Articolo di Manuela Gandini su alfabeta2

Basterebbe guardare le mappe di Alighiero Boetti – ricamate dalle donne afgane con i colori e i simboli delle bandiere dei vari stati – per vedere i cambiamenti repentini che nel giro di mezzo secolo hanno trasformato l’assetto geopolitico del mondo. Dall’imperialismo Usa-Urss, al crollo del muro, alla frammentazione della Jugoslavia, all’Unione Europea, alla globalizzazione neoliberista sino al sorgere dei territori virtuali del web. Tutto si è reso liquido nell’ottica della visione autoreferenziale dell’occidente. Il pensiero unico s’è impossessato di culture, forme, lingue, riducendo il mondo a una uniformità pop. Ma, a dispetto di ogni forma di colonizzazione, il mondo, soggetto alle proprie vulnerabilità, è sempre in fermento. Ai margini estremi della Cina, dove il deserto del Gobi lambisce la città di Yinchuan – che appare come una specie di infinita costellazione di grattacieli piantati tra campagne, aree  industriali, centri commerciali, negozi, cantieri  e prati incolti – è in corso la seconda edizione della Biennale di Yinchuan al Moca Museum curata da Marco Scotini in collaborazione con Andris Brinkmanis, Paolo Caffoni, Zasha Colah e Lu Xingh.

Suchen Hsieh è la direttrice del Moca di Yinchuan, il museo del nord della Cina promotore della Biennale di Yinchuan giunta alla sua seconda edizione. La Hsieh è una attenta studiosa dei movimenti artistici mondiali ma, sopratutto, anche dei curatori che nel mondo indagano le diverse culture artistiche.

Starting from the Desert-Ecologies on the Edges riunisce novanta artisti internazionali, prevalentemente asiatici, che restituiscono un panorama linguistico ricco e denso. E’ proprio qui, alla periferia della Cina, che s’incrociano culture, minoranze, tradizioni nomadiche, lingue estinte  e si formano organismi ibridi e complessi  tra lo sciamanesimo mongolo, le influenze tibetane, il mondo islamico, il confucianesimo e il taoismo. Il Moca è un edificio pensato come una bianca astronave in area desertica, una zona ultraperiferica che aspetta solo di essere urbanizzata. La mostra appare come un micro organismo, un laboratorio di esperienze umane proiettate verso il concetto di trasformazione di pensiero e di stili di vita e di consumo. Le riflessioni sul territorio, a partire dal deserto, sono innumerevoli. Tanti sono gli artisti attivisti. L’indiana Navjot Alta,  che presenta un  video plurischermo altamente poetico, ha creato un comunità di cittadini attivi nel villaggio di Chhattisgarth, lavorando alla creazione di pompe idrauliche, luoghi per bambini e alla conservazione della memoria locale. Raphael Grisey e Bobuba Touré portano il resoconto delle attività di una cooperativa agricola autosufficiente con quaranta lavoratori attivisti migrati in Mali da loro fondata. L’artista indonesiana Arahmaiani Feisal ha realizzato un mandala di terra seminando piantine in attesa di germoglio. Il mandala – normalmente prodotto dai monaci buddisti tibetani, destinato alla distruzione immediata  a indicare l’impermanenza di tutte le cose – in questo caso viene prodotto dalla natura stessa. Feisal vive in un monastero in India ed è attivista in Tibet in una comunità di monaci nella quale ha attivato ricerche per il drenaggio e la non dispersione dell’acqua dei ghiacciai che si vanno sciogliendo proprio sul tetto del mondo. La Biennale di Yinchuan, nella visione di Scotini, è la (ri)-messa al mondo del mondo. È un luogo di raccolta nel quale si evidenzia come la politica non abbia più bisogno né di proclami né di parole, ma sia ormai azione condivisa, orchestrata dagli artisti, nelle micro-comunità o nelle aree di convivenza inter-etnica.  La sopravvivenza delle lingue e delle memorie in via di estinzione e la relazione diretta con la terra, con gli spiriti, con il vento e il deserto, sono i dispositivi necessari alla sopravvivenza. Anche se questa visione è lontana anni luce dalla produzione capitalistica globale, occorrerà tornare a fare i conti con le nostre relazioni malate nei confronti della terra.

I soggetti di indagine si spostano qui beuysianamente dall’umano al vegetale. Sono ad esempio il riso e le coltivazioni distruttive in Cina tematizzate da Mao Chenyu. Oppure il mais, soggetto parlante nel film di Pedro Neves Marques, nel quale una ragazza brasiliana, in un campo di pannocchie,  prende la voce del vegetale e parla dei diritti del prorio corpo corpo, della pericolosità delle monoculture e della relazione vitale tra i regni.

Tra le installazioni c’è  una vera e propria casa rurale mongola, fatta costruire in dimensioni reali  dalla slovena Matjetica Potrc all’interno del museo. La casa è impenetrabile e si presenta come oggetto teatrale che mostra la possibilità di un’edificazione autonoma. L’iraniana Nazgol Ansarinia  propone delle maquette architettoniche grigie di edifici civili che contengono al loro interno l’anima (e la forma) degli edifici religiosi che erano stati in passato. Complessi architettonici fantasma sono evocati dal luandese Kiluanji Kia Henda che nel deserto della Giordania, della Namibia e del Sahara, ha installato le silouhette di grattacieli delle grandi città arabe. Il cinese Zhuang Hui, nei suoi appunti visivi tratti dal deserto, passa dalla storia sociale al paesaggio fisico lasciando sculture nella distesa del Gobi che nessuno vedrà mai.

Nello sconfinamento storico al quale Scotini ci ha abituati ritroviamo il ritratto dell’imperatore Qianglong eseguito nel 1757 da Giuseppe Castiglione, giunto in Cina in missione e promosso direttore artistico della casa imperiale, dove insegnò le tecniche della pittura occidentale. Un gruppo di quadri dipinti al tempo della Rivoluzione Culturale, quando Mao fece prendere ai contadini lezioni di pittura, introducono scene agresti e masse popolari. Intanto, la voce di Demetrio Stratos sembra giungere dal centro della terra.

Enkhbold Togmidshiirev, artista mongolo,  il giorno dell’inaugurazione ha offerto al pubblico una potentissima performance sciamanica. Accecato da una pelle di cammello calata in testa, camminava con l’aiuto di due legni alle estremità dei quali vi erano quattro zampe di cammello. Ha acceso un fuoco nella capanna mongola con lo sterco animale e, metre veniva colpito da una pietra appesa al centro, inalava il fumo prodotto dal fuoco sacro. Ha strusciato violentemente la propria testa nella terra e alla fine del rito di purificazione e omaggio alla madre terra, ha suonato il corno per la rigenerazione dello spirito e la riunificazione con il tutto.

 

Starting from the Desert-Ecologies on the Edges – MOCA – Museum of Contemporary Art Yinchuan, fino al 9 settembre – Catalogo Mousse Publishing