grasso, Teresa Mangiacapra, Beatrice Pisa, Marina Pivetta, Lucilla Ricasoli, Maria Teresa Santilli, Alba Bartoli Ungaro,  Consuelo Valenzuela.                 La Giuria decide a criterio insindacabile, non impugnabile in alcuna sede.

 

Info: Associazione Il Paese delle donne: s. l. Via della Lungara 19 – 00165 Roma; paesedelledonne@libero.it; cell. 3470336462 (feriali); Associazione Donna e Poesia: 3498757498 – 3485605528 (feriali)


PREMIAZIONE  27 NOVEMBRE 2016

Si è svolto alla Casa Internazionaler delle Donne la mattina del 27 novembre 2016 la cerimonia dei premi alle vincitrici che  – ogni anno – da diciassette per il Paese delle donne e da ventiquattro per Donna e Poesia – vengono assegnati dalle due associazioni che promuovono il Premio di scrittura femminile. Le due associazioni hanno intrecciato  percorsi amicali e  unità d’intenti nella promozione e divulgazione culturale oltre ad un pluridecennale attivismo nelle politiche autonome, democratiche e non violente delle donne.

momento della premiazione - Foto di Beatrice Pisa di Monterosa

momento della premiazione – Foto di Beatrice Pisa di Monterosa

 

La premiazione dell’edizione 2016, organizzata da tempo, è caduta l’indomani della grande manifestazione “non una di meno”, frutto della presa di parola di tante donne di ogni età e del loro associazionismo da sempre impegnato a contrastare le violenze, a modificare i modelli culturali e i tanti linguaggi e stereotipi che le trasmettono e le giustificano.
Il nostro duplice Premio, nato durante l’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, ci rende fiere e ci emoziona per la ricchezza qualitativa e la varietà dei temi.

 

Gabriella Gianfelici, Maria Paola Fiorensoli, Firenza Taricone

Gabriella Gianfelici, Maria Paola Fiorensoli, Firenza Taricone

Da Maria Paola Fiorensoli, da Firenza Taricone e da Anna Maria Robustelli un sentito grazie alle tante che hanno reso possibile un evento che valorizza la genialità e i talenti femminili e che è sorretto dall’attenzione delle Autrici e delle Case editrici; dalle quote d’iscrizione; dall’impegno gratuito della Giuria; dal contributo di generose Associazioni in merito ai premi.

Anna Maria Robustelli e Gabriella Gianfelici per Donna e Poesia

Anna Maria Robustelli e Gabriella Gianfelici per Donna e Poesia

Come sempre, il materiale pervenuto è depositato nei due Fondi associativi del Paese delle donne in Archivia-Casa internazionale delle donne e nella biblioteca dell’Area umanistica dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. In essi, depositiamo anche il materiale cartaceo inviato, fuori concorso, per recensione, al Paese delle donne (Via della Lungara 19, 00165 Roma).

 

 

Consuelo Valanzuela e Fiorenza Taricone

Consuelo Valanzuela e Fiorenza Taricone

Ricordiamo che il prossimo Bando di scrittura femminile Il Paese delle donne & Donna e Poesia, in uscita l’8 gennaio 2017, prevede sette sezioni (saggistica, poesia edita e inedita, tesi di laurea, saggi di arti visive, narrativa, narrativa per l’infanzia, fumettistica), e sarà reperibile su: “paese delle donne on line rivista”; sito “casainternazionale delledonne.org“; e-mail: associazionepdd@gmail.com.

 

logo del premio

logo del premio

 

 

 

 

PREMIO DI SCRITTURA FEMMINILE IL PAESE DELLE DONNE – XVII°   &    DONNA E POESIA – XXIV°

Elenco delle Autrici vincenti cui rinnoviamo i complimenti.

 1° ex aequo saggistica: GIOVANNA CAMPANI, Antropologia di genere, Rosenberg & Sellier, 2016

ex aequo saggistica: MIRELLA LEONE, Da studentessa a professoressa, Bonaccorso, 2015

saggistica: FERDINANDA VIGLIANI, L’altra verginità, Rosenberg & Sellier,  2016

narrativa: FLAVIA CRISTALDI, Il vulcano di Guayaquil, L’Erudita, 2016

narrativa: GINEVRA BENTIVOGLIO, Voglia di insicurezza, Fefé, 2016

Premio unico poesia edita: LEILA FALÀ, Mobili e altre minuzie, Dars, 2015

Premio unico poesia inedita: GINEVRA SANFELICE DI MONTEFORTE LILLI, Magari martedì

Segnalazione poesia edita, SIMONETTA FILIPPI, E vennero le donne, Erasmo, 2013

Tesi di Dottorato: SUSANNA MANTIONI, Monacazioni forzate e forme di resistenza al patriarcalismo

 nella Venezia della controriforma, Università Roma Tre, Scuola dottorale in Scienze  Politiche,

Sezione Questione Femminile e Politiche Paritarie, XXVI° ciclo, a.a. 2011-2013

Tesi triennali: FATIMA EL IDRISSI, L’Islam e la modernità, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Laurea triennale in Scienze della Comunicazione, a.a. 2014-2015

Saggi di Arti visive: non assegnato

Saggi di Arti visive: ANNA ZOLI, Tao  del mosaico. Vite intrecciate, Pendragon, 2013

Premio Redazione: ROBERTA MAZZANTI, SILVIA NEONATO, BIA SARASINI (a cura di),

L’invenzione delle personagge, Iacobelli, 2016

CONSIGLI DI LETTURA – testi fuori concorso recensiti su “paese delle donne on line rivista”

 Consuelo Valenzuela, Guida alle più belle case di artisti in italia, stampa alternativa, 2016

Graziella Carassi, Maddalena, profuga per sempre. Intrecci e memorie, Capponi, 2015

Ilaria Guidantoni, Lettera a un mare chiuso per una società aperta, Albeggi, 2016

Monica Grasso e Paolo Carloni, L’uno e l’altro volto. Michelangelo, Vittoria Colonna e la Vergine del Giudizio Sistino, Ginevra Bentivoglio EditoriA, 2016

Noemi Crain Merz, L’illusione della parità. Donne e questione femminile in Giustizia e libertà e nel Partito d’Azione, Franco Angeli, 2013

Renata Russo Drago, Tra violenza e onore. Le donne nei processi penali del periodo borbonico (1819-1859), Lombardi, 2012

GIURIA

Co-Presidenti: Maria Paola Fiorensoli  e  Fiorenza Taricone – Gabriella Anselmi – Donatella Artese – Amelia Broccoli – Edda Billi – Gabriella Gianfelici – Monica Grasso – Teresa Mangiacapra – Beatrice Pisa – Marina Pivetta – Lucilla Ricasoli – Maria Teresa Santilli – Alba Bartoli Ungaro – Consuelo Valenzuela e Anna Maria Robustelli Presidente“Donna e Poesia”

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antropologia

Giovanna Campani, docente di Pedagogia Interculturale, laureata in Filosofia all’Università di Pisa e in Sociologia all’Università di Parigi I, ha conseguito un dottorato in Etnologia all’Università di Nizza. Si occupa da molti anni di migrazioni internazionali, questioni di genere, relazioni interculturali. È autrice, tra l’altro, di Genere, Etnia e classe (ETS, Pisa 2000), I saperi dell’Interculturalità (Liguori, Napoli 2003) e Perché siamo musulmane (Guerini, Milano 2003).

Giovanna Campani, docente di Pedagogia Interculturale, laureata in Filosofia all’Università di Pisa e in Sociologia all’Università di Parigi I, ha conseguito un dottorato in Etnologia all’Università di Nizza. Si occupa da molti anni di migrazioni internazionali, questioni di genere, relazioni interculturali. È autrice, tra l’altro, di Genere, Etnia e classe (ETS, Pisa 2000), I saperi dell’Interculturalità (Liguori, Napoli 2003) e Perché siamo musulmane (Guerini, Milano 2003).

MOTIVAZIONI per il 1° PREMIO ex aequo sezione saggistica lette da Fiorenza Taricone  PER GIOVANNA CAMPANI Antropologia di genere, Rosenberg & Sellier, 2016

Il libro, dal contenuto molto interessante non solo per le e gli appassionati di antropologia, inizia dal XVII secolo con l’antropologia del secolo dei Lumi, titolando il capitolo La nascita delle scienze dell’uomo, definizione che riflette l’etimologia della disciplina. L’antropologia sta appunto per discorso, logos, sull’uomo e risulta subito chiaro, a partire dal terzo capitolo soprattutto, dal titolo Le pioniere. Donne antropologhe nell’Ovest americano, come le donne abbiano portato nuova linfa e sguardi di genere in un orizzonte che era nato monosessuato.L’Autrice precisa infatti che la “storia dell’antropologia di genere non può prescindere dal ruolo delle donne nella costruzione dei saperi antropologici, ma a sua volta l’importante presenza di donne antropologhe non può prescindere dall’emergere del movimento femminista”.

Come si legge nell’Introduzione del resto,il filone antropologico è fortemente influenzato dalla questione dell’emancipazione: battaglie contro la schiavitù, per i diritti delle donne, per i diritti delle popolazioni non europee colonizzate. Il libro ha il merito fra gli altri, di ricordare ad alcuni/e e di presentarlo come una novità ad altri, che i fondatori e fondatrici di questa disciplina oggi radicata nel nostro sistema formativo universitario vengono da lontano, a iniziare come già ricordato nel Settecento, come scienza dell’uomo separata dalla storia teologica della Bibbia, per poi proseguire e fare i conti con la teoria dell’evoluzione della specie di Charles Darwin, proseguendo con l’opera dello statunitense Lewis Morgan e dell’inglese Edwuard Tylor. Ma risulta anche evidente come gli antropologi, di solito imoegnati sul campo con le loro ricerche, abbiano proseguito poi sempre sul campo l’impegno politico, contro i fascismi, i razzismi e i totalitarismi. Come Franz Boas, difensore dei diritti umani e contro ogni forma di razzismo.

Le antropologhe dovettero liberarsi da pregiudizi maschili che consideravano lo sguardo maschile oggettivo e razionale, e quello femminile emotivo e irrazionale. Neanche uomini come Tylor che pure riconoscevano a donne come Matilda Coxe Stevenson un ruolo innovatore e percettivo nei confronti di donne e bambini. Uno stereotipo contro cui dovette lottare la Wasa, Women’s Anthropological Society of America, fondata dalla stessa Coxe e altre nove donne. Non sempre le pioniere della disciplina coniugarono ricerca e famiglia, come Matilda Coxe; Alice Cunningham Fletcher, scomparsa nel 1923, fu sempre una single woman e non si sposò. Impegnata nel femminismo, s’impegnò nella difesa delle popolazioni native nord americane.

Critiche di eccessivo radicalismo furono rivolte ad alcune come Elsie Clews Parsons, prima allieva di Franz Boas, scomparsa  nel 1941,attivista femminista di formazione sociologica. Il matrimonio di prova, il divorzio consensuale, l’accesso a una contraccezione affidabile furono attaccate dalla stampa conservatrice e clericale.

Innovativi e fondamentali furono i lavori di Ruth Benedict, che applicò il relativismo culturale introdotto da Boas. “Il solo modo in cui possiamo conoscere il significato dei vari dettagli del comportamento è guardando ai motivi, ai valori e alle culture che appaiono istituzionalizzati in quella cultura”.

Un contributo che l’Autrice definisce difficile da riassumere fu quello di Margaret Mead, e i suoi studi sugli adolescenti in Nuova Guinea. Definita da una studiosa autentica figlia dei fiori, interessta alla pace, alla giustizia, alla libertà sessuale e all’avventura, lavorava senza sosta per il cambiamento sociale. Nella sua opera Sex and Temperament è già presente il concetto di genere. La Mead aveva frequentato anche i corsi della Benedict e fra le due ci fu una lunga relazione, anche se entrambe scelsero di non parlarne; “solo dopo la morte della Mead furono rese pubbliche alcune lettere da cui trapelavano la profondità e l’intimità della loro relazione”.

 

da-studentessa

, dopo aver conseguito il diploma del liceo classico, si è laureata in Filosofia presso l'Università di Padova. Ha conseguito anche il diploma del liceo artistico e ha frequentato i corsi della Accademia Cignaroli di Verona. Ha frequentato i corsi seminariali delle scuole di specializzazione di Filosofia presso l'Università di Milano e di Urbino. Ha insegnato Lettere nelle scuole medie e Filosofia e Storia nei licei, in particolare negli ultimi venti anni nel Liceo Classico "Scipione Maffei" di Verona. Ha insegnato presso l'Università di Verona come esercitatrice di Filosofia. Si è occupata prevalentemente di filosofia classica e di storia di genere. Ha partecipato a diversi Convegni, producendo relazioni e contributi vari, in Italia e all'estero. Fa parte dell'ARCHIVIO PER LA SCRITTURA E LA MEMORIA DELLE DONNE presso l'Archivio di Stato di Firenze, dell'AICC (Associazione italiana cultura classica) e del CLE (Centrum latinitatis Europae).

Mirella Leone, dopo aver conseguito il diploma del liceo classico, si è laureata in Filosofia presso l’Università di Padova.
Ha conseguito anche il diploma del liceo artistico e ha frequentato i corsi della Accademia Cignaroli di Verona.
Ha frequentato i corsi seminariali delle scuole di specializzazione di Filosofia presso l’Università di Milano e di Urbino.
Ha insegnato Lettere nelle scuole medie e Filosofia e Storia nei licei, in particolare negli ultimi venti anni nel Liceo Classico “Scipione Maffei” di Verona.
Ha insegnato presso l’Università di Verona come esercitatrice di Filosofia.
Si è occupata prevalentemente di filosofia classica e di storia di genere. Ha partecipato a diversi Convegni, producendo relazioni e contributi vari, in Italia e all’estero.
Fa parte dell’ARCHIVIO PER LA SCRITTURA E LA MEMORIA DELLE DONNE presso l’Archivio di Stato di Firenze, dell’AICC (Associazione italiana cultura classica) e del CLE (Centrum latinitatis Europae).

MOTIVAZIONI al 1° PREMIO ex aequo sezione saggistica lette da Maria Paola Fiorensoli per MIRELLA LEONE, Da studentessa a professoressa. Una donna dell’Ottocento alla conquista della professione, Bonaccorsi, 2015 

Florina Salvoni, nata a Ferrera Erbognone (Pavia), il 30 giugno 1856. fu la prima alunna del Liceo Scipione Maffei di Verona; la prima laureata dell’Università di Firenze (prima del 1890); una delle prime, se non la prima professoressa del Regno d’Italia e la prima che insegnò non provenendo dal Magistero ma da un percorso riservato al maschile (liceo e Università).

I dirigenti ministeriali, di fronte all’unicità, la dissero «maestra specializzata, sopramaestra

Come ebbe «la felicità» di studiare, Florina Salvoni ebbe quella d’insegnare (Alessandria, Udine e Bergamo); di contribuire alla formazione dei maestri elementari; di essere il simbolo della femminilizzazione dell’insegnamento, «settore d’avanguardia laddove in altri settori, come l’avvocatura, le donne venivano respinte, l’A. ricorda Lidia Poet, la prima donna ad accedere all’avvocatura dopo quarant’anni di battaglie (1920).»

Nell’avvincente biografia su colei che da sola, passo dopo passo, primeggiando per merito, «compì una piccola ma in realtà grande rivoluzione, affermando il suo diritto all’istruzione al livello più alto e alla libertà di accedere a uno spazio pubblico», l’A. dichiara la scarsità delle fonti: «un opuscolo, i certificati anagrafici, alcuni documenti di archivi storici di varie scuole e curie, brevi cronache locali.»

Florina Salvoni era una ragazza graziosa, intelligente, educata, sapiente, che realizzò i suoi desideranda in tempi in cui uomini illustri gareggiavano in frasi sessite: es. Gioberti, filosofo e politologo: «La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sè.»

Antesignana delle tante giovani donne post-unitarie che si dedicarono all’insegnamento – molte maestre, poche professoresse – Florina Salvoni dette il suo contributo alla crescita culturale e all’unità del paese che nell’alfabetizzazione di massa attraverso l’obbligo scolastico e nella leva  (maschile), trovavano i capisaldi della costruzione simbolica e sociale dell’unità nazionale.

Sul periodo molto si è detto ma l’A., guardando a ciò che è cancellato o distorto, parla delle «giovani donne affamate di sapere e di lavoro» che affrontarono solitudini, disagi economici dovuti agli scarsi stipendi (la metà di quelli maschili a parità di lavoro), e agli impedimenti di carriera, penalizzate da pregiudizi e dalla dipendenza dall’Autorità locale, spesso ricattate nella sfera sessuale, per ottenere, come Florina Salvoni, protagonismo intellettuale, autonomia economica, relazioni transgenerazionali improntate alla stima, alla gratitudine, all’affetto.

Esaminando la letteratura di settore, l’A. nota che «prima della stereotipata, deamicisiana Maestra dalla penna rossa, nulla parla delle professoresse, come se non esistessero»: es. Massimo Bontempelli, ne il Socrate moderno, biografa molti professori, nessuna professoressa e cita solo le vedove dei professori.

In merito al termine professoressa, cui l’uso non sessista della lingua introdotto da Alma Sabatini preferisce professora, l’A. ricorda che in mancanza di un termine che indicasse quella nuova presenza sulla scena pubblica, professora fu scartato poiché ritenuto una derivazione dal maschile non un sostantivo femminile di una lingua senza il neutro.

«L’anno della personale conquista di diritti di Florina Salvoni fu il 1884, quello in cui Anna Maria Mozzoni pubblicò “Alle fanciulle”» sottolinea l’A. e cosa lei ne pensasse, come e se partecipasse alle istanze suffragiste non è detto, sia perché una parte dell’emancipazionismo metteva la lotta per il suffragio in secondo piano, nella politica dei due tempi, sia perché di Florina Salvoni non si sa niente dopo che ebbe ottenuto la Laurea e l’insegnamento, ma in ambiti più limitati, femminili, di quelli che il titolo le avrebbe consentito.

La sua parabola svanisce dopo l’incarico a Bergamo, non si sa l’età e il luogo della morte, ma l’A., non meno determinata della sua eroina, promette ulteriori studi, con ottica di genere.

laltraMOTIVAZIONI per il 2°PREMIO  sezione saggistica lette da Maria Paola Fiorensoli per  FERDINANDA VIGLIANI con L’altra verginità, Rosenberg & Sellier, 2016

Attiva nella politica e negli studi delle donne dall’inizio degli anni Settanta, è autrice di testi teatrali e regista televisiva. Nel 1995 è tra le fondatrici del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile e nel 2006 di ArDP (Archivio delle Donne in Piemonte). Per Rosenberg & Sellier ha pubblicato Non è per niente facile. La relazione tra i generi all’età del primo amore (2003).

Ferdinanda Vigliani, attiva nella politica e negli studi delle donne dall’inizio degli anni Settanta, è autrice di testi teatrali e regista televisiva.
Nel 1995 è tra le fondatrici del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile e nel 2006 di ArDP (Archivio delle Donne in Piemonte). Per Rosenberg & Sellier ha pubblicato Non è per niente facile. La relazione tra i generi all’età del primo amore (2003).

“Età ingrata” si dice dell’adolescenza, per le problematiche che esplodono nel privato e nel pubblico (la scuola, il gruppo amicale, ecc.), spesso in modo dirompente e che nelle società moderne è ritualizzato in forme più labili, seppur riconoscibili, che in passato.

Lo sguardo dell’A. – attiva nella politica e negli studi di genere dagli anni ’70 del Novecento – s’appunta sul momento adolescenziale, definito uno stato di grazia, in cui «il desiderio, che è forma di energia umana alta e nobilissima, si sveglia e si pontenzia. Ha ancora tutte le caratteristiche del polimorfismo infantile, ma ha una forza mai sperimentata prima. È desiderio allo stato puro: desiderio per il mondo.»

Undicenni, dodicenni, tredicenni con la fortuna di essere cresciut* da «una coppia genitoriale veramente generosa e sostenente» mantengono «il desiderio per il mondo che ancora riescono a pensare come un amico cordiale che schiuderà loro le braccia» pur senza essere immuni dalla disillusione. L’A. indaga il modo, le motivazioni, le radici storiche, letterarie, religiose della lezione impartita, in termini «deludenti e mortificanti», a ragazzine la cui«meravigliosa energia a 360° è ri-orientata in una sola direzione: il principe azzurro.» «Banalizzare il fenomeno e liquidarlo come tempesta ormonale. Questa è la vera perdita della verginità» afferma.

In cinque capitoli che spiegano cosa intenda per ‘altra verginità’, indagano il mistero della latenza, le fiabe, le religioni e le narrazioni antiche, rimane sospeso l’interrogativo: Si può insegnare l’altra verginità? Domanda già posta dall’A. nel seminario di Altradimora organizzato dalla rivista “Marea” (Caranzano, 12-15 giugno 2015). Tutto il libro, e questo è un merito, intreccia la teoria alla prassi. Esistono persone che non hanno mai perso l’altra verginità? che l’hanno persa e poi ritrovata?» si chiede e le chiedono. La risposta è positiva. Sono coloro che hanno conservato l’energia adolescenziale nella maturità e nell’anzianità, non limitandosi a utilizzarla per «i cambiamenti coraggiosi, le decisioni inedite»; non l’hanno mai persa di vista, «hanno saputo coltivarla nelle persone giovani, sia in loro».

L’A. chiude con l’augurio alle donne, alle ragazze, a se stessa, di non spegnere quella luce.                                                                                                  

invenMOTIVAVIONI  PREMIO REDAZIONE per opere di particolare valenza giornalistica e divulgativa lette da Beatrice Pisa

L’invenzione delle personagge, Iacobelli, 2016  a cura di ROBERTA MAZZANTI, SILVIA NEONATO, BIA SARASINI 

 L’idea che il protagonismo femminile nelle opere letterarie, poetiche o musicali che conosciamo da sempre possa essere ora “inventato” costituisce una provocazione che invita all’ approfondimento. La personaggia, spiega Nadia Setti, costituisce una persona che c’è da sempre, ma che diventa riconoscibile e quindi nominabile solo ora che si sono stabilite nuove condizioni di visibilità, viabilità, nominazione. Perché, osserva Bia Sarrasini, personagge sono tutte, anche le più antiche, però sono quelle “nuove” a sollecitare riflessioni. Solo ora che sono nate le nuove protagoniste femminili di racconti, romanzi, autobiografie, film, ecc., nonché le “nuove” lettrici, è possibile dare alle prime spessore e consapevolezza, per rintracciare nelle diversità delle rappresentazioni il mutamento delle fisionomie, le anticipazioni intuitive e visionarie di scrittrici e scrittori. Si cerca insomma chi siano le eroine contemporanee, cosa raccontano, cosa mettono in gioco, quanto si differenzino dalle eroine del passato e infine come interpretare la autonoma esistenza «di queste creature inventate nella mente collettiva, quella che vive degli scambi fra chi legge, chi scrive, chi semplicemente immagina».

La caratteristica principale che pare delinearsi è quella della molteplicità, della polisemicità, ovvero la mancata fedeltà delle personagge a qualsiasi modello o genere letterario, il loro spostarsi continuamente per affrontare diverse imprese in maniera multiforme, non catalogabile.

Queste sono alcune delle articolate riflessioni espresse al convegno della Società italiana delle letterate tenuto nel 2011, le cui relazioni sono pubblicate in questo testo, che si presenta come un interessante insieme intricato e complesso di voci diverse, pieno di suggestioni e proposte. Qui varie autrici giovani e meno giovani riflettono teoricamente sull’enorme potenziale delle personagge, mentre altre presentano le loro esperienze di scrittura, intrecciandole con quelle di lettura, secondo una interazione di notevole ricchezza. Queste autrici esprimono entusiasmo o disagio di fronte a questa novità semantica, espressione evidente del maturarsi di culture politiche che hanno fatto breccia diversamente in donne di generazioni diverse.

Se è vero che, come osserva Nadia Setti, la prima caratteristica messa in campo dalla desinenza al femminile di questa parola è quella di «marcare il genere in tutte le sue latitudini e trasformazioni possibili» o, come dice Maria Rosa Cutrufelli, che «l’impronta sulla pagina è sessuata», allora diventa particolarmente intrigante il tentativo Valeria Gennero di accostare questo termine a quello di queer, usato da Judith Butler per indicare il dissolvimento delle identità di genere, attraverso la decostruzione della nozione di sesso, che finisce per considerare la stessa identità una illusione. L’operazione riesce solo limitando il termine queer ad un significato più ridotto e contenuto, quello di «omosessuale determinata a vivere apertamente il proprio desiderio».

Il che, certo, permette di esaminare alcuni personaggi provocatori della letteratura, espressione dello sviluppo delle nuove identità femminili trasgressive. Ma la difficoltà di Gennero ad accostare i due termini nel loro significato pieno resta e rimanda alla considerazione di Setti che il femminile continua ad essere problematico, ambiguo, perché da una parte porta a salvaguardare la specificità (la cosiddetta “differenza”) dall’altra a limitarne la portata. Se il fascino di queste personagge è quello di proporre «una esperienza differenziale», (sono molte a dichiararlo in questo testo) è tuttavia anche vero che, come diceva Elsa Morante, la forza della protagonista è quella spingerci a ripensare la realtà nella sua interezza, ponendosi non come una parte, ma come un faro che illumina tutta la realtà.

Cerca di ricomporre questa sfasatura Setti, quando osserva che parlare di personaggia non ha la funzione di essenzializzare la figura femminile nella letteratura ma di «rimettere in scena il gioco delle relazioni e dei rapporti simbolici e culturali” cui danno luogo queste opere, prima di tutto quella fra chi scrive e chi legge.» In particolare perchè, come dice Anna Maria Crispino «il lettore è una lettrice».

 

taoMOTIVAZIONI per il 2° premio sezione Saggi di Arti Visive  lette da Monica Grasso per ANNA ZOLI, com  Il Tao del mosaico. Vite intrecciate, Pendragon edizioni, Bologna, 2013

Maria Grazia Brunetti è una ragazza della buona borghesia di Faenza, cresce in anni in cui le donne che non vestono la divisa della gonna e camicetta, vengono additate con sarcasmo: così era la provincia italiana prima del ’68. Come se non bastasse, Maria Grazia è vivace, originale, piena di talento, e vuole dedicarsi all’arte. Nella vicina Ravenna si specializza nel mosaico, che insegna e pratica con perizia in composizioni astratte, dinamiche e coloratissime, che raccolgono l’importante tradizione italiana di quest’arte, che aveva già dato prova con artisti come Severini, di saper interpretare le esigenze della modernità. Sarà successivamente, all’Istituto d’Arte di Firenze, un’insegnante impegnata, creativa e generosa, amata ed apprezzata dai suoi allievi, richiesta anche per opere di livello internazionale.

La storia narrataci da Anna Zoli, amica dell’artista, che la narra intrecciandovi la propria vita, sottolinea anche efficacemente la singolare vocazione femminile alla auto-limitazione: Maria Grazia Brunetti vive relazioni importanti con uomini che finiscono in un modo o nell’altro per condizionarla e limitarne la forza creativa: è generosa con loro, è generosa con i suoi allievi, ma forse non ha quella mescolanza di ambizione, concentrazione, abilità e immensa forza, necessari alla costruzione di una carriera artistica, specialmente se al femminile. Abbiamo premiato questa storia e la sua autrice, per l’appassionata sincerità con cui rende omaggio ad una artista che sicuramente avrebbe meritato una maggiore notorietà.

L’arte è tiranna e l’artista deve all’arte e a sé stesso una dedizione totale ed egocentrica, che molto spesso, come sappiamo è mancata alle artiste, anche alle più grandi.

N.B. il 1° premio non è stato assegnato

il-vulcano-di-guayaquilMOTIVAZIONI PER 1° PREMIO  Sezione Narrativa  lette da  Consuelo Valenzuela per FLAVIA CRISTALDI con Il vulcano di Guayaquil, L’Erudita editore, 2016

È un lungo viaggio di oltre 10.300 km quello che porta Margarita, una giovane donna ecuadoregna di Guayaquil in cerca di un lavoro dignitoso, alla volta dell’Europa, nella città di  Roma. È qui che entra a lavorare nella famiglia di Emma, professoressa di scienze naturali e madre di tre figli, per aiutarla nel disbrigo delle faccende domestiche e nella cura dei bambini, come tante altre sue conterranee.

Come molte donne che emigrano dal Sud del mondo, Margarita sogna un lavoro in Europa per costruirsi un futuro migliore una volta di ritorno nella sua terra di origine, dove spera di riunirsi con il fidanzato José. Ma purtroppo qualcosa va storto nei suoi piani. Appena sbarcata in Italia, subisce uno stupro che le violenta l’anima oltre che il corpo e le fa amaramente rimpiangere di aver lasciato il suo paese. Roma si rivela inospitale e fredda e nella famiglia che la accoglie si evidenziano presto malintesi e incomprensioni che rendono a tratti difficile e conflittuale il rapporto tra le due donne protagoniste del libro.

L’A. di questo romanzo delicato, alla sua prima prova narrativa, è docente di Geografia delle Migrazioni presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Ed è l’incontro-scontro tra le diverse culture il tema principale del libro, di cruciale attualità, visto che, secondo le stime ONU, nel 2013 sono circa 232 milioni le persone nel mondo che vivono in un paese diverso da quello di origine. Il fenomeno migratorio si è poi drammaticamente accelerato negli ultimi anni, com’è oramai sotto gli occhi di tutti visto che, stando alle stesse cifre, erano 154 milioni i/le migranti nel mondo nel 1990, cioè un aumento di circa 50, 2% del flusso emigratorio dal 1990 al 2013.

Flavia Cristaldi tratteggia con delicatezza e acume psicologico le dinamiche che insorgono tra esponenti di culture e usi diversi che si trovano sempre più spesso, per necessità o per scelta, o per ambedue le cose,  a dover condividere gli spazi privati della stessa casa. Il rapporto tra Margarita e Emma, incrinatosi nel corso del tempo per via di incomprensioni legate alle difficoltà della convivenza e alle diverse culture, avrà un esito inatteso quanto inaspettato che getterà una nuova luce sui loro rapporti.

«È stata proprio la sensazione di potersi muovere liberamente, senza dover ruotare i fianchi per passare in due tra pareti troppo ravvicinate, che l’ha spinta a riflettere su quel nuovo fisico presente tra i muri e come in un flash ha avuto tutta la consapevolezza del suo ingombro.

Dopo quello che è successo, però, a sentire le parole della ragazza a quel corpo è stata strappata l’anima ed è rimasta solo carne maleodorante in via di putrefazione. Come uno di quegli ammassi sfatti e senza nome affogati nel Mar Mediterraneo invece che il corpo di un’immigrata che è arrivata viva.»     

vogliadinsicurezza2-fill-250x335MOTIVAZIONI per il 2° PREMIO  per la narrativa  lette da  Gabriella Anselmi   per GINEVRA BENTIVOGLIO con Voglia di insicurezza; postf. di Daniela Frola, Fefé, 2016  

Racconto breve avvolgente e coinvolgente. Penetra ed indaga, con un linguaggio fluido, nei meandri della pluralità e degli intrecci delle relazioni amorose: amicali, familiari, sentimentali. Risveglia emozioni lontane, permette di entrare in contatto con il sé profondo di chi legge. «Quante volte aveva aspettato una telefonata che non arrivava, con la stessa ansia, con la stessa sensazione di cadere nel vuoto?»… «Lancia uno sguardo alla segreteria telefonica ma la luce non lampeggia. Quel dolore dentro, sordo e implacabile si fa sentire»

Fa emergere il timore diffuso del “per sempre” e la necessità costate di essere rassicurate/i.

Incentrato sul femminile e sul possibile rapporto positivo fra donne:

«La spontaneità disinteressata di quella ragazza l’ha colpita ma quello che le è rimasto più impresso è lo sguardo di chi ascolta davvero quando parli. Da tempo non aveva incontrato quello sguardo, non lo aveva neanche cercato. Aveva scelto la superficialità nei rapporti ma non provava più emozioni.»

Si percepisce comunque il sovrabbondare della presenza dell’analista che forse è quella che dà la misura del bisogno di protezione paterna oltre che di accoglienza materna. Forse proprio da questi bisogni che rimangono non appagati si configura la voglia di insicurezza come accettazione del vuoto, del non concluso.

«E sono i loro padri, presenti, come sono sempre stati, giorno dopo giorno, anche se la vita li ha loro sottratti, sono loro, oggi, in quella chiesa, i testimoni della loro unione.»


MOTIVAZIONI PER IL 1°PREMIO  TESI TRIENNALI lette da Donatella Artese : FATIMA EL IDRISSI  L’Islam e la modernità, laurea triennale in Scienze della Comunicazione, Università di Cassino e Lazio Meridionale, a.a. 2014-2015; Tutor: Prof.ra Fiorenza Taricone

La tesi dell’A., come si legge nell’Introduzione, s’incentra soprattutto sulla scorretta analogia fra integralismo, fondamentalismo, misioginia e Islam, specie per ciò che riguarda la subordinazione femminile. Sono forniti anche dati numerici sul mondo musulmano a livello mondiale che conta circa un miliardo di persone, di cui il 30% nel continente indiano, il 20% nell’Africa Sub-sahariana, il 17% nella Asia sud orientale, il 18% nel mondo arabo, il 10% nell’ex Unione Sovietica e in Cina. In Turchia, Iran e Afghanistan risiede il 10% dei musulmani non arabi. Cinque milioni di musulmani sono negli Stati Uniti, in Italia oltre un milione.

Nella parte iniziale, si cita una sorta di breviario di domande e risposte fra cui la spiegazione al perché spesso l’Islam appaia estraneo, esotico od estremanente remoto. Probabilmente, risponde l’A., anche per il fatto che in Occidente, nella vita di ogni giorno, la religione non è un elemento dominante, mentre per i Musulmani è al primo posto, senza barriere fra i mondi secolare e sacro. I cinque pilastri della vita musulmana (fede, preghiera quotidiana, elemosina legale, digiuno durante il Ramadan, pellegrinaggio alla Mecca), sono esaminati approfonditamente. L’ordine sociale armonico è dato dall’esistenza di famiglie patriarcali. L’Islam vede la donna, sia essa nubile o sposata, come un individuo con propri diritti, con facoltà di disporre di beni propri, e conserva il suo cognome. Come il cristianesimo, l’Islam permette che si combatta per difesa personale. L’Islamismo, detto anche Islam politico, è un insieme eterogeneo di dottrine e pratiche politiche che mirano a creare uno Stato che nella religione islamica i princìpi guida per regolarne la sfera economica, politica e sociale oltre che religiosa.

L’A. distingue fra islamofobia che indica pregiudizio e discriminazione verso l’Islam come religione, e anti-islamismo cioé opposizione alle dottrine e pratiche politiche che mirano alla creazione di uno Stato islamico.

Gran parte della Tesi riporta in modo bilingue (italiano e arabo) i versetti del Corano fra i quali quelli in cui si cita la tolleranza fra le religioni e la Jihad, il cui esatto significato è sforzo. Largo spazio è dato alle tipologie del velo e nel capitolo Il velo copre la testa e non la mente l’A. chiarisce che in Islam il velo è obbligatorio perché Dio lo ha ordinato, è simbolo di modestia, ma nessun uomo può obbligare una donna a indossarlo.

L’aborto è consentito solo in due casi estremi: quando si rischia la vita e quando la gravidanza è frutto di una violenza. E via via sono elencati altri diritti.

La conclusione dell’A. è che la modernizzazione islamica, in via di realizzazione, stia percorrendo una via propria e diversa da quella occidentale.

MOTIVAZIONI per il  1° PREMIO  TESI DI DOTTORATO lette da  Beatrice Pisa per SUSANNA MANTIONI con   Monacazioni forzate e forme di resistenza al patriarcalismo nella Venezia della controriforma, Universita’ degli Studi Roma Tre, Scuola dottorale in Scienze Politiche, Sezione Questione femminile e Politiche Paritarie, XXVI° ciclo, a.a. 2011-2013; Tutors: prof.a Roberta Adelaide Modugno; prof.a Maria Victoria Lopez Cordon

Questo lavoro è costruito su una ricca documentazione rinvenuta in numerose biblioteche e archivi, su una notevole quantità di fonti a stampa coeve, letteratura critica, periodici e monografie, nonchè sulla documentazione esistente in rete. Ne è scaturita un’opera assai interessante e articolata, ricca di descrizioni, informazioni e riflessioni che meriterebbero un approfondimento maggiore di quanto possibile in questa breve presentazione.

Particolarmente apprezzabile la messa a punto storiografica da cui parte il discorso, imprescindibile per chiunque voglia fare storia delle donne. La scelta è fra una ricostruzione degli avvenimenti del passato sotto il segno dell’ -oppressione- come si era fatto negli anni Settanta e Ottanta (interpretazione vittimistica) e, al contrario, una interpretazione trionfalistica, come era avvenuto negli anni Novanta, per cui le donne, agendo negli interstizi della storia, si appropriano di un vero e proprio -potere informale-. Quest’ultima posizione, osserva l’A. acutamente, è stata molto influenzata dagli scritti di Virginia Woolf e dalla sua “stanza tutta per sé”, ma non trova grandi riscontri nella realtà storica. Come dimostra il caso drammatico delle monacate “per forza” da genitori traditori (in specie “scelleratissimi padri”) rispetto alle quali non risulta accettabile la proposta di chi ha visto nel monastero l’unico luogo possibile di autonomia e indipendenza per le donne dell’ancien régime. D’altra parte non è accettabile neppure l’affermazione della totale passività di queste donne. Sulla scorta di studiose come Anna J. Schutte, l’A. rifiuta entrambe le interpretazioni, per avanzare l’ipotesi che le donne, in una società tanto compattamente patriarcale come quella dell’epoca, non siano state del tutto acquiescenti, ma non abbiano neppure potuto a ritagliarsi spazi di potere, riuscendo però a realizzare una personale “autoaffermazione”. Quindi, pur di fronte ad un mondo saldamente controllato e gestito dagli uomini, ove alle donne restano solo briciole, scarti, ruoli di secondo piano molte mostrano la capacità di servirsi di queste briciole, delle crepe e delle disattenzioni del potere per esprimere momenti di individualità e autonomia, aprendo la strada al percorso verso l’emancipazione e la liberazione.

Piccoli scampoli di libertà esprimevano queste monache nelle attività culturali come musica, teatro, scrittura nonché nella intensa opposizione di molte al tentativo di “riordinare” i monasteri da parte di autorità laiche ed ecclesiastiche. Significativa la possibilità per donne (nobili) chiuse fra le mura conventuali di gestire finanziariamente il convento, e in qualche caso persino di curare gli affari di famiglia, attraverso l’istituto del Capitolo. Notevole forma di disobbedienza alle regole imposte viene individuata nei comportamenti ribelli di quelle che si danno a clamorose e spesso ripetute fughe, di quelle (poche in verità) che avanzano richieste di dispensa dalla vita religiosa e soprattutto di quelle che stabiliscono incontri amorosi ed erotici con le stesse consorelle, con le giovani a convitto, con i preti confessori o con i “monachini”, uomini che si trovavano nel convento per le più svariate ragioni. Di questi comportamenti “scandalosi”, resta una ricca documentazione, che l’A. giudica una preziosa spia dell’esprimersi di un senso di sé non conforme alle regole sociali imposte.

Molto spazio viene dedicato alla ricostruzione della vicende di quello straordinario personaggio che è la monaca forzata (e non rassegnata) Arcangela Tarabotti, considerata una delle “protofemministe moderne”, che riesce a fare del suo inferno privato momento di denuncia pubblica che attraversa i secoli. Questa, con il suo impegno a divenire una letterata di fama, con la sua capacità di riunire spesso al di là delle sbarre della sua clausura cenacoli di letterati e studiosi, nonché, soprattutto, di far diventare la drammatica vita cui sono sottoposte queste suore “forzate” emblema della condizione di tutte le donne, chiuse nella costrizione vessatoria e umiliante della famiglia patriarcale, esprime una individualità forte, non fiaccata dalle costrizioni in cui vive e una notevole capacità di analisi sociale e politica. È suor Tarabotti che già quattro secoli fa scrive che la riconciliazione fra i generi non potrà che avvenire “sulla tomba del patriarca”.

≈ SEZIONE POESIA EDITA E INEDITA ~ XXIV° PREMIO DONNA E POESIA

  1. SEGNALAZIONE letta da Anna Maria Robustelli e Gabriella Gianfelici  per SIMONETTA FILIPPI con 
  2. e-vennero-le-donneE vennero le donne, Erasmo edizioni, 2013

Un piccolo ma prezioso libro quello di Simonetta Filippi, E vennero le donne, che intreccia i ricordi che Susanna ha della sua amata nonna Rosa in parole colorite e segnate dalla parlata toscana. Viene tracciato un ritratto di donna caratterizzato da vitalità (l’infinità varietà di piante che la nonna ospita in vasi di fortuna fuori dall’uscio di casa), calore (chiudo gli occhi e mi lascio cullare dal movimento impresso al mio corpo dalle gambe della nonna e dalle sue braccia che mi dondolano avanti e indietro al ritmo della filastrocca), spirito battagliero (i consigli dati alla nipote che le racconta le tristi vicende de I miserabili di V. Hugo: No, senti bimba, ora basta con tutte queste tragedie. Un è possibile. A un certo punto bisogna ribellassi, hai capito? E se un ce la fai da sola, ti fai aiutà da qualcuno, però devi cambiare), ironia (le sonore scorregge della nonna: Però io ni voglio proprio bene perché lei m’ascolta, anche se scurreggia, e poi mi viene da ridere); o la scatoletta di latta con le ceneri dello zio Guerino dall’America, scambiata per una minestra in polvere dopo la guerra) e dal rispetto che ispira (… quando parli tu stanno tutti zitti, anche il mi’ babbo …).

  1. Il rapporto tra Susanna che ama leggere e racconta alla nonna – che l’ascolta sempre ed è questo il tratto più significativo di questa persona – le trame dei libri da lei amati (I miserabili, Jolanda la figlia del corsaro nero, Piccole donne) giunge a un culmine drammatico quando la nonna, attraverso il racconto della fiaba di Cappuccetto rosso, a cui partecipa anche la nipote, riesce a convincerla a dar voce alla violenza subita dal vinaio: Vomita Bimba Vomita Butta Fuori Tutto Urla Urla Picchia Forte Buttalo Fuori Buttalo Fuori Quel / Maledetto Mostro Infame / Povera La Mi’ Bimbina / Abbraccia Nonna Sí Sí Cosí Si Piange Insieme Non C’è / Piú Il Lupo Non C’è Piú Cianno Pensato L’òmini / Il Lupo Non Esiste Piú / Non Ti Preoccupare Abbraccia Nonna Forte Forte Amore Abbraccia La Tu’ NonnaLe parole della nonna, dense di fremente affetto e di profondo intuito, riescono a far elaborare alla bambina la triste esperienza. Il capitolo si chiude con parole drammatiche e corroboranti:                          E vennero le donne / a spartirsi l’orrore / perché diventi vitae l’urlo ci trafigga / nel corpo e nella mente / muto per sempre / vuotoLa fine della storia coincide con gli ultimi momenti della vita della nonna, con le figlie che si prendono cura di lei, la puliscono e la custodiscono ora che è anziana e malata. C’è anche Alice, la figlia di Susanna, che con orgoglio viene a sapere: Io sono come nonna Rosa: ciò la topina grossa! Proprio come lei …e ora vedrai che glielo ritrovo io lo zoccolo! Susanna racconta alla nonna, prima che chiudano la cassa, che ha visto una foto dei campi di concentramento in cui una vecchia e una bambina nude, di spalle, si tengono per mano e vanno verso il forno crematorio.Vorrei concludere con le parole di Gabriella Gianfelici: «Simonetta Filippi, possiede un’ironia dissacrante che immette in tutti i suoi testi insieme alla consapevolezza di essere donna, ancora in una società maschile.»E questo lavoro, E vennero le donne, si connota per una freschezza e un’originalità nuove.Una donna che non smette di denunciare, nella sua città, Livorno, gli sfratti perpetuati nei confronti delle donne dagli antichi palazzi, la tragedia della nave Moby Prince, la violenza sulle donne sempre latente, violenza fisica e psicologica e di impegnarsi, con l’amica e artista Clara Rota, a svolgere laboratori dove lavorano donne svantaggiate. Gli scritti di SF sono momenti di riflessione gioiosa che restano dentro, perché toccano, in modo apparentemente lieve, sensibilità pungenti capaci di far scaturire in noi il desiderio di conoscere, di comprendere, di aiutare.

    Di uscire, anche, dalle tante gabbie in cui la società ci vorrebbe spingere.
                                                   

    1. poesia-ineditaMOTIVAZIONI per il PREMIO UNICO INEDITI lette da Anna Maria Robustelli  –  GINEVRA SANFELICE DI MONTEFORTE LILLI  con Magari martedì

    In Magari martedì ci sorprendiamo per la visione che si staglia, in ironica prospettiva, sin dall’inizio della poesia, di una fila di parole assetate, come piccoli dromedari nel deserto.

    Seguiamo la fila e scopriamo che le parole sono legate e sembrano obbedienti. Ma in realtà è tutto il contrario: nei versi successivi le parole esplodono in manifestazioni incontrollate, fino a giungere a una graduale prepotenza di modi, a una indubbia mancanza di rispetto.

    Il tutto porta a un certo sconcerto e alla considerazione che si ignora dove ci vogliono portare:

    il lieto fine o verso la fine della pagina, ma senza una vera conclusione.

    In realtà la poesia è percorsa da termini che si rincorrono e travalicano tra l’ordine e il disordine (nel primo caso in fila/obbedienti/consenzienti/scolarette/scimmie ammaestrate; nel secondo assetate/dispettose/scarmigliate/impertinenti), ma direi che nella conclusione di questa lieve e garbata poesia prevale il senso di incertezza, l’impossibilità di possedere una qualche sicurezza, caratteristica peculiare della vita che Magari martedì testimonia con toni misurati e essenziali.

    Chi scrive poesia prima o poi si cimenta sempre sugli strumenti del suo poetare, la lingua, le parole che sceglie, cambia, soppesa, carezza fino a quando, come in fondo diceva Pirandello, sfuggono al suo controllo e prendono una vita tutta loro. Anche Ginevra Lilli ha voluto indugiare su questo tema cucendo una sottile trama di ironia che si riversa infine nel titolo stesso della sua poesia.

    In Magari martedì ci sorprendiamo per la visione che si staglia, in ironica prospettiva, sin dall’inizio della poesia, di una fila di parole assetate, come piccoli dromedari nel deserto.

    Seguiamo la fila e scopriamo che le parole sono legate e sembrano obbedienti. Ma in realtà è tutto il contrario: nei versi successivi le parole esplodono in manifestazioni incontrollate, fino a giungere a una graduale prepotenza di modi, a una indubbia mancanza di rispetto.

    Il tutto porta a un certo sconcerto e alla considerazione che si ignora dove ci vogliono portare:

    il lieto fine o verso la fine della pagina, ma senza una vera conclusione.

    In realtà tutta la poesia è percorsa da termini che si rincorrono e travalicano tra l’ordine e il disordine (nel primo caso in fila/obbedienti/consenzienti/scolarette/scimmie ammaestrate; nel secondo assetate/dispettose/scarmigliate/impertinenti), ma direi che nella conclusione di questa lieve e garbata poesia prevale il senso di incertezza, l’impossibilità di possedere una qualche sicurezza, caratteristica peculiare della vita che Magari martedì testimonia con toni misurati e essenziali. Chi scrive poesia prima o poi si cimenta sempre sugli strumenti del suo poetare, la lingua, le parole che sceglie, cambia, soppesa, carezza fino a quando, come in fondo diceva Pirandello, sfuggono al suo controllo e prendono una vita tutta loro. Anche Ginevra Lilli ha voluto indugiare su questo tema cucendo una sottile trama di ironia che si riversa infine nel titolo stesso della sua poesia.

    L’affanno con le parole descritto in questa poesia è un quadro veritiero degli sforzi con cui le persone che scrivono si confrontano per arrivare a un risultato compiuto e soddisfacente.

    Niente è facile o scontato. Se, in principio, il processo fila liscio (l’ispirazione?), sembra addomesticato, fatalmente con l’avanzare del lavorio della mente, può divenire meno chiaro, può incontrare degli ostacoli, si può bloccare o può avviarsi in direzioni impreviste, che vanno indagate e monitorate. Quello della scrittura è un processo di scavo, di interruzioni, di latenze, di faticose riprese e nessuno garantisce, in questo percorso, che si giungerà all’obiettivo auspicato. Parlando delle parole Ginevra Lilli conclude dicendo:

    Non si sa

    dove ci vogliano portare.

    Verso il lieto fine o scivolando,

    giù, verso la fine della pagina

    senza conclusione, senza

    un abbraccio o una stretta di mano

    che dica: ‘ecco, ci rivediamo

    presto. Magari, martedì’.

     

    MOTIVAZIONI per PREMIO UNICO EDITI lette da   Gabriella Gianfelici

    mobili-e-altre-minuzie-copeLEILA FALÀ, Mobili e altre minuzie, Dars Udine 2015, Quaderni di poesia 11

     Questo libro è vincitore dell’ottava ed. del Premio Internazionale Internazionale di Poesia “Elsa Buiese”, comitato friulano DARS-Donna Arte Ricerca Sperimentazione, Comune di Martignacco e Udine, nel 2015.

    È un piccolo notevole inventario del quotidiano, dei gesti del vivere, delle cose di cui amiamo circondarci: l’abat-jour, il divano dove distendiamo il nostro corpo, la tenda che copre o scopre lo spazio intorno.

    È una poetica che scava l’abitudine e i suoi riflessi, che gioca con l’ironia e le incertezze dei sentimenti.

    È parola semplice ma non semplicistica, ricerca dei versi “leggeri” senza essere mai sciatti nè abusati.

    Una poesia che sento in sintonia col mio lavoro: scarnificare la parola, renderla importante per il suo significato e per il suono.

    Leila Falà sceglie volutamente un tono colloquiale, disserta tra malinconie quotidiane e le “cose di tutti i giorni”, cerca un raccordo fra tutto questo con uno sguardo leggero e distaccato:

    È una tazza di latte cagliato / la stanchezza di queste giornate

    Il suo occhio vigile controlla la polvere, scruta gli oggetti all’interno del mobilio, mentre l’inquietudine sale alla ricerca di uno sguardo complice, di un dialogo.

    E significativamente sgorga l’angoscia quotidiana e il suo essere presente e pesante nella vita di ogni persona, soprattutto femminile:

    Come panni stesi ad asciugare / in un giorno che piove.

    È percettibile spesso il dialogo con il maschile che, con difficoltà a volte si rapporta alle cose e ai sentimenti ma, come in un cerchio, la materialità del quotidiano riporta a sguardi, intimità e abitudini al loro posto, in un sempre rinnovato e attento scambio.

    L’introspezione è forte in questa raccolta come in molti lavori al femminile, sviscerare quello che è intorno a sé è un’attività prevalente nelle donne. Di seguito, una poesia dal libro:

     

    Abat-jour

    Quando

    a colloquio col sonno mi spoglio

    scappano dai ripari diurni del corpo

    penzolano su l’abat-jour in attesa

    sul colle dei libri non letti

    sui colloqui virtuali

    di cellulari in riposo

    ali di parole

    dette lette ascoltate rubate

    a bocche distratte

    a insegne loquaci.

    Attendono come passeri sul filo

    che la luce si spenga.

    E vanno a infilarsi rimescolate nei sogni

    a spiegare i significati della mia irrequietezza

    il senso dei gesti non fatti.

    Mi sospingono fino a depositarmi

    verso minuscole verità della vita.

     

    E poi, insieme al mobilio e altre minuzie, troviamo gli oggetti del nostro vivere: le mollette sul filo, il gelato come esempio di un pugno allo stomaco freddo e improvviso, le lavatrici a gettone…tutto è percepito e indagato. Gli oggetti delle nostre giornate sono stati spesso esaminati come “appendici” della nostra sensibilità, recentemente rammento anche un convegno svoltosi a Duino (Trieste) dal titolo Oggetti /vamente dove tutto questo veniva esaminato in poesia e in narrativa.

    Tutto fa parte della vita e dell’amore, dei silenzi e del frastuono giornalieri.

    Così Leila sopporta un malessere che è anche il nostro: è il disagio ricorrente di coloro che cercano sempre, che alimentano le loro giornata con riflessioni e pensieri.

    E, come esseri umani attaccati al quotidiano, per non naufragare dentro i nostri sobbalzi emotivi cerchiamo le sponde per arginare il nostro torrente impetuoso:

     

        Giorni

        Ci sono giorni che non riesco a starmene seduta

        la sedia è troppo alta, il divano non accoglie.

        Ci sono giorni del letto duro e inospitale

        che pare il disordine insopprimibile del cosmo

        riversarsi in un instabile equilibrio del mio corpo.

        Se ne stanno dure le cose e ossute

        preoccupate di seguire il palinsesto quotidiano

  2. CONSIGLI DI LETTURA testi fuori concorso

 pari Noemi Crain Merz, L’illusione della parità. Donne e questione femminile in Giustizia e libertà e nel Partito d’Azione, Franco Angeli, 2013.

Di particolare interesse nel Settantennio della Repubblica e del voto delle donne, lo studio sulle iscritte ai due movimenti antifascisti, poi confluite nella D.C.; l’A. esamina il loro essere donne tra gli uomini; il loro riferirsi a Mazzini e a Croce; la generosa lungimiranza con cui, in nome di valori universalistici, affiancarono, sostennero e rafforzarono gli iscritti senza reciprocità.

Il libro infatti indaga anche ciò che raccolsero dopo la Liberazione – disconoscimento, ostacoli nelle carriere, emarginazione – individuando «le ragioni del fallimento» nello scarto tra parola politica e azione politica; nel diverso significato dato, dagli uomini e dalle donne, ai concetti di complementarietà, parità e giustizia; nella debolezza di esibire un attivismo politico maschile dato per neutro, l’unico « nel modo dei giellisti di concepire l’impegno politico.»

Ciò comportò non solo l’accettazione di politiche di gradualità, temendosi la frattura con gli iscritti, che permisero «il conservatorismo di un partito progressista» esemplarmente descritto.

Tra molti e inediti profili di gielliste, quello di Barbara Allason che, diversamente da Giovanni Gentile, negò la continuità tra Risorgimento e Fascismo ed equiparò i/le giellist* cospiranti nelle sue stanze, a patriot* risorgimentali. E biografò Silvio Pellico». Di fatto, il salotto Allason fu la più autentica versione in chiave post-risorgimentale del salotto della contessa Maffei».

 

9788898158997_0_0_300_80Monica Grasso e Paolo Carloni, L’uno e l’altro volto. Michelangelo, Vittoria Colonna e la Vergine del Giudizio Sistino, Ginevra Bentivoglio EditoriA, 2016.

Sembra tutto detto sul Giudizio michelangiolesco che, nel 1541, scatenò sentimenti varianti dalla «stupefatta ammirazione alla scandalizzata ripulsa», ma i due Autori – l’una docente di Iconografia e Iconologia all’Università di Urbino e l’altro storico dell’arte, poeta e fotografo – ci riservano sorprese.

«Nella vasta metafora della cultura umanistica, nelle sue sofisticate allusioni simboliche, nutrite anche dal nuovo afflato religioso», che è il capolavoro sistino, ravvisano un nuovo autoritratto di Michelangelo nel profilo maschile nella parte posteriore del velo di Maria.

Profilo comparato con quelli del busto bronzeo di Daniele da Volterra e del ritratto di Bonasone e che «l’appoggio della mano destra della Vergine rende pensoso.»

L’analisi dei linguaggi semantici s’incentra su quella, storica-letteraria-filosofica, del “doppio”; in questo caso «un uomo in una donna»: l’Artista e Maria.

Paolo Carloni (Il Tempo ha un doppio fondo), nega «il luogo comune che vuole Michelangelo poeta dantesco par excellence»; evidenzia nell’audacia pittorica del Giudizio e di quel “doppio” l’influsso di Francesco Petrarca e di Vittoria Colonna. Entrambi gli A. ritengono Michelangelo il maggiore pensatore del ‘500, dopo Erasmo e leggono nel Giudizio le sue prese di posizione nel dibattito in corso sull’ortodossia religiosa e sul ruolo storico della Chiesa. A sua volta, Monica Grasso, nelle belle pagine d’apertura (Figura della Vergine e ad alcune problematiche iconografiche del Giudizio), approfondisce un’altra scoperta: il piede della Vergine sfiora la “graticola” portata a spalla da San Lorenzo come se fosse una scala, in sintonia con il ruolo di Janua Coeli, Porta del Cielo, esaltato dalla controriforma.

 

processiRenata Russo Drago, tra violenza e onore. Le donne nei processi penali del periodo borbonico (1819-1859), Lombardi, 2012.

La ricerca socio-antropologica effettuata principalmente sul Fondo “Gran Corte Criminale” dell’Archivio di Stato di Siracusa, ha permesso all’A., d’origine genovese e d’adozione siracusana, di tracciare un magistrale affresco dei processi per adulterio, infanticidio, parto cesareo, sospetto di aborto procurato, percosse seguite da morte, uxoricidio, veneficio, matrimonio clandestino. Per l’A. «…una discesa agli Inferi in un mondo privo di luce, dove prevalgono la lotta per la sopravvivenza, l’amore per la ‘roba’, intesa nel senso verghiano, la brutalità, la cieca libidine». Donne nate e cresciute in ambienti di generale povertà, ignoranza, controllo oppressivo della voce pubblica, drastica riduzione della libertà personale, rispondono a situazioni spesso al limite del sopportabile giustificando, trasmettendo e agendo violenza.

«Sono pagine di verità che inducono a riflettere sulle incancellabili responsabilità storiche di un sistema sociale di primordiale ancestralità» (C. Piccione, prefazione).

Nella generale arretratezza del contesto, non scevro da motivazioni ideali e politiche pre-unitarie, l’A. evidenzia insospettabili avanzamenti nell’iter processuale del Codice del Regno delle due Sicilie. Della stessa A., un’altra importante ricerca: I figli dello Stato. L’infanzia abbandonata nella provincia di Siracusa dal secolo XVI al fascismo, Lombardi,

case

I luoghi abitati da artist* «possono accrescerne la conoscenza, svelarci particolari che non erano presenti o che non abbiamo saputo cogliere nelle loro opere. (…) Passeggiare nelle stanze dove hanno trascorso la vita può aiutarci a trovare il pezzo mancante per comporre il ritratto di colui o di colei di cui abbiamo amato il libro, il quadro o la partitura musicale».

Con sapienza e stile avvincente, l’A. svela l’ennesima perla nostrana: i luoghi della solitudine creativa, poiché, come disse Marguerite Duras: «Soli lo si è solo in casa, non fuori ma dentro di essa.» «Libro utile e prezioso» (Cinzia Tani, prefazione) stimola la curiosità, spinge alla visita di luoghi piccoli e grandi, in gran parte poco noti, tutti corredati da un «florilegio» di notizie storiche, artistiche, biografiche, anedottiche, informazioni turistiche, fotografie e altre testimonianze (versi, lettere, quadri, ecc.). Tra le stanze del femminile: la casa nuorese in cui crebbe Grazia Deledda, seconda donna al mondo a vincere il Nobel per la letteratura e la prima in Italia (1926); l’apicale Castello di Favale in cui soffrì e fu assassinata dai fratelli per una delittuosa concezione dell’onore la massima poeta lucana cinquecentesca, Isabella Morra; l’austero Castello di Torrella del Sannio in cui operò Elena Ciamarra (1894-1981), figura di cultura e d’afflato europeo, pianista e pittrice, il cui ritratto di anonima Contadina molisana entrò nella collezione di Vittorio Emanuele III. Pagine da tenersi vicine e leggere attentamente.

letIlaria Guidantoni, Lettera a un mare chiuso per una società aperta, Albeggi edizioni, 2016

Di bruciante attualità, la Lettera affronta filosoficamente e politicamente «questo mare culla della società cosiddetta occidentale, chiuso e per questo non necessariamente creatore di una società aperta». Sul concetto di Gemma Corradi Fiumara, parola come ascolto, l’A. imposta «un viaggio nel mare bianco, con recupero della tradizione orale, di quell’incontro con l’altro che non è fatto di parole ma di un ascolto che va al di là di quello che si dice con la voce.»

11 voci narrano «i loro punti di vista, spesso sospesi fra identità plurali»; per l’A., le differenze sono garanzie di pace, di sviluppo sostenibile economicamente e culturalmente, valore morale».

Stefania Nardini, definendosi meticcia italo-marsigliese vede nella bouillabaisse «il simbolo del chiasmo di culture mediterranee»; l’egiziano Muhammad Aladdin esalta «la contraddizione, anima del mondo, motore etereo: quella tra la nostra verità e ciò che aspiriamo ad essere.»

Nel capitolo dedicato alle «sinestesie che il mare evoca, dalla vista e dalla luce, ai colori, fino ai profumi, sapori, suoni, alla tattilità che si avverte nel salmastro che incrosta, sabbia che si disperde nell’aria tra umidità e vento» l’italo-libanese Leyla Khalil narra «le vite perdute e/o sospese stipate in barche che non sono più quelle indistruttibili di cedro dei Fenici ma che fanno acqua dappertutto.» Per Elena Postigo, il mare nostrum «è una sorta di terra acquatica, di continente, non tanto e non solo una barriera d’acqua com’è l’oceano.»

 


BANDO  2016 DEL   XVII° PREMIO DI SCRITTURA FEMMINILE “IL PAESE DELLE DONNE” dedicato all’artista cilena Maria Teresa Guerrero (Maitè) e congiunto al XXIV° PREMIO “DONNA E POESIA”

con il Patrocinio di: Associazione Nazionale Comitati Parità e Garanzia Universitari (UniCpg) -Consigliera Parità provinciale di Frosinone – Associazione culturale “Il Tempo e lo Sguardo”

Le associazioni culturali “Il Paese delle donne” e “Donna e Poesia”, attive dagli anni Ottanta, partecipi dell’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne, dell’Affi e di Archivia, promuovono un Premio in 5 (cinque) sezioni, per Autrici, senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio. Concorre materiale in italiano o con traduzione italiana.

1) Saggistica (sezione A): opere edite; e-book.
2) Narrativa (sezione B): opere edite; e-book  –  letteratura per l’infanzia su tematiche di genere e sociali
3) Tesi di Laurea (sezione C) conseguite in Università italiane, pubbliche e private, discusse negli ultimi tre anni: a. Tesi di dottorato, Tesi di Master e Tesi di Scuole di Specializzazione; b. Tesi di Laurea Magistrali; c. Tesi di laurea triennali.
4) Poesia (sezione D) coincidente con il XXIV° Premio “Donna e Poesia”:
a. edite (escluse antologie a più firme, quotidiani e riviste); b. inedite (max tre poesie); c. silloge (max 12 componimenti non superiori ai 400 versi complessivi); e-book.
5) Arti visive (sezione E): opere edite (saggi, biografie, cataloghi, opere a fumetti); e-book.
Le sezioni A, B, C, E esprimono 1° e 2° premio; la D solo uno per l’edito e uno per l’inedito.
Si prevedono Segnalazioni e un Premio Redazione.

Inviare entro le h. 24,00 del 16 luglio 2016, in pacco chiuso contenente:
1) Una copia (cartacea) del materiale in concorso.
2) Foglio con titolo dell’opera per esteso, generalità, indirizzo, recapito telefonico ed e-mail.
3) Fotocopia del versamento di € 25,00 (venticinque euro) su c/c postale n. 69515005, intestato: Associazione il Paese delle donne; causale: “Premio 2016”. Indirizzo: Fiorenza Taricone, Via Rifredi 48, 00148 Roma.

ATTENZIONE: non inviare raccomandate; pacchi mancanti di tutti i requisiti non saranno inoltrati alla Giuria che deciderà con criteri insindacabili, non impugnabili in alcuna sede.
Le vincitrici saranno avvisate per e-mail entro le h. 24.00 del 31 Ottobre 2016.
Premiazione: 26.11.2016 – Casa Internazionale delle donne, Via della Lungara 19 Roma.

I premi consistono in opere d’arte e/o d’artigianato artistico.

Recensioni delle opere premiate su: “Il Foglio de Il Paese delle donne” (cartaceo) inviato a concorrenti e abbonate; cerimonia di premiazione su youtube; archivio: www.womenews.net.

Giuria: Maria Paola Fiorensoli e Fiorenza Taricone (co-presidenti), Donatella Artese, Edda Billi, Amelia Broccoli, Gabriella Gianfelici, Monica Grasso, Teresa Mangiacapra, Beatrice Pisa, Marina Pivetta, Lucilla Ricasoli, Anna Maria Robustelli, Maria Teresa Santilli, Alba Ungaro, Consuelo Valenzuela.

Info: Associazione Il Paese delle donne: s. l. Via della Lungara 19, 00165 Roma.
paesedelledonne@libero.it; www.womenews.net; cell. 3470336462 (feriali 10-17)
Associazione Donna e Poesia: 3498757498 – 3485605528 (feriali 10-17)