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Segnalibro di dicembre 2025

Nella primavera del 1917 i coniugi Virginia e Leonard Woolf installarono una macchina da stampa nella sala da pranzo di Hogarth House, la loro residenza a Richmond.

Nasceva così la Hogarth Press. Two Stories fu il primo volume pubblicato e comprendeva i racconti Il segno sul muro di Virginia e Tre ebrei di Leonard, un testo – quest’ultimo – pressoché sconosciuto in Italia, in cui l’autore, nato in una famiglia ebraica d’orientamento liberale, ironizza sui modi di vivere britannici.

E’ in libreria dal 28 novembre Due racconti di Virginia e Leonard Woolf, nella traduzione a cura di Sara Grosoli e le silografie dell’edizione originale di Dora Carrington.

Sara Grosoli ha già tradotto opere di Charlotte Brontë, Mary Wollstonecraft, Louisa M. Alcott, George Sand, Mary Shelley, Isaak Babel’, Wilkie Collins, Elizabeth Gaskell, M.E. Braddon, Sarah Bernhardt e George Eliot. Ha curato un’edizione critica delle lettere di Anna Bolena e la pubblicazione della biografia di Jane Austen scritta dalle nipoti dell’autrice. Per Oligo Editore ha tradotto Come Shakespeare giunse a scrivere La tempesta di Rudyard Kipling, Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges e Tu non sconosci la mia dottrina di Anne Bronte.

Virginia e Leonard Woolf, Due Racconti, Oligo 2025, pp. 68

cover due racconti

Rossana Carturan torna in libreria con “Le ragazze del turno”, pubblicato da All Around.
Dopo La fabbrica (2021), l’autrice riprende il racconto della realtà operaia, concentrandosi questa volta sull’esperienza femminile: una storia di lavoro, resistenza e coraggio, in cui donne comuni affrontano la fatica, il silenzio e il potere, trasformando la sopravvivenza quotidiana in un atto di ribellione. Il romanzo è ambientato nel 1973 e si muove tra Padova, Venezia e Verona, tra i reparti di una fabbrica e vite segnate dal lavoro. Al centro ci sono tre figure femminili, diverse ma unite da un destino condiviso: Amalia ed Elvira, sorelle che vivono a Monselice — la prima ribelle e insofferente, sempre in lotta contro le costrizioni, la seconda paziente e determinata, intrappolata in un matrimonio violento — e Miriam, presenza enigmatica e sfuggente, sospesa tra il mondo della fabbrica e quello del ghetto veneziano in cui abita. Le loro voci si alternano in un racconto corale che restituisce un tempo fatto di nebbia, pullman all’alba, turni massacranti e piccoli gesti di resistenza, ma anche di rapporti familiari tesi, sentimenti trattenuti e dignità da proteggere. Carturan affronta temi centrali nella storia del lavoro femminile: la fabbrica come luogo di oppressione ma anche di solidarietà; la sorellanza che resiste tra conflitti, distanze e riconciliazioni; il desiderio di emancipazione e di parola, la necessità di non subire più. Il romanzo attraversa spazi chiusi e duri — reparti industriali, cortili gelidi, stanze condivise, il ghetto, il manicomio — insieme ai territori più intimi dell’esperienza femminile, dove ogni scelta comporta un costo. Le ragazze del turno è un romanzo di lotta e di dignità, che racconta donne capaci di sostenersi e scontrarsi, cadere e rialzarsi, alla ricerca di una vita diversa anche dentro la fatica. Un libro che mostra come resistere, lentamente e spesso dolorosamente, diventi una vera e propria forma di esistenza.

Rossana Carturan, Le ragazze del turno, Edizioni All Around 2025, pp. 304

L’ombra di Perseo di Daniela Mencarelli Hofmann è ripubblicato da All Around in una nuova edizione aggiornata. Si tratta di un romanzo intenso e doloroso, che esplora le fragilità dell’animo umano e si addentra nelle zone più oscure dei legami affettivi. Una storia sentimentale che sfocia nel sangue e costringe il lettore a confrontarsi con l’abisso: non offre consolazioni facili, ma invita a riconoscere l’ombra per poter intravedere, forse, un segno di luce.

Il libro si configura come un racconto avvincente, scandito da improvvisi colpi di scena dal sapore noir, ma allo stesso tempo attento e sofisticato nell’analisi psicologica dei personaggi.

Mencarelli Hofmann introduce la cosiddetta “sindrome di Perseo”: Marco ribattezza Laura “Medusa”, trasformandola nell’archetipo della donna mostruosa, capace di destabilizzare una visione tossica della virilità. Laura diventa così l’incarnazione delle paure del patriarcato, attraverso la sua autonomia, la sua libertà e la sua forza seduttiva.Il romanzo propone una rilettura del mito classico come chiave per affrontare temi cruciali legati all’universo femminile: il senso di colpa che attraversa le relazioni disfunzionali, il peso delle aspettative sociali sui ruoli di genere, la difficoltà di conciliare vita familiare e realizzazione personale. Le scelte narrative dell’autrice richiamano inoltre un nodo centrale nel racconto della violenza di genere: l’ombra che avvolge la donna, vittima della violenza, mentre la storia viene narrata dal punto di vista dell’uomo, del violento, di chi sostiene di aver “amato troppo”.Attraverso una scrittura lucida e inquieta, L’ombra di Perseo indaga la dimensione psicologica della violenza di genere e del femminicidio, riuscendo a generare empatia e a mettere in discussione, in profondità, le coscienze.Nel mese di ottobre, Daniela Mencarelli Hofmann ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria al Concorso Nazionale del Teatro Aurelio di Roma per la pièce drammatica tratta dal romanzo L’ombra di Perseo.

Daniela Mencarelli Hofmann, L’ombra di Perseo, Edizioni All Around 2025, 220 pagine 

cover l'ombra di perseo

Gaye Boralioğlu, nata a Istanbul nel 1963, è una delle voci più originali e incisive della narrativa turca contemporanea. Laureata in filosofia, ha iniziato la sua carriera come giornalista e sceneggiatrice televisiva, prima di dedicarsi alla scrittura letteraria. Le sue opere esplorano l’identità il genere, la memoria e le tensioni familiari dando voce a personaggi marginali e a prospettive spesso silenziate. Il suo romanzo Alla tavola del padre ci porta nel cuore di Istanbul, tra le ombre di Balat e le pieghe della memoria, e ci trascina nella vita di Hilmi Aydin, un anti eroe tragico e ironico, che incontriamo mentre giace a terra con un foro di proiettile in fronte. Da quel momento in poi la storia si snoda come una spirale di confessioni, menzogne e rivelazioni per esplorare l’esistenza e l’identità frammentata di Hilmi e le relazioni che lo definiscono, soprattutto quelle familiari, e in particolare con Mehmet Aydin, padre, cuoco e patriarca. Ogni piatto che esce dalla cucina del suo ristorante è un comandamento, ogni pasto una lezione di vita. Il suo menù non nutre, e il disprezzo del padre verso Hilmi viene servito con la stessa precisione del riso pilaf. Ma questo conflitto padre-figlio, un archetipo universale visto con sguardo contemporaneo e provocatorio, presenta nel capitolo finale un’ammissione sorprendente, in cui si avverte l’eco della Lettera al padre di Kafka e che destabilizza tutto ciò che si è creduto fino a questo punto della storia. È un colpo alla mitologia del padre, alla sacralità della famiglia e alla linearità della memoria.Tuttavia Alla tavola del padre è anche un romanzo di carne e sapori, dove il cibo diventa linguaggio emotivo e memoria incarnata. Le pietanze turche ‒ il riso speziato, il pesce fritto, le melanzane affumicate ‒ non sono semplici dettagli di sfondo: sono riti familiari, gesti di cura e di potere, strumenti di seduzione e di esclusione.

Gaye Boralioğlu, Alla tavola del padre. Traduzione dal turco di Nicola Verderame, Edizioni Le Assassine 2025, pagine 256