Il 9 maggio dalle 10 alle 13 e alle ore 11,30  sarà presentato con l’artista

SVOLGIMENTO DI UN QUADRO.

I progetti di arte contemporanea della Querini Stampalia si sviluppano  nel   e  per   lo  spazio della Fondazione, perché si considera prima di tutto il  luogo   come materia e  soggetto, capace di esprimere il ruolo di un’istituzione che vuole agire in relazione  con il proprio tempo.

La vocazione del  luogo   è quella di lasciarsi permeare da altri sguardi, senza cristallizzarsi in un’unica forma, per testimoniare il dialogo tra i linguaggi dell’arte e il pubblico.  Molti gli artisti che nel tempo si sono misurati con la memoria del Museo, con lo spazio  contemporaneo e sperimentale ridisegnato da Carlo Scarpa, ma anche con la facciata  cinquecentesca del Palazzo.

È stato quindi naturale, seguendo il pensiero critico e curatoriale entro cui la Fondazione  ha costruito il suo sguardo fiducioso nel contemporaneo, invitare  Maria Morganti  a mettersi  in relazione con la Caffetteria progettata dall’architetto Mario  Botta   con il quale l’artista si è confrontata per il  progetto  Svolgimento di un quadro  .

L’installazione permanente vede coinvolte le pareti di questo spazio, rivestite da arazzi  creati e sviluppati in stretta  collaborazione con  Bonotto, una delle manifatture  tessili più creative al mondo  .  L’idea ha origine dal  Quadro per la Sala dell’800   che Maria Morganti ha dipinto nel  2008 durante le visite alle Collezioni del Museo. Prendendo spunto dai colori dei dipinti  esposti e in particolare dal fiore tra i capelli de  La Modella  , 1910 di Alessandro Milesi,  come fosse la tavolozza sulla quale il pittore ha ragionato sui propri colori, l’artista nel  corso di ogni visita, ne ha accolto uno, lo ha portato con sé nel suo studio e lo ha materializzato in uno strato di pittura sulla tela.

Il suo quadro è l’esito della sovrapposizione  di queste esperienze. Di queste stesure cromatiche conserva su cartoncino la sequenza.  Maria Morganti nel suo lavoro procede così: “Io non faccio il colore, lo trovo. Non lo  invento, non lo progetto, non lo produco, non lo riproduco… tendo verso di esso. Lo  ascolto e lo vedo farsi. Lo vedo nascere sulla tela”. 

Quando nel 2015 accoglie l’invito di Chiara Bertola a confrontarsi con gli spazi della  caffetteria, Maria Morganti decide di tornare a quel quadro e al suo diario di pennellate.   “Sono partita dal ‘grumo’, dal fiore, assumendolo simbolicamente come fosse il punto  condensato del pensiero del pittore, per domandarmi come espandere questo gesto  intimo e denso. Come allargarlo nello spazio? Come pensare ad un gesto ampio?  Come portare verso l’esterno in una scala grande e pubblica questo segno così pic  –  colo? Come passare dall’intimità all’esteriorità? Come dare forma al colore che si è  formato nello studio quotidianamente, che è poco e concentrato? Ho immaginato che  il dipinto si espandesse, si aprisse, che il colore si distribuisse nello spazio. Ho pensato  a una dilatazione del quadro nell’architettura, come se ogni singolo strato si sfoglias  –  se tridimensionalmente nell’ambiente. Attraverso una prevalenza di verdi, azzurri e  una forte presenza del rosso, il quadro si è moltiplicato in tanti quadri separati. Ho  percepito l’architettura, ho sentito lo spazio di Mario Botta come il luogo che dava la  possibilità al mio colore di adagiarsi, di stare, di prendere il suo spazio. Ogni singolo  colore è espressione di un’emotività incontrollata e ha bisogno di essere tenuto, com  –  presso, abbracciato, accolto.  I due piani grigi e orizzontali, il soffitto e il pavimento, tengono tra di loro tutte le super  –  fici colorate. Tra di loro stanno i colori distesi in pareti verticali scandite, sezionate,  separate le une dalle altre da linee, da cornici di ferro nere che ne disegnano i confini.  E così accade che la voce dell’architetto si sovrapponga a quella del pittore”.

Ciò che muove Maria Morganti in questo progetto è la relazione, la sintonia, la ricerca di similitudini, uguaglianze e non differenze, la consapevolezza che partendo dai  punti di contatto, dall’aderenza con un’altra esperienza possono nascere nuove congiunture. Quando il suo sistema interno converge con un sistema esterno che ha delle  similitudini con ciò che fa, si crea un cortocircuito e si agisce in un terreno comune  dove più soggetti possono riconoscersi.  È quanto accaduto con la manifattura tessile Bonotto con cui Morganti è riuscita a  confrontarsi in maniera empatica.  La sfida era aggiungere un nuovo “strato” alla collezione della Querini e alla stesso  tempo un nuovo “strato” alla collezione dei tessuti Bonotto.  “Ho immaginato di tradurre il gesto del pittore – spalmare colore ad olio sulla tela  – nella pratica dell’azienda Bonotto – formare il tessuto attraverso una trama e un  ordito – e ho traslato così ogni singolo strato di colore in una tela colorata. Dalla  tela come supporto della pittura, alla tela come materia-colore essa stessa”, afferma  Maria Morganti. “Se ogni singola pennellata di colore è costituita da tantissime gra  –  dazioni, così il tessuto che ho elaborato con Giovanni Bonotto è composto da tanti fili  diversi che assieme vanno a creare un unico colore. Da lontano appaiono come gran  –  di campiture monocrome, ma quando ci avviciniamo capiamo che il colore è com  –  posto da tantissime sfumature. Si tratta dell’ingigantimento del gesto pittorico, senza  4  mediazione, senza distanza: costringe ad un rapporto ravvicinato e diretto con il colo  –      L’opera si compie nella sua interezza, quando saliamo al secondo piano e ritornia  –  mo di fronte al quadro nella Sala dell’800 del Museo. Il cerchio si chiude, il progetto  si attua nel momento in cui ricomponiamo, attraverso la nostra percezione, il processo  a ritroso nel tempo. L’immaginazione torna dove le cose sono nate.”

L’ARTISTA  Maria Morganti   è nata a Milano nel 1965. Si è diplomata all’Accademia di Belle  Arti di Brera e ha studiato alla Studio School e alla N.Y.U. di New York. Dal 1995 ha  scelto di vivere a Venezia.  Il suo lavoro mette al centro del proprio fare l’esperienza del colore. Il colore inteso  come materia, come traccia dell’esistenza. Quello che produce quotidianamente nel  suo studio attraverso un ritmo preciso, un colore al giorno, spesso si mette in relazione  con altre realtà, con altri spazi.  Tra le mostre personali ricordiamo:  Maria Morganti   a cura di Angela Vettese,  Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia 2006;  Leporelli in White Screen   a cura  di Milovan Farronato, Via Farini, Milano 2007;  Diario cromatico   a cura di Chiara  Bertola, Fondazione Querini Stampalia, Venezia 2008;  Indugi   con Bruna Esposito a  cura di Chiara Bertola, Galleria Caterina Tognon, Venezia 2009;  L’Unità di misura è il  colore   a cura di Chiara Bertola, Museo di Castelvecchio, Verona 2010;  Un diario tira  l’altro   a cura di Marco Tagliafierro, Galleria OTTO ZOO, Milano 2010;  Procedere,  trasformandosi, rimanendo  , Galleria Caterina Tognon, 2012 Venezia;  Giardini squisiti  con Massimo Kaufmann, Casa Testori, Novate Milanese, 2014;  Pronuncia i tuoi colori  ,  a cura di Francesca Pasini, Galleria OTTO ZOO, Milano 2015.  Tra le Residenze:  Made in Filandia 2015  , Pieve a Presciano, Arezzo 2015;  Conservare  il futuro  , Workshop, Palazzo Bonaguro, Bassano del Grappa, Vicenza 2006, Art/  Omi, Ghent (USA) 1997  Hanno scritto di e per lei: Chiara Bertola, Laura Boella, Riccardo Caldura, David  Carrier, James Elkins, Davide Ferri, Ilaria Gianni, Mel Gooding, Susan Harris, Paul  Hills, Vincent Katz, Caoimhìn Mac Giolla Léith, Jean-Luc Nancy, Francesca Pasini, Piero  Pes, Lucio Pozzi, Rosella Prezzo, Raphael Rubinstein, Gabi Scardi, Tiziano Scarpa,  Barry Schwabsky, Marco Tagliafierro, Adele Tutter, Angela Vettese, Giorgio Verzotti.  L’AZIENDA  Bonotto  , fondata nel 1912, è oggi considerata il riferimento creativo nel mondo tessile.  Con i suoi duecento maestri d’arte ha rivoluzionato il paradigma produttivo e creativo  industriale,  con la sua “Fabbrica Lenta”, manifesto contro la standardizzazione  e la pro  –  duzione in serie a basso costo. Un ritorno al lusso dell’artigianalità, al lavoro delle mani  e del savoir faire. Non esiste però nostalgia in Bonotto, ma solo sperimentazione conti  –  nua e dialogo con la contemporaneità e la tecnologia. Un pensiero artistico, guidato da  Giovanni e Lorenzo Bonotto, che ha nell’arte la sua natura stessa. La fabbrica ospita al suo  interno la Fondazione Bonotto, oggi una delle maggiori e più attive realtà culturali italiane.