Come si nomina ciò che si sottrae alla nominazione? Come il verso può fare spazio a ciò che scompare senza trattenerlo? Sparire è un’indagine sulla scomparsa che non si risolve in assenza, ma si trattiene in quella zona liminare dove il linguaggio ancora resiste. Denise Desautels, figura cardine della poesia quebecchese – più di quaranta raccolte, tradotta in molte lingue, pubblicata in Francia da Gallimard – arriva per la prima volta in Italia attraverso settantasette testi poetici nati in dialogo con le installazioni dell’artista connazionale Sylvie Cotton, il cui lavoro è esposto negli Stati Uniti e in Europa. Il rapporto con l’arte visiva non è ornamentale: le fotografie delle opere di Cotton costellano il volume come interlocutrici silenziose, e la poesia risponde con una lingua capace di avvicinarci al tema della sparizione, e più in generale del dolore del mondo, grande ossessione di Desautels, trattato come problema del linguaggio prima ancora che come problema esistenziale.
La traduzione di Maura Baldini, che cura anche il volume, rende la scommessa ancora più visibile: trasporre una voce poetica così radicata nella tradizione orale e sonora del Québec. Il risultato è un libro che abita lo spazio tra arte visiva e parola scritta, tra il dicibile e l’ineffabile, con la precisione di chi sa che il mistero non va risolto, ma custodito.
Denise Desautels, Sparire, a cura e con traduzione di Maura Baldini, Marco Saya Edizioni, 134 pp.
Dodici racconti, un solo paese, e un parroco che li attraversa tutti come un filo nascosto: Il paese di Laggiù di Benedetta Maffezzoli ha la struttura della raccolta e il respiro del romanzo. Don Malvino – schietto, curioso, capace di rudi nervosismi ma fondamentalmente buono – è il perno attorno al quale una comunità di provincia si racconta, si nasconde e si rivela. Attorno a Don Malvino ruotano amori, morti, solitudini, amicizie e complicità in paese della Bassa Padana, adagiato vicino al Grande Fiume, che Maffezzoli restituisce con precisione descrivendone profumi e colori. Qui il tempo rallenta, le persone si danno ancora del voi, e chi viene dalla città e prova a cambiare le abitudini viene guardato come un sovversivo. Il confronto con don Camillo viene spontaneo, e non è fuori luogo: anche qui la figura del parroco funziona da specchio di una piccola civiltà che si crede marginale e invece custodisce qualcosa di essenziale, in questa prospettiva c’è la cifra più riuscita del libro.
Benedetta Maffezzoli, Il paese di Laggiù , Tascabili, CN/OLIGO, 200 pp.
Non un’antologia, non un saggio, non un reportage: in Arabo è donna di Davide Borowski, attraverso incontri, interviste e storia orale, vengono presentate al lettore italiano sette poetesse arabe contemporanee — Amirah Al Wassif, Imèn Moussa, Mouna Ouafik, Ahlam Bsharat, Nadra Mabrouk, Dalila Hiaoui e Mona Kareem — in un libro in cui la poesia non è mai solo testo, ma voce, corpo, memoria, performance.
Il metodo è dichiarato nel sottotitolo: la storia orale restituisce alle parole il contesto della loro produzione, le radica in biografie e geografie specifiche, e fa resistenza a quella tendenza della ricezione occidentale a trattare la poesia araba come blocco monolitico, come espressione di un’alterità indifferenziata.
Ciascuna delle sette voci ha una lingua, una provenienza, una relazione propria con la libertà di espressione e con il proprio corpo .Il risultato è un volume che interroga anche i propri strumenti: cosa significa tradurre una voce poetica che si è prima ascoltata? Cosa si perde e cosa invece si guadagna quando la mediazione è esplicitamente narrativa e relazionale? Sono tutte domande aperte che il volume ci aiuta ad affrontare.
Davide Borowski, Arabo è donna. Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale, Homo Scrivens , 270 pp.
A dare il via a tutto è un quadro: il ritratto di Maria Mussinano, dipinto a Cercivento nel Settecento, con la penna d’oca, il calamaio e il registro dei conti al posto del rosario e delle chiavi di casa che la tradizione imponeva alle donne. Quell’anomalia iconografica è la scintilla da cui Raffaella Cargnelutti, critica e storica dell’arte prima che narratrice, ha tratto il suo romanzo d’esordio, che torna in libreria a vent’anni dalla prima stesura. Maria è vedova, madre di otto figli, e sa leggere, scrivere e far di conto: ha gestito gli affari di famiglia durante le lunghe assenze del marito Cristoforo, cramar, uno di quei venditori ambulanti della Carnia che attraversavano i passi alpini per commerciare spezie, stoffe e mercerie nei territori tedeschi ed europei, tenendo vivo un ponte invisibile tra Venezia e l’Oltralpe. Il romanzo intreccia la ricerca d’archivio nei registri parrocchiali con la forza della saga familiare, muovendosi tra i mercati veneziani e bavaresi e il microcosmo di Cercivento, popolato di pittori itineranti e parroci collezionisti.
Raffaella Cargnelutti, La moglie del cramar. Il ritratto di Maria , Mursia , 280 pp.
Per secoli la figura del clown è stata pensata e raccontata al maschile. Eppure le donne hanno calcato le piste dei circhi e i palcoscenici del varietà con la stessa audacia e lo stesso talento dei loro colleghi. Clownesse di Veronica Del Vecchio restituisce voce e visibilità a queste artiste – da Miss LouLou a Cha-U-Kao, da Annie Fratellini a Liesl Karlstadt – che sfidarono pregiudizi tenaci per conquistarsi un posto in un mondo considerato esclusivamente maschile.
Costruito su documenti d’archivio, ricerche inedite e testimonianze contemporanee, il volume è insieme un atto di recupero storico e una riflessione sull’emancipazione attraverso il corpo, il gesto, il riso.
L’autrice porta a questo progetto dalla prospettiva di scrittrice, drammaturga, attrice e clown. Del Vecchio non osserva il proprio oggetto dall’esterno ma lo abita – co-fondatrice della compagnia Auriga Teatro e collaboratrice della compagnia internazionale Panorama Kino Theatre – ha fatto della clownerie una pratica artistica e una forma di conoscenza. Clownesse è il suo primo saggio.
Veronica Del Vecchio, Clownesse. Storia delle donne che fecero ridere il mondo, Odoya, 2026, pp. 288