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MAAM Corridoio d’ingresso dei maiali con l’opera Mondo n’Uovo di Leo  – photo Giuliano Ottaviani

Il testo è di Alice Rinaldi e Gabriele Santoro

Nihil difficile volenti, “niente è arduo per colui che vuole”. Il motto latino diventa un monito per il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz e i suoi abitanti. La scritta, riprodotta dall’artista Pasquale Altieri, si riferisce al fatto che si può perfino andare nello spazio e tornare con la L.U.N.A., idealmente incastonata da Massimo De Giovanni fra le travi del soffitto del cortile, o perfezionare il progetto della Torre di Babele, perché stavolta la mescolanza di più lingue e culture non ha generato il caos ma ha realmente avvicinato un po’ di più a un dio.

Ovviamente non si possono capire appieno il contesto e la realtà di questo luogo unico, dove l’arte salva lo spazio e lo spazio salva l’arte, senza conoscerne la storia. È il marzo 2009 quando l’ex stabilimento del salumificio Fiorucci in via Prenestina 913, periferia est di Roma, viene occupato con un duplice scopo: quello primario di risolvere problemi abitativi per molti e un atto dimostrativo contro un colosso delle costruzioni proprietario dell’immobile, la Srl Salini.

Prima si iniziava con gli animali vivi. I maiali entravano in un corridoio che si fa sempre più stretto, alla fine storditi con una pistola dalla punta di ferro e appesi per gli arti posteriori su una guidovia che procedeva verso la sala dove si eseguiva lo sgozzamento. Una volta colato il sangue, le carcasse passavano attraverso la macchina scuoiatrice, che ricorda un autolavaggio con tanto di spatole roteanti, finché si passava all’eviscerazione. Sul muro di fronte l’affresco della Cappella Porcina – eMAAMcipazione di Pablo Mesa Cappella e Gonzalo Orquín, che rivisita il percorso dei maiali nella fabbrica, ribaltandolo dalla morte alla vita. Nella sala adiacente, che ospitava le vasche di raccolta del sangue, le opere di Nicola Alessandrini e Vincenzo Pennacchi richiamano quello che queste pareti hanno effettivamente visto per anni.

C’È MUSEO E MUSEO

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MAAM Cortile esterno. Un bambino sulla sua bici. Sullo sfondo la torre di Metropoliz con in cima il telescopio di Gian Maria Tosatti  – photo Giuliano Ottaviani

La suggestione di mettere l’arte in un luogo di morte che per decenni aveva dato da mangiare carne alla gente, Roma l’aveva già vissuta con il Macro dell’ex Mattatoio di Testaccio. Ma mettere “il vivere” dentro un museo e viceversa, come sta facendo il Maam di Tor Sapienza, non lo aveva ancora fatto nessuno. Il Macro, come tutti i musei da sempre pensati, è poi rimasto nella definizione: “acquisisce, ordina, cataloga, conserva, comunica e soprattutto espone cultura, scienza e tecnica”. Bisogna andare in certi orari, di solito si deve pagare un biglietto, e l’opera è chiusa, protetta, per cui di fatto si richiede e si alimenta un certo distacco tra chi realizza e chi osserva, tra l’artista e lo spettatore.

Cosa succede invece se delle persone si insediano in un ex salumificio perché hanno bisogno di una casa e poi arrivano degli artisti che intendono raccontare e valorizzare questa azione? Nel tempo lo spirito dell’arte si allarga fino a coinvolgere tutti, abitanti e visitatori, alimentando la convinzione che possa essere la chiave per salvare tutto.

Siamo quasi in prossimità del Sacro Gra. Di fronte alla facciata imponente, dipinta da Borondo e Kobra, con la scintillante Malala che ti guarda, pensi quanto sia strano venire a sapere di un luogo del genere dal collega fotografo che vive a Parigi o che amici greci vi abbiano già fatto un concerto due anni fa rimanendone entusiasti: strano che il Maam non sia sulla bocca di tutti proprio nella sua città, a Roma, mentre richiama artisti in giro per il mondo.

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MAAM Il nucleo abitativo dei rom photo-Giuliano Ottaviani

OCCUPAZIONI E CAMPI ROM

Marzo 2009, dicevamo: grazie al contributo dei Blocchi Precari Metropolitani – organizzazione romana nata nel 2007 per rivendicare il diritto all’abitare – nasce Metropoliz. Ed è già una prima particolarità. Di solito le occupazioni riguardano scuole, uffici, altre case lasciate in stato di abbandono. Tanto che, oltre ai soliti problemi legati all’allacciamento di luce, acqua e gas, la notevole estensione dell’area (20mila mq) ha portato via tempo dedicato alla mappatura, in modo che fosse ben chiaro come e dove ricavare gli alloggi per le circa 200 persone coinvolte, una sessantina di nuclei familiari, con tanti bambini: italiani con i peruviani, rumeni, ucraini, marocchini, comunque persone accomunate da qualcosa, senza risorse e aiuti dallo Stato, che si sono fatte guidare dall’intraprendenza dei Bpm.

La seconda particolarità è stata l’inclusione dei rom nelle lotte per la casa. “Il gruppo del campo di Centocelle, sotto minaccia di sgombero, era incuriosito dal nostro esperimento di autogestione”, racconta Irene dei Bpm. “Non volevano finire in un altro campo organizzato e insieme a noi, nelle manifestazioni, hanno fatto sentire la loro voce, mai ascoltata in questi termini”. Una collettività da sempre avvezza a regole proprie ha iniziato a fare i conti con una realtà più complessa, accettando il compromesso per la crescita. Ad esempio “non concepivano la chiusura del cancello di ingresso”, continua Irene, “difesa contro polizia e incursioni di gruppi di estrema destra” da una parte, e contro aspiranti occupanti dall’altra, non certo per cattiveria ma perché “non si può aumentare all’infinito il numero di abitanti mantenendo uno stile di vita dignitoso”.

UN ANTROPOLOGO E TANTI ARTISTI E ARTISTE

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MAAM Ludoteca. Ritratto dell’ideatore e direttore artistico del Maam- ’antropologo artista e filmaker Giorgio De Finis photo Giuliano Ottaviani

Ma fin qui può sembrare una normale storia di occupazioni, pur con la variabile rom. Finché alla porta della città meticcia arriva a bussare Giorgio De Finis, antropologo, artista e regista, accompagnato dal collega film maker Fabrizio Boni. È il 2012 e il primo progetto artistico in cui Metropoliz si imbatte riguarda la realizzazione del documentario Space Metropoliz – da poco sono online le ultime puntate – “per ridare voce al sogno”, racconta Giorgio, “giocando sull’impossibile. L’impossibilità di avere una casa e di chiedere la luna, e visto che sono entrambe impossibili… meglio optare per la Luna”.

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MAAM Cortile-interno. In primo piano la  L.U.N.A. di-Massimo di Giovanni ricavata dalle travi del tetto sullo sfondo l’opera Refuge di James Graham -photo-Giuliano Ottaviani

Il loro film coinvolse i primi street artist che per l’allestimento del set segnarono le prime pareti. Dall’opera di Lukamaleonte, che si staglia sui tavoli (anche d’autore) dell’ampia cucina, che parla dell’extraterrestre/extracomunitario, all’omino di Hogre che risale la torre verso la Luna dove è puntato il telescopio (quasi) vero di Gian Maria Tosatti. Più tante altre opere interne e meno visibili, ma riconoscibili perché ispirate allo spazio nel senso più galattico del termine. Gli artisti si susseguono, i loro segni arricchiscono lo spazio mentre la vita, sempre un po’ meno precaria, va avanti. Dallo Space Metropoliz nasce il MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove, dove per  “Altro” si intende la “città meticcia”, come la definiscono gli stessi abitanti, in continua evoluzione, e per “Altrove” tutta l’intenzione di “continuare a mantenere le diversità perché sono un valore”, precisa l’ora direttore artistico di questa enorme “cattedrale d’arte laica” Giorgio De Finis.

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MAAM Ludoteca.  Ritratto dell’artista Veronica Montanino di fronte al suo blob La stanza dei giochi -photo-Giuliano Ottaviani

Anche gli abitanti, insieme a Francesco Careri di Stalker/Osservatorio nomade, iniziarono a farsi coinvolgere nel gioco dell’arte, contribuendo alla costruzione del razzo, l’essenziale mezzo e simbolo della conquista dell’impossibile. Dopo circa sei mesi, tramite una gru, fu tirato fuori un enorme galleggiante da una delle tre vasche esterne, serviva per la base: “Molti iniziavano a dubitare che la nostra impresa potesse giungere a buon fine, ma questo aveva lo scopo di dichiarare che non avremmo desistito tanto facilmente”, racconta Boni nel film. C’era ancora molto da fare, “bisognava superare l’ambiguità di certi progetti, in posti del genere se alla gente non cambi realmente la vita resta delusa”, racconta Giorgio.

Inizia una nuova metamorfosi.

 

 

 

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MAAM Stanza della cattedrale. L’installazione site specific di Veronica Montanino Momirabilia -photo-Giuliano Ottaviani-

MAAM, UN MUSEO ATIPICO

Non c’è separazione tra spettatori e artisti quando l’arte entra in casa e la casa diventa arte. Questi iniziano a rispecchiarsi gli uni negli altri: “Ogni artista con la sua estetica non dimentica di essere altro”, dice Giorgio De Finis, e viceversa. L’ideatore del Maam, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Tor Sapienza, sorto dentro e con la città meticcia di Metropoliz, dice che “non si tratta di un collettivo ma un’opera collettiva: l’arte è individuale, ma il progetto è unico”. Unico anche nel suo genere: un museo che non ha eguali nel mondo e non può rientrare nella definizione dell’International Council of Museums perché è pura relazione, un luogo dove vita comune e arte convivono e si toccano davvero – un “museo reale”, l’ha definito l’artista Cesare Petroiusti – qui non si fanno catalogazioni e non si richiede ordine e compostezza, si ricorda solo che “il gioco dell’arte è una cosa seria”. “Tutti possono farlo perché tutti siamo fruitori”, prosegue Giorgio, “ma bisogna anche capire che essere artisti è una professione”. Il tentativo ha funzionato: dall’occupazione e nascita di Metropoliz alla creazione del Maam  cadeva il “noi” come gruppo chiuso, perché ora “ci interessava aprire la porta, evitare l’isolamento da enclave necessario per la difesa politica, come testimoniato dall’opera di James Graham nel cortile interno, un Refuge scritto su delle parabole amplificatrici. Oggi arrivano migliaia di visitatori”. La chiave di lettura è il contenuto stesso, il progetto: “Come struttura abbandonata a se stessa il Maam non avrebbe senso, non verrebbero gli artisti. L’arte diventa una trappola in senso positivo”.

 

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MAAM Visitatori di fronte a Mosche di Francesco Petrone. Sulla destra Only with you di Francesca Romana-Pinzari e Giovanni Gaggia -photo-Giuliano Ottaviani

L’ARTE COME BARRICATA

Un cavallo di Troia, una corazza che spende se stessa per proteggere lo spazio in modo simbolico e concreto, come nei Guerrieri della luce di Stefania Fabrizi, compatti e maestosi dietro la porta di ingresso. Le barricate reali del Metropoliz trovano nel Maam delle barricate ideali contro forze dell’ordine e ruspe, “per questo quando Giorgio è arrivato con la proposta ci è sembrata subito interessante”, ricorda Irene dei Blocchi Precari Metropolitani, fautori dell’occupazione abitativa. “Abitanti e artisti sono mondi differenti che si incontrano”, aggiunge Giorgio,  “ma nessuno voleva fare un altro museo identitario, l’arte è applicata alla multivisione, gli artisti sono qui per il semplice diritto di esistere”.

Altra protezione è quella pensata per i bambini, creando nuove opportunità: vivere dentro l’arte apre loro la mente, “durante i laboratori artistici cerchiamo di fargli comprendere che l’arte è un percorso”, come quello necessario per capirsi e convivere, “ogni artista ha i suoi modi di esprimersi e quello, per esempio, fa intendere ai più piccoli che esistono diverse prospettive che messe tutte insieme portano ricchezza”. “Per prima cosa decidemmo di sistemare questa sala”, dice Giorgio seduto tra i banchetti dei bambini, all’interno della Ludoteca, intesa non solo come luogo di gioco ma anche di studio. Qui l’onlus Popica ha trovato uno spazio comodo per insegnare l’italiano. Gli artisti hanno prima riparato il tetto e poi realizzato le loro opere in ogni spazio, come il grande blob color carta da zucchero che sgocciola colori, dell’artista Veronica Montanino che non aveva mai realizzato opere street. Ma il Maam ispira anche questo: “Il mio è stato il primo intervento in assoluto, c’erano solo i relitti del cantiere cinema e ancora non capivo bene cosa fosse il Maam. Mi hanno detto che per la ludoteca volevano un lavoro prezioso ‘come quello che fai per le gallerie’. Il primo incontro è stato coi bambini, prima del muro ho dipinto loro perché la mia opera è dedicata a loro, la parte più ricettiva del Maam. Allora ho intuito che questo è un esperimento di contaminazione non solo artistica ma anche antropologica e politica, che farà capire le differenze, tra un rom che vive nel campo e quello che vive nell’arte, per esempio. Allora istintivamente ho pensato a un blob che scivola senza centro prendendo lo spazio in modo incontrollato. Il Maam è come una profezia che porta ispirazione a tutti, gli artisti che guardano altri artisti al lavoro, ogni segno risponde al segno”.  Per non parlare di chi sperimenta lavori insieme, come Giovanna – Giò – Pistone con Alessandrini o Franco Lo Svizzero (che si chiuse a lavorare nella “Stanza della Cattedrale” per undici giorni) con la stessa Montanino.

TOPOGRAFIA DI METROPOLIZ

“La prima forma d’arte è vivere qui dentro”, commenta Irene dei Blocchi Precari Metropolitani, movimento traino durante l’occupazione: in un dispositivo del futuro e insieme pezzo di archeologia industriale che vanta già tre periodi artistici. Il periodo pre-Space, quando furono invitati filosofi, fisici e astronomi per parlare del viaggio impossibile verso la Luna; il periodo Space Metropoliz, durato il tempo di realizzazione del film di De Finis e Fabrizio Boni che documenta lo “Spazio”, da molti ritenuto impossibile da abitare che diventa finalmente raggiungibile; l’attuale periodo post-Space,  con nuove opere da presentare ogni trimestre, con le feste di solstizio ed equinozio, continuando cioè a seguire la Luna. Artisti chiamano altri artisti. Tutti aiutano gli abitanti nella loro impresa e viceversa.

Le famiglie si dividono tra palazzi e caseggiati all’interno della città, tra “Piazza Perù”, dove risiedono i sudamericani in case dignitosissime, e il “Corridoio dei rom”, dove si affacciano le porte di piccoli appartamenti, prima probabilmente uffici. Ora i Guerrilla Spam, che già avevano segnato la cucina con un Peccato originale, lo stanno dipingendo con un murale che omaggia la diversità, come “una Torre di Babele realizzata”, dice uno di loro, Andrè Guerrilla, mentre una bambina gli si affianca iniziando a disegnare sul muro, “ogni piano è dedicato a un Paese e la torre sta in mezzo tra terra e mare, cielo e spazio”. Finito nel mese di gennaio, risulta meno “violento” del loro solito: “È come un affresco di una chiesa, adatto per chi vive qui, soprattutto per i bambini. Diciamo agli artisti di provare l’esperienza di creare anche ‘di sopra’, dove vivono le persone, ti devi mettere in un’altra prospettiva”. Una donna gli offre del tè e noi proseguiamo il nostro giro.

 MENO TAG PIÙ MURALES

All’inizio dell’occupazione c’erano tante tag e un solo un murale, nella sala delle vasche di scolo, che rappresentava piccole balene arancioni dentro l’acqua. È l’opera numero 0 dell’artista romano Hitnes, che non sapeva che da allora dentro quella fabbrica ne sarebbero apparse decine: oggi si parla di quasi quattrocento opere che hanno trasformato “una scatola bianca” in una casa-città-museo che ha dentro un fermento di vita che non si può descrivere. In mezzo a questo gigante fatiscente, che già vanta muri da 150mila euro, girano un sacco di bambini. Giocano per i fatti loro o collaborano alle opere.

Alcuni erano rimasti colpiti dal lavoro dei Collettiva Geologika, intenti a trasformare un muro della Sala del camino. Con le manine si erano messi a plasmare terra e paglia per quella che gli artisti immaginano come Sala del consiglio della città. Terra – con “il fuoco trasformatore” di Mauro Magni che avvolge le pareti di fronte – “perché la materia è femmina, la natura è politica e il cantiere è il nostro quadro”.

Così i bambini imparano a rispettare le opere: “Abbiamo visto sparire qualcosa, ma si tratta solo di qualche fiore o perlina da mettere tra i capelli”, scherza Michela, studentessa di Architettura, che qui collabora come tuttofare. “Cerchiamo di spiegargli che, anche se è un mestiere che possono fare in pochi, l’arte appartiene a tutti” dice Giorgio. L’importante è non ricreare un “effetto favela”: i ruoli vanno rispettati già che la protezione dello spazio occupato passa dal valore del luogo, “dalla riconoscibilità di chi lavora qui con un curriculum alle spalle”. Altrimenti si banalizzerebbe tutto.

www.museomaam.it