Pubblichiamo il testo di una lettera aperta di Be Free in merito alla vicenda di Florence, che esprime, prima di tutto, la grande gioia per la sua liberazione, in cui ruolo preponderante ha avuto la sua determinazione a voler cambiare la propria vita,
e racconta il faticoso lavoro dell’ Ufficio legale di Be Free e
delle operatrici che l’hanno sostenuta nel suo percorso.Tuttavia questa lettera vuole essere di confronto con voi soprattutto
relativamente alle notizie circolate su internet rispetto alla sua liberazione,
in cui ci sembra che poco valore è stato dato alla estrema delicatezza della situazione, e a tutta la miriade di passaggi e sfumature che, quando si ha a che fare con la vita delle donne, devono essere presi in considerazione se non si vuole rischiare di vanificare gli enormi sforzi di noi tutte, e soprattutto di Florence stessa.

{{Nel momento in cui una donna esce dal CIE non è tutto finito}}: ci sono le procedure burocratiche per il rilascio del permesso di soggiorno, la necessità di trovare alla donna una collocazione sicura, protetta, in cui possa davvero iniziare una nuova vita.
_ E soprattutto {{c’è un rischio}}: quello che la eccessiva
mediatizzazione della sua vicenda personale possa intralciare tutti questi
passaggi, e possa renderla riconoscibile anche a chi potrebbe farle del male.

[Florence->http://www.infoaut.org/articolo/la-violenza-contro-le-donne-nei-cie-un-fatto-privato/] non aveva ancora raggiunto il luogo protetto che l’avrebbe accolta,
che la notizia era già su internet.
_ {{Ci si trovava nel momento in cui più c’è
bisogno di silenzio}}, di attesa, anche se, credeteci, anche da parte nostra
c’era una voglia immensa di gridarlo a tutto il mondo, che Florence era
finalmente libera.

In questi anni di lavoro presso il Cie di Ponte Galeria, tantissime volte ci
siamo ritrovate in una specie di trappola, incastrate tra la necessità, che ci
veniva dalla pancia, di esprimere la rabbia per l’ ingiustizia dell’ esistenza
stessa di strutture del genere, profondamente lesive della libertà, della
dignità e dei diritti di cui ogni donna e ogni uomo del pianeta dovrebbero
essere titolari, e dall’altro lato, l'{{esigenza di tutelare le persone che vi
erano rinchiuse}}, consapevoli del rischio di ritorsioni su di loro, e della
necessità anche di adattarci ai loro tempi, alle loro esigenze, alle loro
aspettative, perchè in fondo sono loro che si trovano rinchiusi in questi posti orribili, sono loro che rischiano ogni giorno.

E’ come stare su un filo (difficilissimo!), e {{sono imprescindibili le
mobilitazioni, i presidi, la controinformazione}}, la determinazione con cui i
movimenti portano avanti la lotta contro i Cie e per i diritti delle donne e
degli uomini migranti: è grazie a loro (a voi!) che si comincia a conoscere
questa realtà per troppo tempo tenuta nascosta, e che quel “silenzio
assordante” inizia a diventare parola, rabbia, comunic/azione.

Non facciamo
però che la nostra voglia di cambiare questo mondo e la nostra rabbia legittima
diventi un boomerang e ci impedisca di guardare con lucidità e di analizzare la
miriade di aspetti che emergono dalle storie che ogni migrante si porta dietro.

Ci sono migliaia di Florence, Joy, Hellen, rinchiuse nei CIE di tutta Italia:
le loro storie sono tutte storie di violenza, di sfruttamento, di diritti
negati e di resistenza.
_ Quello che abbiamo fatto con Florence lo facciamo quotidianamente con altre
donne, e il nostro rammarico è quello di non poterle raggiungere tutte.

Lo
facciamo nella consapevolezza che {{relativamente ai massimi sistemi poco o
nulla cambia}}, facendoci carico anche della grande frustrazione che ne deriva.
_ {{Cambia invece la vita di quelle singole donne}} che coraggiosamente non si
stancano di lottare per la propria vita, e a loro dobbiamo dedicare la massima
attenzione possibile.

Con grande affetto,

Le compagne di Befree