“So venuto a ricodatte che te sei robba mia! Ti amo”, La scritta, manifesto, d’ancestrale attualità, è passata dai muri di Roma, quartiere Prati, ottobre 2014, alla locandina del convegno “La violenza contro le donne in una prospettiva storica. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI)”, promosso dalla Società Italiana delle Storiche (Sis), da Gender History – Dipartimento di scienze umane e sociali dell’Università “L’Orientale” di Napoli), e da GRHis (Université de Rouen), con patrocinio della Regione Lazio e del Comune di Roma-Assessorato Patrimonio, Politiche Ue, Comunicazione e P.O.
Diviso in quattro sessioni presiedute da Alessandra Gissi (“L’Orientale”), Antonella Perticone (Bee-Free coop. sociale contro tratta, violenza e discriminazioni), Stefania Catallo (Biblioteca Marie Anne Erize, Centro antiviolenza di Tor Bella Monaca-Rm e autrice de Le Marocchinate ed. Sensibili alle foglie) e da Federica di Sarcina (Università e Campus), il convegno si è svolto all’indomani della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne nelle due sedi della Casa internazionale delle donne e della Biblioteca di storia moderna (rispettivamente il 27 e il 28 novembre).
“L’attenzione per il tema della violenza contro le donne e per il femminicidio è alta in Italia. Tuttavia, nella odierna riflessione manca un adeguato inquadramento del fenomeno in una prospettiva di lungo periodo” ha detto Isabelle Chabot (Presidente Sis), “Restano aperte molte domande che solo un’analisi storica e diacronica può affrontare in modo pertinente per ricostruire quella ‘cultura della violenza’ nelle relazioni tra i sessi che è la principale chiave interpretativa dell’esperienza odierna.”
Caratteristica dell’incontro, oltre la ricchezza degli interventi e la varietà d’approccio ai grandi temi della violenza psicologica, fisica, di restrizione della libertà, è stata la gran messe, omogenea, dei dati sulla violenza “tema caldo con incertezze non nel rilevare il fenomeno ma nell’interpretarlo” (A. Gissi) “occorre una cultura di genere che contribuisca a sradicarlo. Solo uno sguardo lungo nel tempo può aiutare a farlo.”
Ancora altissimi i pregiudizi sulle vittime ed esplicita, nella narrazione corrente, la legittimazione della violenza sintetizzata dall’imperituro ‘se l’è voluta’ spesso introiettato dalle vittime.
Domenico Rizzo (Presidente Gender History), ha sottolineato come il 52% degli uomini indichi “la provocazione” femminile a scusa e concausa di violenze; che solo il 65% di loro “ammette che sia il punto di vista maschile sulle donne ad avere un ruolo decisivo nella violenza”; che il 90% la ritiene “episodica, dovuta ad alcoolismo, droghe, emarginazione, disoccupazione” mentre è assodato che sia trasversale ai ceti sociali e indipendente dall’istruzione e dallo status.
Rizzo ha parlato di due modelli maschili rispetto alla violenza: primitivo e istintuale, che la legittima in senso generale collegandola alla caduta dei freni inibitori; idraulico a vapore per chi l’imputa alla pressione socio-culturale su singoli individui (in basse percentuali anche donne), che non la reggono.
In apertura della prima sessione, Lucia Ferrante (curatrice di un numero specifico di Genesis, 2010), nel parlare di “Violenza di genere e politica a Bologna nella prima età moderna: Aurelia Sanvitale vs Aurelio dall’Armi” – ha analizzato “la cultura che costruisce il silenzio delle donne” e che ha reso sempre difficile a denuncia da parte della vittima, “per paura, vergogna, dipendenza psicologica, sfiducia nelle istituzioni.”
Eccezionale quindi il procedimento d’ufficio, per maltrattamenti e limitazione di libertà messi in atto da Aurelio ai danni della moglie Aurelia, entrambi di famiglia nobile, in una Bologna dove vigeva “un difficilissimo condominio tra autorità cittadina e papale.”
Il processo, iniziato nel 1606 e terminato nel 1614, ripreso dalle carte di Cesarina Casanova, studiosa delle leggi seicentesche, si concluse con la condanna di Aurelio non tanto per quanto fatto alla moglie e neppure per la sua convinzione d’innocenza che lo spinse ad accusarla di diffamazione perché le botte, la segregazione, l’essersi portato a casa amanti, rientrava nella norma, quanto per “Turbativa degli ordini superiori”, “l’essersi messo al posto dello Stato” confinando Aurelia “in privato carcere”. Maltrattamenti e sevizie infatti, ha ricordato Ferrante rimandando anche alla legge di Roma antica, sono cosa diversa dall’isolamento/segregazione tra delle mura, fossero anche le ampie stanze di un palazzo nobiliare.
Concetto di pressante attualità a fronte di tanti “isolamenti”, vere segregazioni che continuano ad avvenire nel nostro paese e non possono legittimarsi con autorità paterne o maritali limitanti la libertà.
Altra caratteristica del convegno della Sis, è stata quella di dar voce a giovani ricercatrici, operatrici e precarie le quali, tutte, hanno dato un interessante contributo di studio e di proposta.
Cristina Gamberi (“L’alfabeto della violenza contro le donne: linguaggi e rappresentazioni”), che ha iniziato il percorso per immagini con il quadro di Frida Kalo, “Qualche piccola punzecchiatura”. Nudo di donna crivellato di pugnalate, steso sul letto bianco al centro di una stanza altrimenti vuota, vegliato dal suo assassino con camicia e pugnale insanguinato. A incastonare la scena, il nastro teso da due uccelli, uno nero e uno bianco: Unos cuantos piquetitos! Era il 1935 e poche immagine sono altrettanto rappresentative e denuncianti tutti gli elementi del femminicidio.
Cristina Gamberi ha esaminato i linguaggi mediatici utilizzati fino all’oggi nel descrivere il femminicidio – es. l’assassinio di Marie Trintignant, nel 2003, da parte del suo compagno, Bertrand Cantat, da sempre descritto come ‘incidente’ e annoverato nei casi in cui ‘l’amore rende folli’ quando non si tratta nè di amore nè di follia ma di dominio, dell’essere quella “….robba mia!”
Di Marie T. “si mise in risalto la sessualità, la voce roca, gli amori tumultuosi, anche lei una che se l’era voluta… di Cantat si continuò a scrivere come della fine di un mito. La gravità del femminicidio si misura ancora sugli effetti nella vita del carnefice.”
Gamberi ha analizzato varie campagne contro le violenze dove “l’attenzione è incentrata ancora una volta sulla vittima, sul suo dolore; di lei si mostra tutto, mentre non compaiono mai le figure maschili, gli autori delle violenze e solo, recentemente, compaiono figure maschili ma sempre tratteggiate, come ombre, sagome irriconoscibili o con i volti oscurati o coperti da scritte. Lei rimane il soggetto della paura, non della denuncia”. “L’assenza del viso dell’uomo violento conferma la sua non rappresentatività, è un dato generale” ha proseguito Gamberi, “è una strategia di deresponsabilizzazione, come ha avuto anche la campagna 2010.” L’eccezione è la campagna “È il tuo principe azzurro?” con cui Sharie Ltin Sangue ha denunciato e irriso tutto il peso di un mito trasmesso e assimilato nelle/dalle generazioni femminili mostrando per la prima volta solo il viso e il pugno proteso di un uomo violento. L’assenza della vittima, sottratta all’esibizione della paura o della sofferenza o della morte, comporta un cambio completo di prospettiva: l’astante non assume lo sguardo dell’aggressore, davanti alla vittima, ma quello della vittima ‘condividendone’ la situazione. “Change your mind”, si legge.
Esemplare l’intervento di Christel Radica su “Innocenti e maliziose: la violenza sessuale contro le bambine nella Firenze dell’Ottocento” che ha approfondito il tema delicatissimo dell’incesto e della pedofilia esaminando i codici penali, i repertori criminali, le sentenze, i referti medici e l’interrogatorio delle bambine.
Più volte citato, il Codice Zanardelli (in vigore nel Regno d’Italia dal 1889 al 1930 e in parte ispiratore del successivo), sanzionò come “atti di libidine” le pratiche pedofile e incestuose.
“Su 31 casi denunciati, solo 5 condanne, come da prassi (…) e ambigui sono anche i referti che parlano di bambine impuberi, non di vergini, nella convinzione che lo stupro d’infante fosse inesistente, che una bambina non potesse subirlo neppure con le dita o un legno”.
Quando, evidenziato fisicamente lo stupro, gli interrogatori si fanno stringenti, la bambina è richiesta contemporaneamente di ricordarsi di ogni cosa, tempo e luogo e di non sapere descrivere l’accaduto perché il concetto d’infanzia innocente era/è sinonimo d’infanzia ignorante: “le piccole vittime non dovevano capire ciò che accadeva nè saperlo descrivere poiché la sapienza era complicità.”
Bambine “seduttrici” sulle quali s’indaga e che sono accusate “di straordinaria malizia” se nominano o descrivono esattamente i genitali maschili e le violenze.
Molte di quelle bambine avranno un futuro difficile, spesso alienato. All’epoca, era prassi risolvere con il manicomio le crisi, sentimenti ed emozioni ‘eccessive’ o qualsiasi scarto dalla norma.
Del tassello fondamentale della violenza domestica rispetto alla psichiatria ha parlato Martina Starnini in “Pazzi d’amore: uxoricidio e violenza maschile nei documenti psichiatrici della seconda metà dell’Ottocento”, ricordando che risale al 1860 il neologismo coniugicidio che riconosceva un aspetto particolare e diffuso negli omicidi di donne.
A sua volta Andrea Borgione, in “Soffrire in silenzio il continuato martirio: la violenza coniugale a Torino nell’Ottocento” ha evidenziato come in quel secolo “la donna fosse rispettata in quanto debole” e per quanto lei rispettasse il ruolo e il posto assegnato al suo genere.
Morto a Torino nel 1909, il veronese Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare, antropologo, medico e giurista, ebbe largo seguito stabilendo che gli uomini violenti lo erano per “imput di nascita, appartenendo ai ceti popolari” e per “raptus derivanti dall’alcoolismo e dalla devianza” (1886).
La convinzione che gli uomini maltrattino le donne ‘per troppa passione’ o per sfogare la frustrazione di un mancato successo sociale si è mantenuta anche quando le teorie di Lombroso sono state accantonate.
Borgione ha esemplificato molti casi in cui “la violenza come forma di controllo e affermazione di mascolinità” si è sfogata nella dimensione pubblica, davanti a testimoni, non in quella privata, sostanziando la funzione correttiva/punitiva affidata ai mariti dallo jus corrigendi, fonte inesauribile di maltrattamenti e limitazioni di libertà, fino all’uxoricidio in nome dell’onore personale e familiare.


Enza Pelleriti
, in Violenze e conflitti familiari nelle carte di polizia della Sicilia postunitaria, ha sottolineato la distinzione, nel predetto Codice Zanardelli (c. VIII e IX), tra maltrattamento (o continua avversità) e correzione (o episodio discontinuo ispirato dall’amore e dal dovere paterno/maritale), affidata al marito con Lo jus corrigendi che insieme all’autorizzazione maritale era un pilastro dell’istituto familiare.
Inedita la figura del Paciere che in Sicilia risolveva, per contratto, situazioni originate anche dalle violenze evitando a entrambe le parti spese processuali, eventuali condanne, il disonore che avrebbe in ogni caso colpito la vittima (specie in casi di stupro) e la vendetta d’onore che avrebbe potuto innescarne altre.
L’eccesso nello jus corrigendum fu una delle cause del Divortium o separatio quoad thorum che nello Stato coincideva con una separazione fisica, di fatto, tra i coniugi senza lo scioglimento del legame. Diversamente, la Sacra Rota annullava i matrimoni non consumati (Divorium quoad foedus seu vinculm matrimoniale), o ritenuti incestuosi spesso per motivi politici di cui è ricca la casistica della storia d’Europa.
Nell’intervento “Violenza domestica e assistenza legale gratuita: donne in cerca di aiuto”, Maria Macchi, citando Ginevra Diletta Tonini Masella nella definizione di matrimonio quale “scansione temporale essenziale nell’arco della vita e soprattutto uno strumento di identificazione”, ha evidenziato come il motivo che spingeva molte donne povere, nella Roma dei Papi, a rivolgersi all’assistenza gratuita fosse l’insoffribilità di matrimoni coatti dovuti a imposizione genitoriale e/o familiare “visto che il matrimonio d’amore fu una conquista dell’Ottocento, ma soprattutto, talvolta, l’identificazione con un rapporto violento, terrorizzante, degradante, dal quale sperare di liberarsi.”
Macchi ha esaminato quattro istituzioni romane sorte tra Cinquecento e Settecento: le confraternite di S. Girolamo della Carità (1528), dell’Immacolata Concezione, di S. Ivo e la Prelatura Amadori fondata da Felice Amadori, “già della confraternita di S. Girolamo della Carità”. Alcune “erano direttamente legate alla Curia come il Collegio degli avvocati Concistoriali”, altre derivavano dalla generosità “di professionisti che sostenevano una confraternita dedita all’assistenza legale gratuita o ne fondavano una allo stesso scopo”.
Tutte e quattro le istituzioni “intercettarono in numero maggiore le istanze di donne picchiate e maltrattate dal coniuge” ma la relatrice si è soffermata sulla confraternita di S. Girolamo, sul suo procuratore per le vedove ed i pupilli e per i carcerati e sul comportamento tenuto “nei confronti della categoria di genere, alla quale appartenevano non solo molte delle litiganti ma anche donne che indirettamente erano tutelate o attenzionate dalla confraternita, come le povere da dotare, le carcerate, le prostitute di cui il notaio della confraternita aveva l’incarico di registrarne i nomi”. Sebbene le suddite dello Stato della Chiesa (definito dal Concilio di Trento), fossero giuridicamente debolissime, le tante litiganti erano assistite in quanto ‘povere’ non in quanto “deboli”.
Nel tempo, “la confraternita di S. Girolamo aprì l’oratorio alle sodali di sesso femminile e istituì congregazioni separate ma parallele a quelle maschili a partire dal XVII secolo. (…) Inoltre, ampliando i criteri di ammissione, si occupò non solo di vedove e bambine ma di “zitelle” e donne sposate, “poiché evidentemente grande doveva essere il numero di richieste da parte di queste ultime categorie.” “Sapendo di avere una via d’uscita, significativamente importante, dal proprio matrimonio divenuto a tutti gli effetti più un vincolo di paura che d’amore” ha concluso Macchi, “in molte intentarono cause sostenute dalle madri o parenti e anche parroci, effettuando “una scelta che tante vittime (oggi) stentano a prendere in considerazione: la richiesta d’aiuto, unica alternativa al silenzio che spesso è, per le donne vittime di violenza, l’anticamera della morte.”
Posta all’inizio dell’arco temporale scelto dalla Sis, un’altra vicenda violenta non poteva mancare nel convegno romano: il processo a Beatrice Cenci per parricidio mai confessato nonostante le torture. La legge papale prevedeva la mitigazione della pena capitale (decapitazione, non mazzolatura e squartamento), per le le figlie che uccidessero padri abusanti e lei fu decapitata l’11 settembre nel 1599, nella commozione generale, dividendo, per secoli, l’opinione pubblica tra innocentisti e colpvolisti. Di lei hanno parlato Benedetta Borello e Simona Feci nell’intervento “Violenza delle donne, violenza contro le donne nella Roma di Prospero Farinacci (XVII secolo)”, fondatore della scienza criminalista, autore di Praxis e Responsa (1606), che ritenne il “reato atrocissimo di parricidio anche un aspetto della violenza contro le donne”.
Altre leggi teocratiche garantivano l’immunità ai padri che uccidessero le figlie ‘per motivi d’onore” ma senza estenderla agli altri familiari che, nel caso, ottenevano pene lievi per l’uccisione di una parente. “L’immunità non riguardava il matricidio” hanno sottolineato le relatrici nel rivisitare l’altrettanto celebre processo ai fratelli Santacroce di cui uno, Paolo, esecutore materiale dell’assassinio della madre, Costanza, uccisa nel sonno nel palazzo di Oriolo (1600). Paolo avanzò fumosi motivi d’onore circa una sospetta gravidanza della madre vedova, in realtà per il timore di perderne l’eredità, invano reclamata. Fuggito a Napoli, morì l’anno seguente e fu il fratello Onofrio a essere decapitato per istigazione e complicità (1601).
Dall’antico all’odierno, Susanna Mantioni è intervenuta sul pensiero di Susan Brownmiller: la demistificazione della ‘cultura solidale con lo stupro’ (1975), sulla giornalista e femminista, nata a Brooklyn da genitori ebrei, il cui Against Our Will: Men, Women, and Rape (1975), frutto di lunghe ricerche e analisi sulla violenza, è considerato uno dei manifesti della teoria femminista sullo stupro. Nel 1995, il libro è stato classificato dalla biblioteca pubblica di New York “come uno fra i primi cento più importanti del XX secolo.” La relatrice ha esaminato “l’approccio multidisciplinare di Brownmiller al tema dello stupro che le ha permesso di prendere coscienza dei processi culturali che lo rendono possibile, al fine di destrutturarli”. Ogni passaggio è ancora materia attualissima, a partire dalla domanda di partenza di Brownmiller sull’attenzione che la legge e la gente puntano, in caso di stupro, sulla vittima e non sull’aggressore.
Susan Brownmiller parlò di una vera e propria ideologia dello stupro volta a distruggere la libera volontà sessuale delle donne; annoverò “la scoperta dell’uomo che i suoi genitali potessero servire come arma per generare paura fra le più importanti scoperte dei tempi preistorici, insieme con l’uso del fuoco e le prime rozze asce di pietra. Dalla preistoria ai nostri giorni”. “Individuò nello stupro un consapevole processo d’intimidazione mediante il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura”. “Percepito e sanzionato non come crimine contro l’integrità fisica delle donne, ma come delitto contro la proprietà maschile, seguendo il principio dell’onore” ha proseguito Mantioni, “lo stupro è stato declinato come un crimine perpetrato da un uomo nei riguardi della proprietà di un altro uomo”.
Il primo salto, nella percezione generale, è avvenuto alla fine della Seconda Guerra Mondiale quando lo stupro di guerra, d’ancestrale tradizione, fu ritenuto un tipico delitto tedesco.
Al sociologo americano Menachem Amir, allievo di Marvin Wolfgang, teorico delle “subculture della violenza”, il merito di un’analisi scientifica della materia in oggetto esaminata nei suoi molti fattori, tra i quali il modus operandi degli aggressori e lo stupro individuale in relazione allo stupro di gruppo.
Brownmiller individuò molti miti maschili sullo stupro, tra i quali la delegittimazione della vittima sempre dipinta come provocatrice, ambigua, dai comportamenti deviati. Un’ostilità dalle radici profonde.
Per Brownmiller, ha ribadito Mantioni, esiste una psicologia di massa della donna-vittima sostenuta da letterature, tradizioni popolari e mitiche, agiografie che ne esaltano la supposta debolezza, l’assenza o la strenua difesa, fino alla morte: “una buona eroina è un’eroina morta”. All’opposto, la cultura solidale con lo stupro sminuisce le responsabilità dell’aggressore, lo giustifica e lo salva. Occorre, come dice Brownmiller,
“ripensare criticamente al concetto di consenso”.
L’uso dello stupro come arma di guerra è stato ufficialmente condannato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu (risoluzione 1820 del 19.08.2008 sostenuta da trenta Paesi, tra cui l’Italia, e approvata dai Quindici Stati membri del Consiglio di sicurezza) e di “Politiche europee di contrasto della violenza di genere contro le donne: il bilancio del ventennio 1997-2015” ha parlato Maria Grazia Rossilli.
Un bilancio non entusiasmante dati gli esiti del recente questionario Ue sul diritto alla dignità umana (art. 1), all’integrità della persona (art. 3), sul principio di non discriminazione, incluso il divieto della discriminazione fondata sul sesso (art. 21), sul diritto alla parità tra donne e uomini (art. 23), sul diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale (art. 47) di cui ai titoli I «Dignità», III «Uguaglianza» e VI «Giustizia» della Carta dei Diritti Fondamentali della Ue. Se molto è stato fatto altrettanto rimane da fare e troppa ancora è la scarsa applicazione degli indirizzi Ue.
Non in ultimo, l’intervento di Beatrice Pisa sul Primo centro contro la violenza sulle donne: via del Governo Vecchio, sede storica del femmismo romano anni Settanta da cui partì anche la proposta dei 50% dei posti di lavoro da dare alle donne e quella sulla legge contro la violenza sessuale che, seppure dopo due decadi, colse l’obiettivo di rendere lo un delitto contro la persona, non contro la morale (1996).
L’MLD fu uno dei primi gruppi femministi italiani, con articolazione nazionale dai primi anni Settanta; il suo atto ufficiale di nascita fu ‘sfederarsi’ dal Partito Radicale e, nel 1976, occupare il Governo Vecchio (qui il ricordo è andato a Liliana Ingargiola), e aprirvi il primo centro contro la violenza delle donne, con due avvocate: Tina Lagostena Bassi e Gioia Longo. Un passo che segnò un prima e un dopo nella storia politica delle Italiane e d’Italia; avviò nuove pratiche e nuovi linguaggi; realizzò una prima ‘politica dei luoghi’, diventando il G. V. la prima sede storica del femminismo anni Settanta, matrice dell’odierna Casa internazionale delle donne nell’ex complesso del Buon Pastore. La narrazione di Beatrice Pisa ha toccato i nodi principali dell’alterità dell’MLD nel pragmatismo, nella rielaborazione dell’influenza Liberal americana; nel rifiuto dell’autocoscienza e nelle distanze dal pensiero della Differenza e dalla Libreria di Milano anche rispetto alla denuncia d’ufficio o alla querela di parte che rispettivamente si voleva introdurre nella legge contro la violenza. Una narrazione di grande ascolto da parte delle tante giovani partecipanti a un convegno di cui si auspica una veloce pubblicazione degli Atti.