La Biennale Cinema di Venezia sembra rispecchiare la gran paura dell’estinzione umana. Forse per questo nei film presentati nelle varie sezioni , sono apparsi molti personaggi di bambine/i e di adolescenti trattati con uno sguardo più attento e rispettoso .Giovinezza uguale possibilità di futuro. E’ tempo di avere maggiore considerazione di quell’universo che sembra troppo spesso dimenticato e svalutato come se una volta trascorso non fosse mai esistito. In questo festival si è tentato di dare visione ad un mondo in cui il ‘presente’ dell’essere ancora lontano dal diventare o prospettarsi ‘adulto ‘ opera attivamente con gesti e scelte , bruschi cambiamenti e svolte nella propria vita(anche futura) e in quella dei cosiddetti adulti; sono gesti irreversibili e definitivi colti nell’intensità del momento presente e non per una esigenza di proiezione futura. Difficile comprendere infanzia e giovinezza se si è dimenticata la propria;impossibile ricordare, rivivere e trasmettere l’innocenza e la bellezza di chi ancora la possiede e di chi dovrebbe ma gli è stata rubata e negata per sempre! Ma sappiamo che tutto ha inizio nel rapporto –o nella mancanza di rapporto-con la prima e più importante fonte di vita: la Madre.

Nel film Blanka di Kohki Hasei – Biennale College Cinema – la protagonista,una bimba di 11 anni,abbandonata dalla madre per le strade di Manila,vorrebbe addirittura comprarla una madre e a chi ne ride ,offesa risponde con energico candore:”..so che adulti lo fanno;perché sono piccola io non posso?”Fortunatamente la bimba scoprirà il suo talento e altre possibilità per avere sicurezza e affetto senza essere costretta a rubare per poterli comprare.

In Looking for Grace di Sue Brook –in competizione- l’adolescente protagonista del titolo fugge via da casa e porta via molti soldi dalla cassaforte di famiglia lasciando un biglietto di scuse ma solo alla madre . Eppure il rapporto con lei non è più autentico di quello con il padre ma il messaggio che alla fine la ragazza ritrova nella felpa della madre, ora indossata da lei, rivela il tragico epilogo a cui il suo gesto di rivolta alla noia della routine familiare e sociale ha portato. La sua ‘innocente’ scappatella -non c’è colpa alla ribellione nel tentativo di cercare linfa alla propria vita –si risolverà in una separazione definitiva dalla madre.

La paura della separazione dalla madre,dalle sue attenzioni e tenerezze, spinge il giovane protagonista del film Lolo di Julie Delpy –sezione Giornate degli Autori – a tramare con tenacia e astuzia contro i pretendenti della madre e lo fa fin da piccolo allontanando anche il padre. Tutto questo perché lei cullandolo tra le braccia gli aveva detto:’tu sei il mio solo grande amore.’ E’ una godevole commedia realizzata e interpretata dalla Delpy ,con toni ironici e allegri , fa sorridere e divertire ma attenzione Madri a non rilasciare certe ‘confessioni’, potreste incatenare a voi per sempre i vostri figli!

Rapporto oppressivo ma all’inverso tra madre e figlia in Ana Yurdu(Motherland) di Semem Tuzen – Settimana della Critica – ambientato in uno sperduto villaggio dell’Anatolia dove la condizione rurale scarna e scomoda che appare ancora intrisa di antica cultura dominata da riti e tabù in via di sparizione, si scontra con il desiderio di libertà ed emancipazione della protagonista. In fuga dal divorzio e in cerca di ispirazione per il libro che vorrebbe scrivere ,l’arrivo della madre si pone subito come elemento di disturbo . La forzata convivenza ,tra momenti nostalgici di intesa e tenerezza e violenti ed irriducibili scontri porterà al punto di rottura . Nella sua lacerata ed esasperata voglia di libertà, impedita e confusa, la giovane donna decide per un assurdo gesto di rivolta autopunitivo e autolesivo, ma evidentemente altri non ne vede!

Nel film Un Monstruo de Mil Cabezas di Rodrigo Plà – sezione Orizzontiè ancora la madre ad essere involontariamente artefice della ribellione del suo giovane figlio che non esita a porsi al suo fianco per aiutarla e difenderla partecipando prima con molte riserve e poi convinto anche lui a lottare contro l’ingiustizia di un meccanismo perverso che elude la possibilità per malati gravi di accedere alla propria assicurazione. Una denuncia della situazione drammatica in Messico di una Sanità gestita dalle grandi Compagnie Assicurative in maniera disumana e corrotta .

Certo le madri fanno tutto per i figli anche avere la ‘capa sciacqua’ come la bravissima Valera Golino (meritata coppa Volpi ) in Per Amor Vostro di Giuseppe M.Gaudino –in competizione. La protagonista Anna ,vibrante di timori e malcelate paure, tra incubi e sogni ,tra scontri con il marito e illusioni d’amore è costretta ad aprire gli occhi e guardare in faccia la scomoda realtà a cui lei anche ha contribuito, consapevole o non. E’ un film audace che la presenza della Golino rende credibile ed anche le parti cantate ed animate così diverse e colorate dal bianco e nero prevalente nella narrazione, contribuiscono allo spaesamento a cui la protagonista si àncora per non ammettere la realtà dei fatti. Alla fine sarà costretta a farlo e ad assumersi le proprie responsabilità .

Ancora amore materno ,estremo e doloroso, privato dell’oggetto amato, con una intensa Juliette Binoche nel film L’Attesa di Piero Messina – in competizione -.Anche qui c’è il tentativo di ‘riavvolgere’ il tempo, di fermarlo a prima dell’avvenuta catastrofe e sarà l’arrivo inatteso della giovane e ignara fidanzata del figlio a dare alla donna affranta la possibilità di attivare un rituale improvvisato e non tanto ‘etico’ per tenere in vita l’illusione di un non avvenuto – azzerare il tempo attraverso pensieri e parole di chi non è a conoscenza e rimandare il tempo della definitiva separazione. Ascoltando i messaggi che lei lascia sul telefonino del figlio e leggendo gli sms ,l’illusione si fa realtà. E questo è possibile con la moderna tecnologia ,quella a portata di tutti , che svela e nasconde la realtà ‘incidendo’ nel nostro quotidiano. Prima di partire la giovane donna scoprirà la verità proprio attraverso quell’oggetto rivelatore ma reagirà solo con un abbraccio intenso e doloroso che suggella una intesa data su un già avvenuto ,estorto con l’inganno ,ma infine accettato con solidarietà e comprensione.

Presenze giovani ,anche se in secondo piano proprio come avviene nella famiglia e nella vita degli adulti, eppure sono loro a provocare spesso eventi inaspettati e irreversibili e a volte risolutivi!

Cosi in The Daughter di Simon Stone – Giornate degli Autori – dove sarà proprio il gesto estremo della ragazza rifiutata dall’uomo che ha scoperto di non essere il padre nonostante lei gli dichiari di considerarlo il vero padre , che metterà fine a subdole bugie , malcelate gelosie e oppressivi sensi di colpa ma di lei non sapremo se muore o vive.

Nel film Light Years di Esther May Campbeil – Settimana della Critica – affascinante ed enigmatico,il richiamo della madre persa alla ragione ma ancora polo ed attrazione come a comporre con la sua famiglia ormai allo sbando una costellazione visibile ma non più reale. Esiste? è esistita? esisterà? ma per la sua bambina di 8 anni la domanda non ha grande senso perché l’innocenza e la voglia di vivere opera come una forza di gravità che non solo la conduce alla madre distante da casa ma diventa a sua volta richiamo e attrazione anche per il fratello, la sorella e il padre nonostante le paure ossessive del primo, le illusioni amorose della seconda e il senso di impotenza e dolore del terzo.

Nel rapporto madre-figlia presentato nel film tunisino A Peine J’Ouvre les Yeux di Leyla Bouzid – Giornate degli Autori – avviene qualcosa di nuovo ma bisogna arrivare al finale: una inaspettata e felice comprensione e solidarietà della madre verso l’esigenza di libertà e rivolta alle ingiustizie della sua giovane figlia. Lei che ha tremato e tramato per salvaguardarla, dopo l’inevitabile e tragico epilogo: quando sarà presa e brutalmente interrogata, le si avvicina a cuore aperto raccontandole di sé e della propria giovinezza.Due volti , due storie ,due tempi diversi ma una stessa donna : una donna che non vuole chiudere gli occhi alle ingiustizie e ai soprusi di chi è al potere. Il titolo del film è un verso di una delle canzoni interpretate dalla protagonista con la sua band, esprime poeticamente la grave situazione di miseria che costringe ad andar via dalla propria terra con delle illusioni che portano a morire altrove…

E poi l’Amore ,la forza di cambiamento e di rivolta che opera l’Amore a tutte le latitudini e tempi. Infatti i due film sullo stesso tema sono agli antipodi per il quando e il dove con una narrazione fantascientifica per Equals di Drake Doremus- in competizionee una realtà quasi ai primordi della storia umana con Tanna di Bentley Dean e Martin Butler-settimana della critica-. Il primo è ambientato in una società futuristica dove il bianco domina insieme a cristalli e trasparenze e dove i sentimenti e le emozioni, non solo sono aboliti ma sono ritenuti sintomo di malattia da curare ;non sono permessi in nessun caso e se il malato non guarisce viene eliminato fin quando non verrà trovato l’antidoto che potremmo definire totale lobotomia anche se con metodo indolore.I due protagonisti logicamente si ‘ammaleranno gravemente ‘ e riusciranno a scappare nella oscura foresta circostante ma Silas, il Romeo di Equal City , pensando che la sua amata Nia -Giulietta è morta si lascia ‘lobotomizzare’,così lei continuerà a sentire l’amore mentre lui ne avrà solo un vago ricordo . Forse però la continuità d’amore di Nia potrà fare da antidoto alla ‘medicalizzazione’ subita da Silas. Per il villaggio in cu si svolge la storia di Wawa e Dain invece il contesto è una rigogliosa terra, l’isola di Tanna, paradiso nel cuore del Pacifico Australe. E loro, i protagonisti che vivono nella tribù del villaggio Yakel sono stati tra noi al Lido con i loro tipici costumi onorandoci del loro sorriso e della loro , per noi, incredibile presenza che vibra di differenza assoluta dai nostri canoni mentali e reali di vita.

Ma tornando all’amore sarà il gesto estremo dei due amanti(ed è storia vera della tribù)che si suicideranno per non separarsi a spingere a cambiare la legge che prevedeva solo matrimoni combinati. Nel film è presente la sorellina di Wawa che cerca di aiutare i due innamorati ; lei anche è stata una presenza che ha illuminato il Lido,e quando per un attimo, all’uscita della proiezione, l’ho abbracciata per ringraziarla , il suo profumo tenero e gentile mi ha emozionata .I registi hanno raccontato di aver vissuto con loro e delle difficoltà per girare il film senza energia elettrica ma l’impresa di riuscire a farlo vedere nel villaggio ,su grande schermo, meritava un altro film.

Il film che ha vinto il Leone d’Oro Desde Allà di Lorenzo Vigas non era l’unico presente al festival sul tema della lacerante e sofferta identità sessuale che porta con sé problematiche tali da non potere essere risolte con le sole leggi . Il film mostra una grande solitudine ,un isolamento emotivo nei due personaggi che cercano insieme un avvicinamento per un’esigenza soprattutto emotiva. C’è bisogno di cultura e sensibilizzazione ,di film che parlino e raccontino storie vere che possano scuotere gli animi e far capire quanto tutto questo ci riguarda perché la sofferenza, da qualunque parte arrivi ,non fa che generare altra sofferenza e siamo tutte e tutti insieme che dobbiamo e possiamo arginarla. In The Danish Girl di Tom Hooper – in competizione- la storia è ispirata a Einar Wegener,nato nel 1882 che nel 1930, diventò Lili Ebe . La sofferenza del protagonista avanza con la sua consapevolezza di volere diventare donna per ‘combaciare’ al suo sentirsi dentro donna, e per questo affronta rischi e dolori di strazianti operazioni (quelle agli albori della ricerca nel settore)per finire col morirne. Allora quale discorso omofobico, sessuofobico può reggere di fronte al gesto di coraggio e amore verso la scelta di non finzione e ipocrisia ma di determinazione ad apparire ciò che si ritiene essere la propria identità a costo anche della vita !? Anche in Arianna di Carlo Lavagna – Giornate degli Autori –avviene piano piano la scoperta da parte della protagonista di essere nata diversa e, nonostante l’operazione subita a tre anni, nessuno le potrà eliminare la diversità che sente ,che è nel suo corpo ma anche nella sua mente e nella visione del mondo che ne scaturisce.

Vorrei concludere queste mie riflessioni con due film alquanto singolari : Mountain di Yaelle Kayam –Orizzonti –la protagonista in bilico tra desiderio e timore, tra rassegnazione e ribellione, aspira ad una vita che non sia solo sacrificio e rinuncia, la sua solitudine accentuata dall’ambientazione ,una casa accanto al cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme ,la spingerà ad un gesto estremo di ribellione quasi a marcare il senso della sua esistenza; Island City di Ruchika Oberoi – Giornate degli autorimostra con amara ironia i guasti a cui può portare una vita dominata dalla tecnologia, sono tre episodi: nel primo l’uso quotidiano dell’informatica nel lavoro che porta all’automatismo e all’obbedienza cieca; nel secondo la tecnologia equiparata alla capacità di esprimere amore, sensibilità poetica, a discapito di una realtà già poco reale e sempre più virtuale o solo sognata; il terzo, la confusione tra reale e virtuale dove l’emozione procede con uno strano e imprevisto sincronismo che parte però dalla finzione e assorbe la realtà quasi annullandola; uno sguardo al femminile su un universo di cui denuncia i rischi di una globalizzazione e omologazione che ci possono rendere automi succubi di eventi incontrollabili.