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“Donne e uomini pace e guerra” di Fiorenza Taricone

Maria Chiara Mattesini recensisce il libro di Fiorenza Taricone Donne e uomini pace e guerra.

QUI l’intervista a Fiorenza Taricone sul canale YouTube Associazione Paese delle donne.

Nell’incipit del libro è già individuato un vizio di origine di non poco conto, che inficia il dibattito teorico su pace e guerra. L’attenzione al loro rapporto – scrive l’autrice Fiorenza Taricone – «ha dato luogo maggiormente fin dall’antichità ad una precisa filosofia della guerra, ma non ad una chiara filosofia della pace». Anche la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti, con rare eccezioni rappresentate dai movimenti ereticali e dalle minoranze religiose, hanno giustificato l’uso della guerra, nonostante il Vangelo non lasci molti dubbi a interpretazioni alternative. Nella secolare letteratura sulla guerra – da Platone e Aristotele, ai teologi San Tommaso e Sant’Agostino, ai fondatori della modernità come Machiavelli, a giusnaturalisti come Grozio, ai filosofi assolutisti come Hobbes, a quelli del diritto come Kant, ai teorici dell’arte militare come von Clausewitz, fino agli studiosi contemporanei che rileggono questi classici – le donne sono «inconsuete firme» che diventano invece frequenti nella letteratura pacifista della Prima guerra mondiale. Un’altra particolarità, inoltre, fa osservare l’autrice a proposito del binomio pace-guerra: «è sempre il primo che viene definito per mezzo del secondo e non viceversa». Pace, quindi, è intesa «come assenza di guerra, mentre questa è definita positivamente con una seria di connotati caratterizzanti». Anzi, da un comune scenario di violenza, come scrive l’Autrice, la guerra ha assunto volta a volta sembianze diverse: da faida religiosa, di lotta contro le tirannie e lo straniero; di guerra difensiva, di lotta partigiana.

Il tema del pacifismo internazionale, le figure che lo hanno promosso, il rapporto fra donne e guerra non sono temi nuovi per Fiorenza Taricone, autrice di una monografia dedicata a Romain Rolland e autrice di studi, ad esempio, su Teresa Labriola e su Bertha von Suttner. Il presente libro può considerarsi un ulteriore tassello di questa lunga riflessione, una critica ricostruzione e rielaborazione del rapporto che donne e uomini hanno instaurato con la guerra. Un ulteriore tassello in direzione di quello che Vittorio Cian, citato da Taricone, chiamava “giustizia storica distributiva”, parlando dell’assenza delle donne nelle ricostruzioni storiche del Risorgimento scritte dagli uomini. Non è atto di generosità ma di giustizia, gli faceva eco Atto Vanucci, altro studioso del Risorgimento. La narrazione non è quella che segue le vicende dell’historie événementielle, dove le donne non rientrano, se non in rari casi. Il metodo seguito dall’autrice si affida alla microstoria, come quella delle lavoratrici dei maglifici di Bevilacqua, a Torino. Una microstoria ricchissima, peraltro, di figure femminili: sono molti, infatti, i nomi, noti oppure sconosciuti, che Taricone cita, in una sorta di vera e propria riscrittura della storia del pensiero politico, che ha il merito di considerare, oltre l’astrattezza delle categorie, la materialità delle condizioni in cui queste sono, consapevolmente o meno, assunte come criterio di orientamento.

Il rapporto donne e guerra è molto più articolato e problematico, infatti, di quanto non sembri ad una superficiale lettura. Come ricorda l’autrice, il problema di una utilizzazione della donna in compiti militari ha una genesi antica e una continuità storica, non omogenea ma di carattere episodico, le cui tracce sono di difficile reperimento. La donna soldato, la donna guerriera, la donna legionaria, la donna corsara, la donna brigantessa, la donna patriota, la donna armata hanno punteggiato infatti il corso della storia in modo irregolare, lasciando zone d’ombra. La maggiore o minore estensione di queste zone ha diverse spiegazioni. È dovuta ad una “voluta perdita di memoria storica”, come era definita negli anni Settanta. Ogni epoca storica, inoltre, subisce il fascino di alcune questioni rispetto ad altre. Per lunghi secoli, oltre tutto, sottolinea l’autrice, non molto è stato fatto per ricostruire il contributo delle donne nel settore militare-organizzativo. Infine, per molti secoli il perno principale delle rivendicazioni femminili è ruotato attorno all’ingiusta esclusione dalle professioni civili, dal diritto allo studio, che pregiudica anche il diritto di voto, in breve dalla vita pubblica. «Il problema di un inquadramento stabile delle donne – mette ancora in evidenza Taricone – in compiti di tipo difensivo o ausiliario non poteva in definitiva vivere di vita autonoma, ma solo “eteronoma” fintantoché costituiva solo l’appendice di un più vasto piano di rivendicazioni e non potendo, per di più, trovare sbocchi finali in istituzioni sanzionate dal costume e dalla tradizione, come le Accademie o i collegi militari». Giustamente, l’autrice utilizza la categoria dell’estraneità, oltre al pacifismo, per spiegare il rapporto donne e guerra, dovuta dalla non frequentazione, almeno fino a tutto l’Ottocento delle sedi diplomatiche e politiche, (è bene ricordare, tra l’altro, come fa l’autrice, che la carriera diplomatica è stata una delle ultime ad essere consentite, come quella di giudice. Così, fino all’Ottocento, la nascita di corpi femminili combattenti non è la risultante di un processo di emancipazione, ma un evento che si verifica in connessioni con particolari congiunture storiche e con momenti critici della storia nazionale: crisi rivoluzionarie, invasioni del territorio, sommosse. Se è vero che le donne che combattono nelle lotte risorgimentali non hanno più bisogno di travestirsi da uomini, come era più frequente nel XVII e XVIII secolo, è pur vero che, socialmente, le funzioni accettate sono limitate a quelle della moglie-madre o della moglie-martire, più in generale a quelle educative, destinate a inculcare alla prole l’amore per la patria.

Le ricerche sulle posizioni femminili assunte di fronte al primo conflitto mondiale restituiscono le tante zone d’ombra, già citate, che smentiscono l’innato pacifismo delle donne, in quanto datrici di vita, e ci ricordano che la storia delle donne, del loro pensiero, di ciò che hanno fatto, non si può appagare di una narrazione piatta e conservativa. Si tratta però, precisa Taricone, di una tesi che, pur restando ferma la proporzione numerica – un ristretto numero di interventiste italiane rispetto a un gran numero di pacifiste – non può esimersi da una verifica contestuale. L’autrice, infatti, introduce, come più aderente alla realtà, l’opposizione pacifismo-bellicismo, anziché-interventismo, poiché quest’ultimo «può considerarsi un concetto articolato ma problematico, da contestualizzare storicamente di volta in volta, tale da comportare uno studio analitico sulla partecipazione e coinvolgimento a eventi bellici da parte delle donne non più semplicemente viste come scomode tessere nella globalizzante teoria dell’innato pacifismo».

È stata la Prima guerra mondiale, inevitabilmente, a squarciare dibattiti e dilaniare esistenze e convincimenti personali, anche perché ognuno ed ognuna, nel campo interventista, ha combattuto la “sua” guerra, con proprie motivazioni. Quella della “guerra giusta”: la prima guerra mondiale è stata una guerra risorgimentale per completare l’unità d’Italia; oppure della causa “paritaria”, ossia la guerra era un’occasione per raggiungere e dimostrare parità di compiti e funzioni rispetto all’uomo; quella di tipo “realistico-politico”, per cui la guerra fa parte della vita degli stati e della relazione fra essi; quella “opportunistica”, per cui, dato l’inevitabile coinvolgimento femminile, era più redditizio assumere un ruolo ben definito per poter poi chiedere attraverso i meriti, una cittadinanza completa. Infine, la quinta motivazione: quella di tipo esclusivamente “sentimentale-patriottico”, per cui l’amore di patria trovava il suo posto nella scala dei valori civili e pubblici e apparteneva alla moralità dei popoli.

L’esperienza della Seconda guerra mondiale, invece, prima della scelta partigiana, e, successivamente, il diritto di voto hanno reindirizzato dibattiti e coscienze verso l’impegno per la pace. L’Unione Donne in Italia (UDI) e il Centro Italiano Femminile e (CIF), i due “colossi” appartenenti, rispettivamente, all’area social-comunista e a quella cattolica-democristiana, si schierarono per la pace, il disarmo e contro l’uso del nucleare negli anni della guerra fredda. In questi ani difficili, operava anche Maria Bajocco Remiddi, fondatrice dell’Associazione internazionale madri unite per la pace: nella sua figura, scrive l’autrice, risulta quella che è possibile definire una pedagogia della pace.

Accese discussioni ha suscitato, alla fine degli anni Ottanta del Novecento, la proposta, contenuta nel disegno di legge dell’allora ministro della Difesa, il socialista Lelio Lagorio, che superava l’esclusione delle donne dalle carriere militari prevedendo l’istituzione del servizio militare femminile su base volontaria. Lucida è stata la posizione di Rossana Rossanda riportata nel volume, la quale aveva affermato che sarebbe stato meglio riformare l’esercito in uno strumento democratico: solo in questa concezione di popolo armato ci sarebbe posto per le donne, come del resto era avvenuto durante la Resistenza.

Infine, in Appendice sono riportati i nomi delle vincitrici del Premio Nobel per la pace. La prima è stata Bertha von Suttner, nel 1905, già autrice, nel 1889, di Giù le armi, un best seller dell’epoca. Ex segretaria governante di Alfred Nobel, politicamente è vicina al socialismo, la sua militanza è esclusivamente ideologico-pacifista, ma transpartitica. La ricerca teorica di principi è pressoché assente. Il suo Giù le armi ha ricevuto scarsa attenzione in Italia, se si considera che è stata la prima donna a ricevere il Nobel per la pace, capostipite di 11 donne.

Info: Fiorenza Taricone, Donne e uomini pace e guerra, Roma, Aracne, 2026, pp. 220.