• Vi proponiamo la petizione proposta da Assunta Daniela Zini – 

Alpi-Hrovatin

Il principio della libertà di informazione, sul quale si è pronunciato, con un Decreto sui mezzi di comunicazione sociale, il 4 dicembre 1963, anche il Concilio Vaticano II, è sancito dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, nel 1789:  “Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.” [art. 10]

“La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo: tutti i cittadini possono, dunque, parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.” [art. 11]

Successivamente, questo principio ha una consacrazione internazionale nella Conferenza Interamericana sui Problemi della Guerra e la Pace di Chapultepec [21 febbraio – 8 marzo 1945], dove è stabilito che “nessuna società può essere libera senza libertà di espressione e di stampa” e che l’esercizio di questa libertà non è garantito “dalle autorità politiche, ma è un inalienabile diritto popolare”, quindi, il 10 dicembre 1948, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU:  “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” [art. 19]

In poche parole l’essenziale è detto: la libertà di opinione e la libertà di espressione sono alla base stessa dello Stato di diritto.

Uno Stato di diritto laico e civico. Laico perché la diversità delle credenze, delle ideologie che oppongono i popoli e gli individui non fanno ostacolo all’universalismo dei diritti. Civico perché la libera espressione delle opinioni e delle idee costituisce la condizione indispensabile all’esercizio dei diritti del cittadino.

Sono questi principi che enunceranno, con più precisione, l’articolo 10 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, firmata a Roma, il 4 novembre 1950, e l’articolo 29 del Patto Internazionale relativo ai Diritti Civili e Politici, concluso a New York, il 16 dicembre 1966.

Nel 1997, la Conferenza Generale dell’UNESCO adotta la Risoluzione 29, dal titolo Condanna della violenza contro i giornalisti http://en.unesco.org/sites/default/files/resolution29-en.pdf  Questa risoluzione mira a sensibilizzare i governi e le organizzazioni internazionali e regionali a questo riguardo e tenta, dunque, di combattere la cultura dell’impunità. Nei due terzi dei casi gli assassini, infatti, non sono neppure identificati e non lo saranno, probabilmente, mai.

In numerosi Paesi, l’assassinio è divenuto il mezzo più facile, il più economico e il più efficace per far tacere i giornalisti “scomodi” e più gli assassini se ne tirano fuori, più si accelera la spirale della morte.

Il 23 dicembre 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta la Risoluzione 1738 sulla protezione dei giornalisti durante i conflitti armati  https://dialnet.unirioja.es/servlet/articulo?codigo=2525869

Il 3 maggio 2007, al termine della conferenza promossa dall’UNESCO a Medellin, in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, è adottata la Dichiarazione di Medellin sul rafforzamento della sicurezza dei giornalisti e la lotta all’impunità http://www.unesco.it/stampa/comunicati_stampa_2007/Comunicato%20Stampa%20026%202007%20Sicurezza%20giornalisti.doc Il documento esprime preoccupazione circa gli attacchi alla libertà di stampa – assassinii, rapimenti, prese di ostaggi, intimidazioni, arresti e detenzioni illegali di giornalisti e di loro collaboratori in ragione della loro attività professionale – e fa, altresì, riferimento al vincolo positivo esistente tra libertà di espressione e sviluppo; la dichiarazione invita gli Stati a dare attuazione agli impegni precedentemente espressi, a livello internazionale, attraverso l’adozione delle Risoluzioni 29 e 1738 sullo status dei giornalisti.

Il diritto di dare e di ricevere le informazioni è accordato dal citato articolo 19 a “ogni individuo”. Tuttavia, queste informazioni che circolano, oggi, al di sopra delle frontiere sono divenute produits marchands. Hanno un costo e possono essere fonte di guadagno. Cercarle e darle è riservato a chi ne ha i mezzi economici. E, riceverle, ai privilegiati della divisione del mondo. Le tecniche più moderne aprono nuovi spazi. Ciascuno, munito della sua tastiera e del suo schermo, può comunicare con il mondo.

Ma non si tratta di un’illusione?   Quanti uomini dispongono di strumenti materiali e intellettuali che permettono di accedere a queste nuove forme di comunicazione?   L’eguaglianza apparentemente conquistata non rafforza l’ineguaglianza?

La Giornata Mondiale della Libertà di Stampa è nata, ventiquattro anni fa, grazie a un gruppo di giornalisti riuniti a Windhoek, in Namibia. La Dichiarazione di Windhoek era un appello alla lotta per la difesa dei principi fondamentali della libertà di espressione enunciati dall’articolo 19.    Era anche il segnale di un cambiamento nel mondo intero.

Ventiquattro anni dopo, se il paesaggio mediatico si è, completamente, trasformato, il nostro obiettivo resta lo stesso: promuovere la libertà di espressione, fondamento della dignità umana e pietra angolare della Democrazia.

La nostra epoca presenta un grande paradosso. Da un lato, le nuove tecnologie e i nuovi media ci offrono delle possibilità di espressione senza precedenti. Un numero crescente di individui può comunicare informazioni e scambiare idee nei diversi Paesi e da un Paese all’altro. Questo permette di sviluppare la creatività, di costruire società sane e di associare tutti a nuove forme di dialogo. Dall’altro lato, nuove minacce si profilano. Coniugate in un contesto di cambiamenti rapidi, con forme di restrizione più antiche, rappresentano formidabili sfide per la libertà di espressione. Nuove misure destinate a bloccare, filtrare o a censurare l’informazione sono prese, ogni giorno. Queste minacce rivestono forme diverse, ma si presentano tutte come violazioni di un diritto fondamentale della persona umana.

È la Democrazia che è, qui, in gioco perché per agire si deve, innanzitutto, sapere. E i giornalisti, nel mondo, pagano un pesante tributo alla difesa di tale libertà.  In questi ultimi cinque anni, nel mondo, ogni settimana, mediamente, sono stati uccisi 2 giornalisti.

La comunità internazionale non ha, ancora, trovato gli strumenti per mettere fine a questo fenomeno. Mancano meccanismi efficaci per indagare rapidamente e processare gli autori di questi crimini.  Decisamente, il campo aperto dall’articolo 19 è sempre da conquistare.   È tempo di pensare seriamente a rafforzare la loro sicurezza, instaurando un quadro giuridico e regolamentare per i reporters, ma anche per i belligeranti.

La sicurezza dei giornalisti è essenziale alla difesa del diritto dei cittadini ad accedere a informazioni affidabili e del diritto dei giornalisti a darle senza pregiudizio alcuno per la propria sicurezza. Gli Stati e la Società devono creare e mantenere le condizioni necessarie perché questi diritti fondamentali siano esercitati da tutti. E, quando i crimini contro i giornalisti restano impuniti, si può dubitare dell’impegno degli Stati a difendere le libertà fondamentali e a imporre la supremazia del diritto. Di conseguenza, gli Stati devono adottare una posizione ferma per impedire gli assassinii dei giornalisti e assicurare gli autori dei crimini alla Giustizia.

Perché le parole sono armi, è noto, e possono uccidere  o piuttosto condannare a morte.  Lo hanno provato, il 20 marzo 1994, a Mogadiscio.

Questo appello ha lo scopo di ricordare i principi fondamentali della libertà di stampa e di rendere omaggio a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i due giornalisti uccisi nell’adempimento del proprio lavoro.

Un duplice assassinio che ci ricorda che la libertà di stampa resta fragile, anche in Italia.  Non dimentichiamo e restiamo vigili!   NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN!