Nell’ultimo dei suoi libri che rivisitano la storia dell’arte, Monica Grasso, che attualmente insegna Iconografia e Iconologia all’Università Carlo Bo di Urbino, affronta un quesito su cui i pareri si dividono – che cosa è un capolavoro? – ma su cui è necessario riflettere: «per l’estrema varietà delle opere d’arte anche in relazione alla loro finalità. Ogni epoca ha prodotto una diversa idea di capolavoro e se il valore di alcune opere è stato riconosciuto fin dalla loro creazione, altre hanno riscosso un’ammirazione più discontinua, come è accaduto per i dipinti di Piero della Francesca e di Caravaggio, riscoperti soprattutto nel Novecento.»

Aperto dall’analisi del termine capolavoro e del suo utilizzo, sempre più raro, nell’oggi, il testo analizza opere di Maestr* del pennello: J. Keats, Hubert e Jan van Eyck, Piero della Francesca, Michelangelo, Sofonisba Anguissola, Caravaggio, Artemisia Gentileschi, Guido Reni, Gian Lorenzo Bernini, Camille Claudel, Käthe Schimdt Kollwitz.

Quest’ultima, artista tedesca cui sono dedicati due Musei (Berlino e Colonia), celebrata da diversi francobolli e biografata anche nell’Enciclopedia delle donne, fu molto impegnata politicamente e socialmente, ed è diventata un esempio per la Germania più progressista.» (M. G.) Il capolavoro analizzato è Il dolore dei genitori (cimitero di Vladslo, Belgio, 1931), frutto del lutto per la morte del secondogenito nella Grande Guerra, in cui nella coppia di figure inginocchiate e distanti non si legge solo «un linguaggio semplice e sintetico, privo di dettagli ma con volumi nettamente definiti, curvilineo quello di lei, che ha le braccia strette al petto, quadrangolare quello di lui che ha il busto eretto e il volto rivolto davanti a sé (…) ma un diverso modo di sentire il dolore da parte del padre e della madre, dell’uomo e della donna.» (M. G.)

Di Sofonisba Anguissola, l’Autrice analizza le quattro figure femminili de la Partita a scacchi: le due ragazze elegantemente vestite che si sfidano, la bambina anch’essa ben abbigliata e un’anziana che fa capolino, dalle vesti molto più semplici.

Nell’opera giovanile, datata al 1555, l’Artista ha ritratto tre sorelle e una domestica.

Nata in una famiglia che le crebbe nell’amore della cultura e dell’arte, tutte le sorelle Anguissola (Elena, Lucia, Minerva, Europa e Anna Maria) furono pittrici, ma solo Sofonisba raggiunse fama internazionale. La sua Partita è un’opera innovativa e ironica che rompe con la tradizione medievale delle partite a scacchi, allegoria e metafora dello scontro amoroso e che, in uno dei livelli di lettura, diventa «ammiccamento alla “scena di genere” che proprio nel Cinquecento si comincia ad affermare» in cui Sofonisba non racconta «la partita giocata in una taverna o in una cerchia eterogenea di astanti ma quella, più adatta a una gentildonna, combattuta nel sereno ambiente familiare, in cui si intuisce la presenza dell’affetto accanto a quella dell’educazione e della cultura.»

Un’opera dai molti contenuti in cui l’Artista esprime pienamente la sua eclettica abilità esecutiva.

Nell’ultimo capitolo, Suggestioni e approfondimenti, l’Autrice spazia dalle grotte di Lascaux alle sculture del Partenone e alle vetrate della cattedrale di Chartres; tratta di molti capolavori persi o distrutti dal tempo e della vicende umane e di quelli casualmente ritrovati (es. gli affreschi di Pietro Cavallini in Santa Cecilia in Trastevere), o recuperati dopo il saccheggio nazista, uno dei quali è l’Agnello Mistico del fratelli Van Eyck, tra le opere analizzate. Sul recupero di quelle opere, George Clooney ha girato il film Monuments Men (2014).

 

Monica Grasso, Cos’è un capolavoro? Le risposte dell’arte attraverso i secoli, GBE/Ginevra Bentivolgio EditoriA, 2016.