Intervista a Vanna Ugolini, autrice di un volume che racconta la storia di Tania Bogus, schiava-bambina, uccisa a 18 anni a martellate dal suo sfruttatore e da un complice, in una notte d’estate nel cuore dell’Umbria, nel luglio del 2000 perchè non voleva prostituirsi{{Perché ha scelto di partire nel suo libro-inchiesta da un
omicidio avvenuto nel 2000 e ormai risolto?}}

Perché la morte di Tania è lo specchio della vita delle altre. E,
proprio perché l’omicidio di questa ragazza era risolto dal punto di
vista giudiziario, era possibile spostare l’attenzione sul resto, su
quello di cui le cronache non avevano parlato: e cioè sul
significato simbolico del tragitto tragico della vita di questa
ragazza e della sua morte.

{{Tania, dunque, come simbolo. Di cosa?}}

Di una parte di umanità senza diritti né scelta né giustizia che
convive ogni giorno con noi, che abita nella porta accanto alla
nostra e che troppo spesso non vediamo o non vogliamo vedere.
La storia di Tania spazza via tanti luoghi comuni e ci mette di
fronte a una realtà durissima: la riduzione in schiavitù di un
numero enorme di donne della parte povera dell’Europa e
dell’Africa. Con questo non voglio dare giudizi morali sulla
prostituzione, non voglio dire che tutte le donne che vendono il
proprio corpo sono schiave. Ma il problema che ho affrontato in
questo libro è un altro.

{{ E cioè?}}

{Tania e le altre} non volevano prostituirsi, volevano lavorare.
Non volevano essere violentate, picchiate, non volevano avere un
bambino né essere costrette ad abortire. Volevano una vita
diversa, migliore. Volevano avere la possibilità di fare una scelta. Il
destino di Tania ci insegna che i grandi cambiamenti storici non
passano poi tanto distante da noi. A volte ci sfiorano, altre volte
deflagrano nella nostra vita obbligandoci a cambiarla o a subirli.

{{ E la società non vede, non sente, non vuole vedere e sentire?}}

Tania ha urlato il suo dolore, in tanti l’hanno sentita ma nessuno
ha mosso un dito. Tania aveva 17 anni quando è finita nelle mani
di un aguzzino sadico e violento, aveva paura. Nessuno l’ha
consolata, rassicurata, tantomeno difesa. Ha chiesto aiuto, ha
ricevuto in cambio i soldi di chi ha comprato il suo corpo. Tania ci
è passata vicino, l’abbiamo guardata senza vederla. E’ vissuta
insieme noi, forse l’abbiamo sfiorata in un negozio, senza mai
renderci conto della sua disperazione né della sua condizione.
Questo sta succedendo oggi, con Tania e le altre: non siamo in
grado di distinguere, non ci rendiamo conto fino in fondo, o non
vogliamo farlo, di quello che sta succedendo.

{{Nel suo libro c’è anche la richiesta di una qualche giustizia
per questa giovane donna.}}

Tania non ha avuto alcuna giustizia da viva e nemmeno da
morta. La sta ancora aspettando. Il suo corpo è rimasto nove mesi
in una cella frigorifera dell’obitorio prima che potesse essere
sepolta nella sua terra. Il suo assassino è ancora libero, nessuno
ha fatto appelli per lei, nessuno ha chiesto che le ricerche fossero
intensificate. Lui è un uomo libero e non c’è motivo di credere che
abbia cambiato il suo mestiere. Probabilmente continuerà a fare lo
schiavista, a violentare e privare di tutti i diritti altre ragazze da
qualche altra parte del mondo.

{{ Quindi non ci sono speranze per le tante “Tania” che arrivano
in Italia?}}

La speranza viene sempre da Tania. La sua morte ha, in qualche
modo, accelerato una inchiesta importante che ha portato a
centinaia di arresti e alla liberazione di una trentina di ragazze che
erano costrette a prostituirsi nei locali o per la strada. Il processo,
però, dal 2001 non è ancora stato celebrato. E si è scoperto
recentemente che alcune persone che erano state arrestate
all’epoca, nella prima inchiesta, avevano ricominciato a ridurre in
schiavitù ragazze e a farle prostituire. La speranza viene da tutte
quelle persone che affrontano questi problemi per lavoro, ma che
in questo lavoro mettono molto più che un semplice impegno
professionale.

{{Nella seconda parte del libro lei parla di Perugia, una città di
provincia in cui il racket della prostituzione ha avuto una
presenza forte, ma anche una città che è stata in grado di
dare delle risposte forti}}.

Negli ultimi dieci anni Perugia è stata al centro di grandi
cambiamenti. Alcuni inevitabili, altri intrinseci, legati alle modalità
di sviluppo economico e urbanistico e anche alle scelte politiche e
sociali che sono state fatte. Intanto, sfaterei il luogo comune
“provincia felice”. Il crimine, oggi, non conosce legami territoriali, è
spesso, stando alle statistiche, un crimine che parla straniero e
che, anzi, nelle province come Perugia storicamente a basso
tasso di criminalità, ha trovato un accesso facilitato, senza
“barriere all’ingresso”: non si è dovuto scontrare o entrare a patti
con nessun’ altra forza criminale. Detto questo ogni provincia in
qualche modo interessata dal fenomeno criminale, ha dato le sue
risposte, ha tirato fuori i suoi “anticorpi.”

{{Perugia quali anticorpi ha tirato fuori?}}

Perugia è sicuramente da questo punto di vista una città dei
“record”. E’ stato a Perugia che si è conclusa la prima indagine in
Italia con l’accusa di associazione a delinquere per sfruttamento
della prostituzione. Il Comune di Perugia è stato il primo a
costituirsi parte civile contro gli sfruttatori, a sostenere le ragazze
nel percorso giudiziario di denuncia. Il progetto Free Woman
funziona molto bene e tante indagini sono andate a segno,
compresa, appunto, quella in cui è rimasta vittima Tania. Ma,
come si dice, contro il racket non bisogna mai abbassare la
guardia

{{E, adesso, la guardia si è abbassata?}}

Ci sono state e ci sono ancora indagini in corso molto importanti
e la risposta delle forze dell’ordine è stata spesso efficace. Ma, va
detto, che il racket ha sempre cercato di adeguarsi per non avere
problemi e non perdere guadagni. La gente protestava perché
c’erano troppe prostitute per strada? Man mano, molte ragazze
sono state fatte prostituire in casa. E mentre da decenni in
parlamento si discute se e come modificare la legge Merlin, sul sì
o il no alle case chiuse, in realtà se non proprio i quartieri a luci
rosse modello Amsterdam, a Perugia (e probabilmente anche da
altre parti), ci sono già i palazzi a luci rosse, abitati, ormai, quasi
interamente, da ragazze che si prostituiscono o sono costrette a
prostituirsi. Questo ha in parte calmato gli animi di molte persone
che vedono lo sfruttamento della prostituzione soprattutto come
un problema di decoro. E, forse, sta anche facendo guadagnare
qualcuno.

{{Guadagnare chi? E come?}}

Le indagini hanno via via dimostrato che nelle bande di sfruttatori
arrestati c’erano spesso anche degli italiani che non avevano un
ruolo diretto nella gestione delle ragazze ma che fornivano una
copertura al racket: facevano i prestanomi, gli autisti, fornivano
alloggi e così via. Una sorta di “tuttofare” del racket. Bisogna
chiedersi non solo quanto lo sfruttamento della prostituzione toglie
ad una città in termini di sicurezza e di dignità, di decoro ma
anche quanto dà. Più l’intreccio tra economia reale e sommersa è
forte, o, comunque, più si allarga e diventa confuso il confine tra
lecito e illecito, più lo sfruttamento della prostituzione – che
spesso, troppo spesso, lo ripeto, è riduzione in schiavitù – viene
tollerato.

{{Collusioni, patti d’affari?}}

Non intendo dire che ci sia una collusione, un patto d’affari di una
parte della città con la malavita. Però queste zone indefinite
esistono. Credo, stando anche agli elementi che ho raccolto
durante il mio percorso professionale e le ricerche svolte per il
libro, che questo sia un fenomeno complesso, in cui giocano tante
variabili. E una delle tante chiavi di interpretazione del fenomeno
sta anche nello sviluppo urbanistico della città, che ha
completamente snaturato la struttura di alcuni quartieri periferici,
altri ne ha fatto lievitare: una certa periferia di Perugia non è
diversa da quella delle grandi città, con tutti i problemi che, poi
questo sta creando. Questo significa anche, ad esempio, che c’è
una grande disponibilità di appartamenti anonimi che possono
essere affittati, per la stragrande maggioranza dei casi in nero,
permettendo così, al racket di sistemare al meglio le ragazze.

{{ Allora, cosa bisognerebbe fare?}}

Intanto, arrestare Victor Lala. Per Tania e per le altre. In secondo
luogo vanno fatti interventi sia repressivi sia preventivi di lungo
respiro. Il problema della riduzione in schiavitù di queste ragazze
non è un’emergenza, è un dato di fatto, una realtà, un
cambiamento storico in atto. Va affrontato, quindi, con strategie
durature e su più fronti. Per questo, oltre a tutto quello che si sta
facendo, sarebbe interessante, secondo me, far partire
un’indagine seria e mettere sotto sequestro gli appartamenti
affittati in nero a chi li usa per commettere reati, dallo spaccio allo
sfruttamento della prostituzione, appunto.

{{Potrebbe essere un deterrente, ritiene?}}

Almeno fino a quando il racket non disporrà di immobili di
proprietà. Fino ad allora, lo ritengo un deterrente importante
perché un cittadino che si vede sequestrare un bene per mesi e,
quindi, tagliare una fonte consistente di reddito, starebbe ben
attento prima di darlo in locazione. Infine è comunque importante
alzare, in ogni settore il livello di legalità, perché anche le
istituzioni, la città possano fare “barriera” contro l’insediamento del
racket e che ci sia una continuità e comunanza d’intenti fra le
istituzioni, le forze di polizia, il cittadino. Un cittadino che vuole
denunciare situazioni poco chiare o vuole capire o protestare deve
poter avere un riferimento riconoscibile, istituzionale. Altrimenti i
risultati sono le petizioni, le chiusure, gli scontri, le retate, tutti
interventi che non hanno effetti nel tempo. Il problema della
riduzione in schiavitù e dello sfruttamento delle donne, lo ripeto, ci
riguarda, va affrontato seriamente, con progetti a lungo termine,
anche a costo di essere impopolari.

– Vanna Ugolini, “{Tania e le altre. Storia di una giovane schiava bambina}”
_ Editore Nuovi Equilibri (collana Eretica), 2007
_ Prezzo € 10,00