“In Italia si registrano quotidianamente tre morti sul lavoro”. Così recita, in apertura di documentario, la voce over della regista Francesca Comencini che con il suo lavoro, “In Fabbrica”, ricostruisce per tappe, seguendo il tracciato di un decennio alla volta, la storia degli operai italiani. E l’amara constatazione finale è che dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, molto poco è cambiato.
_ L’autrice è andata a scovare alcuni materiali filmati conservati nelle teche Rai, che a riguardarli da questo scorcio d’inizio millennio rivelano una carica di interesse addirittura superiore a quella che dovevano possedere già all’epoca.

I giornalisti di allora, rileviamo, non si limitavano ad intervistare i giovani operai delle fabbriche del Nord, ma si spingevano più oltre nell’indagare sul loro passato, ponendo domande alle famiglie d’origine di quei ragazzi, in particolare alle loro madri rimaste nei paesi natii. E quelle coriacee donne del Sud, ben allenate al dolore, non potevano che dirsi consapevoli della necessità del sacrificio: quello di vedersi costrette a mandare i loro figli a guadagnarsi da vivere nel ricco settentrione e separarsene, forse, per sempre. Tutto questo avveniva già durante gli anni ’50. Allora come oggi, la speranza era ed è quella di un futuro stabile.
_ Eppure si tratta dell’unica stagione propriamente felice per gli operai, grazie alle iniziali speranze che accompagnavano i primi lavoratori “all’avventura”. Ci troviamo nello snodo fondamentale in cui l’agricoltura perde il primato occupazionale a favore dell’industria. Ma sono solo numeri, come rimarca la Comencini. Cosa avveniva, piuttosto, all’interno di chi era stato agricoltore, e si ritrovava ora in fabbrica?
_ Fa un certo effetto scoprire giovani donne impegnate nelle officine dell’Italia dell’epoca. Le giovani emigrate, ammaliate dalla libertà che il Nord sembrava offrire alle ragazze, si esprimevano ormai, quasi inconsapevolmente, attraverso una parlata “padana”. La vivacità e spensieratezza di quell’epoca colma di speranze per il futuro, insomma, sembra non far difetto neppure alle giovani operaie intervistate.
_ In una maglieria, un’imprenditrice ricorda i suoi molti lavori di gioventù (cameriera, mondina) e ricorda con dolore le molte sofferenze patite. Sull’onda dei ricordi, le scappa detto che le giovani mondine, a guardarle ora, le “fanno pietà”.
_ Ma la sorpresa rasenta l’incredulità quando le telecamere scovano, alle prese con i macchinari, addirittura bambinetti di 10 anni, i quali guadagnavano solo 200 Lire lavorando a mezza giornata. Ci si dimentica che anche questo avveniva, fino a non molto tempo fa, nel nostro Paese! Il lavoro minorile era una piaga eccezionalmente diffusa, lo si riteneva come un “male necessario”. Che ne è stato di questi ragazzini, costretti a contribuire al bilancio familiare sacrificando il loro diritto all’infanzia? Anche se si dichiarano ben contenti, ubbidienti e pieni di volontà, desiderosi di specializzarsi in quella professione faticosa… Una multa di 3.000 Lire, ci fa sapere un cronista, è quanto rischiava al massimo un imprenditore se veniva trovata nella sua fabbrica un minore (di 15 anni).

Forme di lavoro prive di garanzie e di regole erano, insomma, all’ordine del giorno. Tra il ‘58 e il ‘63 esplodeva, di fatto, il celebre “miracolo economico italiano”. La disoccupazione scendeva ai suoi minimi storici: dal 5% di inizio anni 50 al 3% di inizio ’60.
_ Il lavoro sottopagato e l’arricchimento esponenziale delle imprese, tuttavia, diffonde il formarsi di una prima (presa di) coscienza di classe. E allora le dichiarazioni rese ai microfoni e alle telecamere cominciano a mutare di tono, mentre l’entusiasmo delle madri e dei padri vien meno. Nel 1962 il rinnovo del contratto dei metalmeccanici alla Fiat rappresenta il culmine della tensione sociale tra sindacati e vertici dell’azienda.

A fine anni ’60 le aziende assumono in blocco, concorrendo a formare una nuova ondata di emigrazione di massa. Ma se le fabbriche si limitavano ad assumere, poi mancavano di fatto gli alloggi per i migranti nelle ricche città del Nord. Così, dopo aver lavorato duramente per tutto il giorno, quei poveri operai, stremati, si vedono costretti ad andare a riposare in stazione. Le telecamere ce li mostrano che dormono come sassi sulle scomode panche di marmo.
_ Il lavoro dell’operaio diventa sempre meno qualificato, con le assunzioni di massa e l’aumento della produttività. E il lavoro non significa altro più che la sopravvivenza.
_ Ma ecco che nel ‘69, in tutte le grandi fabbriche del Paese, gli operai si mostrano per la prima volta finalmente uniti in una comune coscienza di classe. E’ il cosiddetto “autunno caldo” dei lavoratori italiani. Qui vengono mutati i rapporti di forza tra operai ed imprese. Aumenti salariali, più diritti e migliori condizioni di vita: questo quanto rivendicano i manifestanti. I filmati propongono bellissimi canti sardi degli scioperanti. E straordinario scoprire la forma di protesta contro la RAI, definita “serva dei padroni”. Già allora si puntava il dito contro la proposizione distorta della realtà: caroselli, canzonette, mai che il servizio pubblico si degnasse di raccontare le storie vere degli operai. I primi successi sindacali riempiono di entusiasmo e di speranza per il futuro gli operai. Con straordinaria dignità, esigendo il diritto di essere uomini, uniti e solidali nelle loro lotte. Il diritto alla vita, per se stessi e per le proprie famiglie. {“La fabbrica diventa il centro politico del Paese”}. Sottolinea sempre la Comencini, la cui voce di commento accompagna premurosamente le varie fasi. Contro la spersonalizzazione della catena di montaggio, gli operai propongono la ricchezza della propria creatività. Ogni operaio suggerisce invece di occuparsi, da principio alla fine, di un’intera fase del processo di lavorazione.

{“Gli anni ’80 arrivano come il risveglio da un sogno”}. Nasce un’economia brutale, diversa. {“La voce operaia, compatta per circa un decennio, comincia a incrinarsi”}. 14.000 lavoratori licenziati nel solo settembre dell’80 alla Fiat.
_ Comincia un’altra fase di dura mobilitazione tra picchetti e presidi operai e Fiat. La prova di forza dura 35 giorni. Le voci dei manifestanti rivelano ancora e sempre la loro origine meridionale. Partono le prime contestazioni operaie contro il sindacato.
_ Il segno dei tempi che cambiano si ritrova nelle immagini delle persone comuni che si schierano per la prima volta contro le proteste operaie, utilizzando i loro stessi sistemi: manifestando, scendendo in strada. Fanno emergere ulteriori istanze lavorative, diverse da quelle operaie. I sindacati, infine, si piegano. In 23.000 finiscono in cassa integrazione.
{“Dopo quei 35 giorni, sugli operai è sceso il silenzio”}.

{“Dal nostro Paese, però, non sono sparite le fabbriche”}. I materiali d’archivio, significativamente, finiscono e la regista si trova allora a doversi muovere in prima persona. Entra nelle fabbriche con la sua telecamera e va ad osservare la situazione attuale.
I “nuovi operai” le rivelano che nei primi tre anni si dispone di soli 60 giorni totali di malattia. Altrimenti “si va al 50%”. Tradotto, significa che si percepisce metà stipendio. {“E questo”} rimpiange amaramente l’operaio {“perché non si lotta più come un tempo”}.
_ Nella piccola fabbrica si scopre un’umanità variegata, e purtroppo divisa. Un giovane operaio senegalese si dice ben deciso a lavorare al meglio delle proprie possibilità, come il ragazzino calabrese degli anni ’50 che avevamo visto intervistato una mezz’ora prima. Una giovanissima operaia palermitana invece afferma: {“Dopo il lavoro basta, mi ritiro, basta”}. Non ha altri sogni o passioni, rivela quasi vergognandosene. Una ragazza madre settentrionale spera in qualcosa di buono per la sua bambina. Durante i massacranti turni di lavoro, affida la figlia a sua madre, la nonna della piccola. Quante donne che fanno questo lavoro massacrante da sempre! Donne di ogni provenienza, emigrate dell’est Europa e dell’Africa, dell’Asia e di tutte le città e i paesini d’Italia, come mostra quest’ultima fabbrica.

{“E’ l’andamento del mondo, ora, che ci impone l’immigrazione: è un processo irreversibile. Non è niente di nuovo, ma fa parte della storia del mondo”}. Parole di grandissima saggezza pronunciate dal giovane emigrato del Senegal. E’ lo straordinario suggello del film, dedicato al papà di Francesca, Luigi Comencini.

La messa in onda del documentario, avvenuta ieri sera su Rai3, è stata preceduta da un’intervista alla regista, la quale, così interrogata: {“Da dove nasce l’idea di un film sul lavoro? Come mai questo interesse?”} rispondeva: {“La domanda, semmai, dovrebbe essere inversa. Come è possibile non interessarsi al lavoro? Si tratta di uno dei temi principali nella vita delle persone”}.
_ Anche se sono nuovamente “sparite” dalle notizie dei telegiornali, le morti bianche continuano, silenziosamente e quotidianamente, a mietere le loro vittime in tutto il Paese. Se la tv spesso dimentica, è il cinema che deve tornare a farsi carico di assolvere la sua funzione di specchio della realtà che ci circonda.