Dalla Newsletter n. 36 di Articolo 33, Osservatorio contro le discriminazioni di Mantova, riprendiamo questa nota con le suggestioni da due libri di Elvira Mujcic, fuggita da bambina da Srebenica prima del massacro in cui ha perso il padre e altri familiari. La burocrazia è motivo di infinite traversie e di continue mortificazioni per immigrati, profughi, richiedenti asilo che hanno la sfortuna di trovarsi nel nostro Paese. Anni per avere un permesso di soggiorno, anni per rinnovarlo: uno stato di continua sospensione dei diritti, di esposizione all’arbitrio o alla pietà di funzionari, datori di lavoro, forze di polizia e, soprattutto, dei ministeri che emettono (o non emettono) circolari spesso in contraddizione l’una con l’altra; e poi code interminabili, {{esclusioni}} che si giocano sul filo di un secondo di ritardo nella consegna di un documento: {{un labirinto nel quale il rispetto di se stessi vacilla e la rabbia monta insieme al senso di vacuità}}.

La burocrazia è anche il titolo di un capitolo dell’ultimo libro di {{Elvira Mujcic}}, {E se Fuad avesse avuto la dinamite?.} Di Elvira, del suo bellissimo {Al di là del caos}. {Cosa rimane dopo Srebrenica}[[Entrambi i libri di Elvira Mujcic sono stati pubblicati dalla casa editrice Infinito]], abbiamo scritto sulla nostra newsletter del 19 dicembre ({La lingua dell’esilio}, Articolo3 n°19 [[Articolo 3, osservatorio contro le discriminazioni, Mantova

osservatorio.articolo3@gmail.com]]). Fuggita bambina da Srebrenica, prima del massacro dell’11 luglio 1995 in cui ha perso il padre e altri familiari, Elvira vive, come molti profughi di quella e di altre guerre e di ogni genocidio, sospesa a una duplice, dolorosa non appartenenza: alla terra dalla quale ha dovuto fuggire e nella quale ancora circolano impuniti i criminali di guerra e al Paese in cui ha imparato la difficile arte della sopravvivenza, ha studiato, ha conosciuto gioie e tormenti dell’adolescenza, ha convissuto con i fantasmi del genocidio.

I due libri di Elvira raccontano, il primo in forma autobiografica, il secondo attraverso meccanismi di finzione narrativa, ma con una rigorosa attenzione alla realtà dei fatti, il senso del ritorno, di chi è stato costretto all’esilio, nei luoghi dell’origine. Da questi viaggi nasce l’inquietante, ma a volte salvifica, scoperta delle verità.
In {E}{ se Fuad avesse avuto la dinamite?} il protagonista comprende la necessità di svincolarsi dai {{labirinti oscuri della memoria}} e di cercare dati e tracce che restituiscano la realtà dei massacri, degli stupri, delle responsabilità e dei silenzi: nasce un bisogno di storia e di giustizia che permette di convivere con ciò che è stato.

Pubblicheremo, a partire da questo numero, il capitolo intitolato {La burocrazia} dell’ultimo libro di {{Elvira Mujcic}}; siamo certi che i nostri lettori avranno uno strumento in più per capire la rete discriminatoria e mortificante che intrappola chi vive nel nostro Paese senza averne la cittadinanza.

{{La burocrazia}}
(da {{Elvira Mujcic}}, {E se Fuad avesse avuto la dinamite?,} ed. Infinito, 2009)

Avevo ordinato un caffè e mi ero seduto in un angolo. Era mattino. L’orologio segnava le 11,00 e il bar era pieno di studenti che non erano andati a scuola. Gridavano, ridevano, e non si rendevano neppure conto di quanto fossero fastidiosi. Non che invidiassi la loro adolescenza, sia chiaro, ma non c’era vita in quella gioia preconfezionata, solo cellofan trasparente e vuoto. Mi ero isolato per concentrarmi sulla mia rabbia. Da un po’ di tempo a questa parte avevo iniziato {{una particolare pratica comportamentale}}: non sforzarmi per far passare la rabbia, bensì lasciarla crescere. Questo solo perché era l’unico modo che avevo per non accettare tutto con rassegnazione, ma lottare per un qualche cambiamento. Io sono uno che pensa di meritare tutto quello che gli accade, per cui se sono avvenimenti brutti, penso di aver qualche colpa che non ho saputo riconoscere, se sono cose belle mi credo, a seconda dei casi, o un genio o un uomo perfetto. Però questa attitudine è delirante e mi sta portando alla schizofrenia. Nel sottofondo delle grida dei ragazzini, la radio trasmetteva una terribile canzone di un cantante italiano. Per un attimo mi sorpresi incazzato anche con lui, che scriveva dei testi tanto pietosi. Spesso mi si accusa di non ascoltare la musica e di essere interessato solo alle parole. Forse è vero, magari è per questo che prediligo i cantautori. Poi, dico io, ascoltare buona musica con testi terribili è come leggere un libro scritto da Dio con un soggetto banale. Ero al bar davanti alla questura: ci avevo passato tutta la mattinata. Vivevo in Italia da moltissimo tempo e, nonostante questo, {{ogni due anni dovevo passare almeno un paio di giorni presso l’ufficio di polizia}}: una volta quando il permesso di soggiorno scadeva e bisognava fare la domanda di rinnovo, l’altra per andarlo a ritirare. Di solito, tra il primo e il secondo appuntamento passava almeno un anno. Quindi, se mi andava bene, avevo il permesso per un anno e per un altro ero in attesa. Così da sempre. {{L’anno d’attesa è un tempo nel limbo}}, in cui perdi i pochi diritti che hai quando il permesso di soggiorno è in corso di validità. Non hai il diritto di viaggiare, la tessera sanitaria scade, è difficile essere assunti in una ditta. Non hai diritto all’opzione che tu per lavoro potresti avere bisogno di viaggiare, perché sei straniero e non è comprensibile, forse nemmeno accettabile, che tu possa fare un lavoro di tale livello. Non è nemmeno previsto che tu abbia le stesse necessità dei tuoi coetanei italiani, perché non sei esattamente una persona normale. Per me, però, nulla di questo è comparabile ai giorni che spreco per produrre carte su carte, documenti su documenti, pur di attestare e garantire e certificare che davvero non ho fatto nulla, rubato niente, ucciso nessuno, rapinato nessuna casa, spacciato alcun tipo di droga. Qui, per noi, la legge funziona al contrario: tutti colpevoli fino a prova contraria. Io sono un fifone pazzesco e pure leggermente paranoico, per cui ogni volta che passo vicino ai carabinieri o alla polizia ho paura che mi fermino.

}
{dalla newsletter n. 37}
{{LA BUROCRAZIA

Seconda parte}}

Alle dogane inizio a giustificarmi ancor prima di mostrare i documenti. In realtà non ho fatto niente di male, almeno che io ricordi, ma con tutti questi controlli ho il terrore d’essere sonnambulo e d’aver commesso qualche crimine nel sonno. Questa volta ho lasciato anche le mie impronte in questura e dopo mi sono messo in coda per firmare dei documenti. Una volta giunto il mio turno, l’impiegata mi ha detto che mancavano delle carte. Allora l’ho guardata stupito e lei, scandendo bene le parole, mi ha chiesto: «Sai leggere?» «No! Ho appena imparato a scrivere…», ho risposto. «Piano piano, dai», ha detto allora lei, dandomi una pacca quasi affettuosa su una spalla; mi è venuto da ridere, ma mi sono trattenuto. Poi, però, tra i vari documenti, l’è finito tra le mani il mio certificato di laurea. «Ah, ma era una battuta la tua!!», ha detto. Già, una battuta… Sono rimasto in silenzio. Ero già stanco nonostante fossi lì solo da un’ora. L’impiegata mi ha spiegato ben bene cosa mi mancasse. Una cosa nuova, chiamata “Contratto di Soggiorno”, da stipulare con il mio datore di lavoro. Mi ha dato il modulo. L’ho letto. Mi sono rimesso in coda. Avevo la chiara sensazione che sarebbe stata una giornata lunga. Arrivato di nuovo da lei, dopo una buona mezz’ora di attesa in fila, mi ha sorriso di nuovo, più gentile questa volta. «Non ho capito delle cose. A pagina quattro si dice che il mio datore di lavoro dovrebbe farsi garante del mio indirizzo di residenza e impegnarsi con lo Stato a pagarmi il viaggio di rimpatrio nel caso venisse a mancare il contratto di lavoro…». «Sì sì, il tuo datore deve firmare tutto questo». «Ma io ho la residenza in Italia da 13 anni… Ho studiato qui… Non mi sembra giusto dover dipendere da un datore di lavoro. Voglio dire: potrò decidere di cambiare lavoro? Dimettermi? Prendermi…che so?…un anno sabbatico? Oppure sono schiavo?! Insomma, la legge non può essere così. Forse sta sbagliando lei…» «Prima di tutto, non usi questo tono con me! Secondo, la legge dice esattamente così Non so che farci. Se lo deve far fare!» ha detto, e ha alzato lo sguardo verso il signore dietro di me. Mi sono spostato. Dentro di me le parlavo e le spiegavo che sono una persona normale, come suo figlio, se ne avesse avuto uno. Lavoro, ho una casa, un appartamento in affitto. In più pago il proprietario di casa affinché mi faccia il contratto, perché in questo bel mondo nessuno fa più contratti. Conosco alcuni ragazzi universitari fuori sede che perdono le borse di studio perché i proprietari non fanno loro i contratti, e lavoratori che pagano multe salate perché parcheggiano dove è permesso solo ai residenti, ma loro non risultano tali, pur vivendoci da anni. A lei comunque non sarebbe importato nulla, di tutto questo. Voleva solo che io le dessi il pezzo di carta che mi avrebbe reso ancora più schiavo di quello che ero già. Mi sono rimesso in coda. Dopo 40 minuti ero di nuovo davanti a lei. Questa volta non ha sorriso. Era visibilmente scocciata. Pensa un po’ quanto potevo esserlo io… «Un’altra informazione. Se non porto questo certificato, che succede?» le ho chiesto. Lei, sospirando, ha replicato: «Lo deve portare entro 10 giorni altrimenti non le rinnovano il permesso. Quindi diventa clandestino». «Ma è da pazzi!» ho urlato, mentre lei già parlava con la signora pachistana dietro di me. Mi guardavano tutti come per dire: «Bravo scemo, hai scoperto l’acqua calda!». Mi sono vergognato di aver perso la pazienza così in fretta! Sono uscito borbottando e gesticolando e ora, seduto in questo bar, ancora parlo tra me e me: non riesco a darmi pace. È inutile sbattersi. Studiare, lavare i piatti per pagarsi gli studi, laurearsi in corso, cercare uno straccio di lavoro assicurato e mal pagato, parlare una lingua non tua come fossi madrelingua e finire a fare il correttore di bozze. Era tutto inutile perché, vedendo la mia nazionalità, mi avrebbero sempre chiesto: «Sai leggere?». Le cose non hanno senso. Voglio dire: ho preso la borsa di studio per cinque anni dallo Stato italiano, e questo che fa? Mi rimanda indietro proprio quando gli posso essere utile. E non solo. Se fossi disoccupato e pesassi sullo stato sociale – al quale, comunque, non ho diritto perché sono straniero – sarebbe un conto. Ma no, io lavoro, in regola e a tempo indeterminato. Eppure non basta, ci vuole anche una carta che dica che nel caso perda il lavoro – e se sei straniero è un reato – me ne devo subito tornare nel Paese di provenienza. Mi sembrava già di sentire i cori della gente: «Sicuro! A casa tua! Mica puoi stare qui! Abbiamo già abbastanza problemi per contro nostro… Sì, se lavorano va bene altrimenti ‘affanculo! Via tutti! Viva la legge Bossi-Fini!». E devo dire che mi sono talmente assuefatto a sentire sempre le solite cose, che non ho più la forza di replicare. Tanto non serve a nulla. Non c’è una cura contro la stupidità, è una malattia mortale. Inoltre temo pure che non abbiano tutti i torti. Cosa importa, a loro, degli altri? Mica è colpa loro se sono nato in un Paese problematico, sono affari miei. Loro sono brava gente che lavora 10 ore al giorno per comprare la casa, la macchina, fare vacanze chissà dove, crescere i figli e dar loro tutto, magari anche un po’ di cervello. Chi li può biasimare… Certo non io!

(da {{Elvira Mujcic,}} {E se Fuad avesse avuto la dinamite?,} ed. Infinito, 2009. Il seguito sul prossimo numero)