Non è vero che le più giovani tacciono. E’ solo che sui giornali
e in politica (questo è il nodo) ci sono gli stessi volti da troppi anni. Le
donne del “movimento” facciano un gesto di coraggio, questo sì
rivoluzionario per l’Italia: aprano le porte alle più giovani (non ne faccio
ahimé, più parte, non temete). Il patriarcato, state tranquille, l’abbiamo sepolto. Tranne che in politica. Ma il dominio di questi settantenni misogini e sgangherati si combatte soltanto non opponendo al vecchio altro vecchio.
Sono rimasta molto sorpresa da ciò che ho letto sulla {Repubblica} a proposito
dell’incontro di sabato alla Casa delle donne (affollato sì, ma anche 500
donne costituiscono una riunione e non una massa d’urto).
_ Ogni resoconto è
per necessità parziale e poiché non ero presente forse sto facendo
valutazioni errate.
_ Ma sono rimasta colpita che sul palco e poi
nell’articolo prendessero parola {{donne (espertissime, per carità) che sono
sulla “scena” del femminismo da quasi 40 anni}}.

Mi viene da pensare che la
gerontocrazia (anche se ahimé qui si tratta di esercitare potere sulle
briciole) in questo Paese sia un problema generale e non maschile.
So che avete parlato di post-patriarcato.

Non so che dati siano stati
portati a sostegno di questa tesi. Io ne leggo ogni giorno di ben diversi
(perché, che che se ne dica, i quotidiani e i settimanali non hanno mai
parlato così tanto di donne e di donne fantastiche: non fermatevi alle
tristi pagine su Belusconi).
_ Leggo di tassi inediti di alfabetizzazione e
acculturazione femminile (in un Paese in cui nessuno legge, le anziane
leggono pochissimo,ma le ragazze leggono molto di più); leggo di tassi
crescenti di ragazze nelle facoltà scientifiche, fino a pochi anni fa, come
ingegneria, monopolio maschile; leggo di donne medico (in maggioranza dal
2024), ingegnere (scrivo al maschile, poi di lessico discuteremo),
magistrato, imprenditore, manager, direttore d’orchestra, avvocato,
giornalista, professore d’università, direttore di museo, etc. con
percentuali mai registrate nella storia italiana.
_ Ma soprattutto mi chiedo: quante ne avete fatte parlare?

Domenica (ecco il motivo della mia assenza a Roma) ero al Pisa bookfestival
a parlare di nuove conquiste femminili con donne giovani o quasi (il
“giovane” in Italia ha tagliato perfino il traguardo dei 40): una oncologa
che dirige un centro d’avanguardia, una direttrice di museo d’arte
contemporanea, una assessora alla cultura/docente all’Università, una
ingegnere di 34 anni che è stata la prima italiana a capo di una spedizione
in Antartide (a capo di 70 ricercatori, italiani e francesi). Lo dico solo
per chiedere: da voi quante erano le giovani che hanno preso parola?

Lo chiedo perché alle tante donne che incontro, che si assumono
responsabilità crescenti (non solo quella di scrivere o parlare sui media
che contano che, come noi giornaliste sappiamo, è un onore concesso a poche
e sempre le stesse – e sempre piuttosto avanti con l’età e le conoscenze),
non importa quasi nulla dei deliri onanistici di Berlusconi, ma molto di più
dei tagli alla ricerca scientifica, alle scuole o dei problemi del
precariato nelle aziende.

Questo mi preoccupa: continuando a scegliere come portavoci del femminismo
donne che sono state all’avanguardia quasi 40 anni fa (e delle quali nessuno
nega il contributo fondamentale: senza di loro non saremmo neanche qui a
parlare), ma che oggi ripetono slogan un po’ stantii, non si rischia di fare
un cattivo servizio alle donne?

Continuare a dire che oggi è peggio (non è
vero! Non è vero: o avete dimenticato com’era la condizione delle donne 30
anni fa, in famiglia e sul lavoro, o siete in cattiva fede) non significa
dare manforte a chi, convinto che le donne non contino ancora nulla, manda
al governo le Carfagna e crede pure di aver fatto un bel gesto?

Parlare di patriarcato, oggi, non significa negare gli evidenti cambiamenti
che ci sono stati nella famiglia italiana e nei rapporti di coppia e quindi
far credere che sia noi sia i nostri compagni siano gli stessi di 30 anni
fa?

Voglio dire: non è che, innamorate da una stagione eroica (ma per poche:
andavate in giro negli anni Settanta e Ottanta a vedere qual era la realtà
delle donne? Uscivate dai circoli femministi? Sapete che è accaduto negli
anni Novanta?), squalificate una realtà che non è rosea ma è molto migliore
di quella del passato?

Quando voi scendevate in piazza lo facevate per le
giovani di oggi. Non è stato invano: non ricominciamo da zero, e forse
perfino da più di tre.

E se le giovani di oggi non scendono in piazza è per tre motivi: perché le
ideologie (tutte) hanno fatto il loro tempo (discorso lungo ma la crisi
della sinistra lo dimostra); perché oggi un movimento come quello degli anni
Settanta sarebbe anacronistico.
_ E perché le trentenni sono al lavoro (quando
ce l’hanno) e alle cinque del pomeriggio in piazza non ci possono stare.
_ Il
tasso di occupazione femminile in Italia è cresciuto: negli anni Settanta
erano quasi tutte casalinghe. Oppure lavoravano in campagna e nelle
fabbriche. Ma quello, ahimé, non fa sempre libertà.
_ Oggi siamo ovunque, sui
posti di lavoro. Siamo, guarda caso, persino nella Corte costituzionale.

Chiudo dunque con un appello: ascoltate le voci nuove che salgono dal mondo
femminile. Non è vero che le più giovani tacciono. E’ solo che sui giornali
e in politica (questo è il nodo) ci sono gli stessi volti da troppi anni. Le
donne del “movimento” facciano un gesto di coraggio, questo sì
rivoluzionario per l’Italia: aprano le porte alle più giovani (non ne faccio
ahimé, più parte, non temete).

Il patriarcato, state tranquille, l’abbiamo sepolto. Tranne che in politica.
Ma il dominio di questi settantenni misogini e sgangherati si combatte
soltanto non opponendo al vecchio altro vecchio.

Le donne oggi hanno problemi più seri delle barzellette di Berlusconi. E
Berlusconi, che che se ne dica, non deve cadere perché va a prostitute. I
suoi danni al Paese sono ben altri.
_ La nostra vittoria non è nell’abolizione dei teatrini a casa dei potenti. E’
nella conquista dei ruoli chiave in economia, in politica, sui mass-media.
Per farlo occorre aprire le porte alle nuove generazioni.
_ Il precariato ci
minaccia ben più di Vespa.

Senza contare (e in questo sono del tutto allineata sulle posizioni del
Terzo femminismo tedesco) che se non la smettiamo di considerare gli uomini
come antagonisti, commettiamo lo stesso loro errore: considerare il mondo
maschile (come loro fanno con il femminile) come un monoblocco.
_ Mi dispiace:
i nostri alleati sono tra loro. E questo rende urgente il problema
dell’educazione della nuove generazioni (maschili e femminili).

un caro saluto