Riprendiamo da “Notizie minime della nonviolenza” n. 333 questo intervento di Maria G. Di Rienzo sulle modalità con cui viene affrontato il problema della relazione fra mussulmani e non-mussulmani in alcuni paesi.Il pupazzo di peluche chiamato Mohamed dai bambini di una classe elementare (non so se qualcuno lo ha notato, ma Mohamed e’ il nome piu’ comune nei paesi musulmani) e il conseguente arresto della loro maestra hanno fatto versare fiumi di inchiostro sulla necessita’ del rispetto delle “loro” tradizioni, hanno dato la stura alle solite prediche sull’intolleranza islamica, e qualcuno si e’ anche chiesto cosa sarebbe successo se in un paese cattolico i bimbi avessero dato nome Gesu’ all’orsetto. Dipende dal paese cattolico: in molti stati latinoamericani ci sono molte persone che si chiamano Gesu’ e nessuno si scandalizza, mentre in Italia nessuno mette questo nome al suo bambino. Vorrei sottolineare che e’ proprio il considerare omogeneo il mondo islamico ad impedirci di avere relazioni piu’ sensate e proficue con esso. Nessun organo della stampa italiana, rispetto alla vicenda dell’orsacchiotto, ha riportato {{le marcate prese di distanza dalla decisione del tribunale sudanese da parte di comunita’ musulmane e leader religiosi musulmani}}.

Ve ne cito io, in parte, una per tutte, quella del {{Supremo consiglio musulmano irlandese}}: “Deploriamo il verdetto di colpevolezza emesso da un tribunale del Sudan contro l’insegnante inglese Gillian Gibbons per aver ‘insultato la religione’. Crediamo che questo vada oltre il senso comune. L’unico risultato di questa faccenda e’ che il nome dell’Islam viene di nuovo trascinato nel fango dai bigotti. Per i musulmani, in tutto il mondo, l’istruzione e’ di enorme importanza, perche’ il Profeta stesso comando’ ai musulmani di cercare la conoscenza ovunque potessero. La signora Gibbons si inserisce in questa nobile tradizione di trasmettere conoscenza ad altri, e siamo scioccati dal trattamento da lei subito, e vogliamo ribadire che il tribunale sudanese non parla per l’Islam. Ci rattrista che il mondo musulmano sia silente su questioni quali la punizione della vittima di stupro in Arabia Saudita, ma sia fin troppo svelto ad emanare decreti e sentenze per giustificare o compiacere i suoi leader politici. Chiediamo anche al governo del Sudan di impegnarsi a risolvere la crisi del Darfur, invece di perdere tempo con gli orsetti di peluche”.

Siamo abbastanza rispettosi per considerare che questi imam hanno preso una posizione diversa, oppure vogliamo arrogarci anche il giudizio su {{cosa sia “veramente” musulmano}}, e privilegiare per “vero” quel che si accorda alla nostra parte politica? Mi pare che {{in Italia,}} a destra e a sinistra, si stia facendo esattamente questo. {{In Egitto}}, ove si stimano 20.000 casi di stupro l’anno, il Parlamento ha introdotto il primo gennaio 2008 una legge che permette l’interruzione di gravidanza (gia’ ottenibile qualora la vita o la salute della donna siano in pericolo, o in presenza di gravi anomalie del feto) alle vittime di violenza sessuale. L’influente clero sunnita ha annunciato il proprio sostegno alla legge. Ci saranno senz’altro altri musulmani, sunniti o no, che non l’avranno approvata.

{{Una bozza di “codice di condotta”}} mirato a contrastare il terrorismo
fondamentalista e redatto congiuntamente da diversi gruppi e leader
musulmani, religiosi e laici, sta circolando in Gran Bretagna dallo scorso
novembre. Le linee guida promuovono una cultura di “responsabilita’ civile” e, udite udite, {{l’avanzamento dei diritti delle donne nelle moschee, nei centri islamici e nelle scuole islamiche}}. Il codice, in dieci punti, perverra’ alla sua stesura definitiva, dopo ulteriori consultazioni, nel marzo prossimo. Il senso di una responsabilita’ piu’ ampia rispetto alla societa’ in cui si vive, unito ad una gestione maggiormente democratica delle organizzazioni musulmane, dice il documento, oltre a contrastare gli estremismi potra’ dare inizio ad una “riconciliazione nella relazione frantumata tra musulmani e non-musulmani”. La bozza riconosce “alcuni dei fallimenti che hanno permesso agli estremisti di guadagnare consenso” nella comunita’ musulmana, quali: imam scarsamente istruiti, mancanza di trasparenza finanziaria, impedimenti alla partecipazione delle donne. Spronato anche da tale iniziativa, {{il governo britannico ha individuato
proprio nelle donne il punto focale delle tecniche culturali
anti-terrorismo:}} “Le donne musulmane”, ha confermato il portavoce del
Dipartimento per le comunita’ ed i governi locali, “ci hanno detto in piu’
occasioni di voler giocare un ruolo maggiore, nella vita pubblica e nelle
loro comunita’, nel contrastare la minoranza di violenti che sta cercando di
dividerci. E’ percio’ del tutto logico e giusto che noi si sostenga le donne
musulmane nel mentre esse sviluppano e affinano le abilita’ necessarie a
questo scopo”. I finanziamenti relativi aiuteranno le giovani musulmane a
diventare magistrate, consulenti e direttrici scolastiche. Credete che il
Consiglio musulmano britannico, quello sempre acclamato ai Social Forum, sia
contento? Certo che no. “Vogliono trasformare in spie le donne musulmane”,
e’ stato il commento di Inayat Bunglawala, vicesegretario generale del
Consiglio.
{{Shaista Gohir, direttrice esecutiva della Rete delle donne musulmane in Gran
Bretagna}}, ha risposto: “Nessuno ci ha chiesto di diventare investigatrici,
quello che vogliamo e’ un ruolo piu’ ampio nella sfera pubblica”. I vescovi
della Chiesa d’Inghilterra sono anch’essi favorevoli all’iniziativa poiche’,
dicono, “Fino ad ora la filosofia del multiculturalismo ha richiesto agli
individui di vivere in comunita’ separate, ed ha fatto in modo che non vi
fosse bisogno per loro di costruire relazioni sane con altre comunita’ ed
altre persone. Cosi’ l’integrazione non era necessita’ ne’ desiderio per
alcuno, e questo ha contribuito al risorgere degli estremismi religiosi”.

C’e’ {{un programma televisivo canadese}}, un’ironica commedia a puntate, dal
titolo “La piccola moschea nella prateria” (e’ un richiamo palese al serial
che in italiano si chiamava, se non ricordo male, “Quella piccola casa nella
prateria”). Fa un milione e duecentomila spettatori a puntata, e la tv
francese Canal Plus l’ha gia’ acquistata per la distribuzione in Svizzera e
nell’Africa francofona. Fortunatamente, nessuno ha ancora proposto di
boicottare il Canada per insulti alla religione, o di bruciare ambasciate
canadesi all’estero. Anche perche’ ai musulmani canadesi il programma piace.
Sara’ utile sapere che {{l’ideatore della serie e’ una donna,}} che questa donna
e’ {{direttrice della Cbc Television,}} oltre che la creatrice della casa di
produzione cinematografica FUNdamentalist Films (e cioe’ “filmati
fondamentalisti”: e’ un gioco di parole su “fun”, le prime tre lettere di
fondamentalisti in inglese ma anche, nella stessa lingua, “divertimento”).
Costei si chiama {{Zarqa Nawaz}}, non e’ senzadio ma musulmana, e dice di queste
cose nelle interviste: “I media occidentali raramente rappresentano i
musulmani nella loro vita di tutti i giorni e le cose che si vedono sono
spesso solamente collegate ad eventi negativi. Il mio programma mostra
persone musulmane che si sposano, hanno figli, vanno al lavoro, pagano le
bollette. Ho privilegiato la qualita’, per questo lavoro. Lavorare in un
ambiente misto, donne ed uomini, credenti e non, comporta enormi benefici:
per quanto riguarda il serial, lo mantiene per cosi’ dire ‘universale’, lo
rende riconoscibile e godibile anche a chi non e’ musulmano, e la maggior
parte dell’audience non lo e’. La commedia e’ un linguaggio che parla a
tutti, e puo’ aiutare a smantellare gli stereotipi ed i fraintendimenti tra
le persone”.
{{Lo show non mira solo all’informazione ed all’intrattenimento}}, ma tocca
argomenti difficili come il razzismo, il sessismo e l’estremismo politico e
religioso. Zarqa Nawaz nota ad esempio che: “In Medio Oriente le moschee
sono il dominio privato degli uomini, mentre altrove la partecipazione
femminile e l’orientamento comunitario, come in Canada, sono maggiormente
privilegiati”.

Vogliamo dire che i musulmani canadesi o egiziani non sono {{“autentici”?}} Ove
le donne sono tenute separate o distanti, o le si riduce al silenzio, si e’
{{piu’ o meno “veri”}} come comunita’ umana? La relazione con la propria fede, e
con Dio, e’ qualcosa di molto personale e intimo, in cui nessun altro e’ a
mio parere autorizzato ad intervenire. La relazione fra individui umani,
invece, funziona su basi di equita’, giustizia, bilanciamento. Oppure non
funziona.

{Fonti: France Presse, New York Times, Sunday Telegraph, Common Grounds, Gulf
News, The Times}