Lo scorso 26 marzo, in via Annella di Massimo a Napoli, nel quartiere Vomero, si è svolta la cerimonia di scoprimento di una nuova targa stradale nella quale veniva aggiunto al nome della pittrice allieva di Massimo Stanzione (da cui, appunto, il soprannome Annella di Massimo), il suo vero nome, Diana De Rosa, per restituire verità storica a una delle figure più rilevanti del panorama artistico barocco, per troppo tempo ricordata più per le leggende legate alla sua vita privata che per lo straordinario valore delle sue opere.
Nel corso della cerimonia Laura Lieto, vicesindaco e assessora all’Urbanistica del Comune di Napoli, ha ricordato che «la toponomastica non è solo un esercizio di catalogazione stradale, ma un atto politico e culturale di memoria collettiva. Sostituire o integrare queste targhe significa riscrivere la geografia umana di Napoli. Con Diana De Rosa, restituiamo alla città non solo un nome, ma l’identità di una professionista dell’arte che ha saputo imporsi in un secolo complesso. È un passo avanti nel progetto di rendere le nostre strade uno specchio fedele della grandezza storica di Napoli.”
Lorenzo Capobianco, presidente dell’Ordine degli architetti di Napoli, promotore dell’iniziativa, ha ricordato che «la qualità dello spazio urbano si misura anche nella qualità della memoria che la città sceglie di rendere visibile. Restituire il giusto nome ai luoghi significa anche colmare vuoti, correggere omissioni e riconoscere contributi troppo a lungo rimasti ai margini. In questo senso, la figura di Diana De Rosa assume un valore che va oltre la dimensione artistica: è il segno di una presenza femminile che la storia ha faticato a riconoscere. Onorarla oggi significa compiere una scelta consapevole, che riguarda la nostra idea di città, il modo in cui raccontiamo il passato e la responsabilità che abbiamo verso il futuro del nostro paesaggio culturale.»
L’esempio di Diana De Rosa/Annella di Massimo è solo uno dei tanti che ci ricorda che percorrere una città significa attraversare una narrazione che attraversa secoli di vita urbana, sociale, culturale e politica. I nomi delle strade, le facciate degli edifici pubblici, i monumenti, le piazze: tutto parla, tutto trasmette un determinato ordine e una determinata autorità sociale. Le donne sono spesso rimaste ai margini di questa narrazione, lo aveva scritto con chiarezza Leslie Kern in La città femminista, pubblicato in Italia nel 2024, ricostruendo come lo spazio urbano sia stato progettato, regolato e raccontato a partire da un punto di vista maschile, e come le donne abbiano dovuto conquistarsi, spesso con fatica e conflitto, il diritto a starci pienamente, di giorno e di notte, senza doversi giustificare.
A interrogarsi su questo vuoto – e a cercare strumenti concreti per colmarlo – è la Gender Public History, un campo di ricerca e pratica che prova a innestare la prospettiva di genere nel cuore del racconto storico rivolto al grande pubblico. Non si tratta semplicemente di aggiungere qualche figura femminile alle narrazioni esistenti, né di riequilibrare i numeri nelle intitolazioni stradali o nelle sale dei musei. Si tratta, piuttosto, di rimettere in discussione l’intera grammatica con cui le società costruiscono e trasmettono la propria memoria: chi viene ricordato, chi viene dimenticato, chi ha il diritto di occupare lo spazio pubblico, fisico e simbolico, della storia condivisa.
Di questo si occupa Altri sguardi, altri spazi. Percorsi di Gender Public History, il bel volume curato da Lucia Miodini e Aurora Savelli che raccoglie esperienze, riflessioni e progetti nati all’interno e attorno all’Associazione Italiana di Public History.
Un libro che intreccia ricerca d’archivio e percorsi urbani, narrazione biografica e allestimenti espositivi, toponomastica e piattaforme digitali, musei e cimiteri monumentali.
Esperienze diverse per forma e contesto – da Napoli a Parma, da Narni a Lecce, dalla Sardegna a Perugia – accomunate dalla convinzione: che restituire visibilità alla storia delle donne nello spazio pubblico non sia solo un esercizio di completezza storiografica ma un atto culturale e politico capace di incidere sugli stereotipi e sui modelli del presente.
Ne parliamo con una delle curatrici, Aurora Savelli, professoressa associata di Storia Moderna all’Università Orientale di Napoli, a partire da quel luogo – la città – che il volume individua come terreno privilegiato, e insieme più contraddittorio, di questo stimolante percorso di ricerca.
Nel saggio si afferma che i Gender Studies sono rimasti ai margini dell’innovazione metodologica della Public History. Come si spiega questa resistenza, e cosa può fare concretamente una prospettiva di genere per sbloccarla?
E’ una lontananza che affonda nelle origini della Public History. La disciplina nasce negli Stati Uniti e da lì si diffonde in altri paesi del mondo. Negli USA l’associazione di riferimento è National Council on Public History.
La sua rivista, “The Public Historian”, nel 1978 annunciava la nascita di un nuovo campo di studi (appunto la Public History) il cui sviluppo era basato sul riconoscimento che le competenze e i metodi storici sono necessari al di fuori dell’accademia. Edith Mayo, curatrice emerita di Smithsonian’s National Museum of American History, nel 1983 scriveva su “The Public Historian” che la storia delle donne suscitava un interesse crescente nel mondo accademico, mentre era ancora largamente trascurata dai public historian.
Si tratta di tradizioni diverse, anche se molto hanno in comune: una postura militante, di critica sociale e politica, un intreccio forte tra attività di ricerca e attività civile e politica, la domanda di allargamento dei diritti.
Doreen Massey, Griselda Pollock, Janet Wolff: il vostro approccio attinge a un femminismo che intreccia spazio, rappresentazione e potere. Quanto di questo impianto teorico riesce davvero a passare nel lavoro pubblico, rivolto a chi non è specialista?
Il femminismo, o meglio: i femminismi, sono vitali. In molti campi diversi, dalla filosofia alla letteratura, dall’archeologia pubblica all’archivistica, alla teologia. E sono ancora uno strumento potentissimo di lettura della realtà, di riflessione e anche di azione. Tu citi una geografa recentemente scomparsa (Massey), e due storiche dell’arte e sociologhe (Pollock e Wolff). Il loro contributo è stato importantissimo per comprendere la complessità e la stratificazione dei luoghi, intrisi di gerarchie e di poteri, escludenti. Per me è stata particolarmente importante la lettura di Leslie Kern, una geografa canadese femminista. Apro il mio saggio su Siena prendendo a prestito le sue parole: “abbiamo tutti la capacità di creare nuovi mondi urbani – mondi urbani femministi – anche se quei mondi durano solo un momento, o esistono solo in una piccola area della città”. Non è un caso se Carla Lonzi è stata di recente ripubblicata. Abbiamo bisogno di femminismo/femminismi e di accettare la sfida di portare le sue parole d’ordine al pubblico. Il libro che stiamo discutendo contiene tanti percorsi possibili di approfondimento teorico e tanti esempi di attivismo culturale.
Avete scelto di mettere al centro la città come luogo privilegiato della Gender Public History. Perché proprio la città, e come questo può tradursi in politiche pubbliche?
La città è un ambiente che può rivelarsi ostile, un luogo che spesso genera insicurezza e paura nelle donne. Mai sembra appartenere del tutto alle donne anche perché la loro presenza non si coglie nello spazio urbano. Dove sono i loro nomi? Parlo di monumenti, di intitolazioni di strade, di intitolazioni di biblioteche o altre istituzioni culturali e educative (le scuole). Le assenze, o i numeri davvero molto piccoli di queste presenze, non sono certamente casuali. E rischiano di rafforzare l’idea di una debolezza di agency o addirittura di assenza delle donne nella storia, o di un loro ruolo completamente passivo e vittimario. La Gender Public History vuole essere anche uno strumento di riappropriazione dello spazio urbano attraverso modalità varie che questo libro descrive. Tu mi chiedi cosa possono fare le politiche pubbliche. Partiamo dalle commissioni di toponomastica. In questo libro Barbara Belotti indica buone pratiche da seguire. Nel 2021 l’amministrazione comunale di Torino ha stilato il nuovo Regolamento toponomastico fissando due punti chiave: l’inserimento in Commissione di referenti della Società Italiana delle Letterate, della Società Italiana delle Storiche e del CIRSDE (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere), oltre alla rappresentante di Toponomastica femminile. Alcuni Comuni toscani hanno proceduto con referendum e coinvolgimento delle scuole. Nella Public History, è bene precisarlo, è centrale l’idea di un coinvolgimento attivo del pubblico. C’è chi la intende ancora come capacità di comunicare bene. E’ molto di più e le Conferenze Nazionali di Public History – la prossima a Udine, tra 8 e 12 giugno – sono lì a renderlo evidente.
Tra i progetti descritti nel volume — percorsi urbani, mostre, docufiction, Wikipedia, cimiteri monumentali — quale forma narrativa ti sembra oggi più efficace per raggiungere un pubblico ampio e non specializzato?
Ognuna di queste forme è valida, se ha alle spalle un serio lavoro di studio e di ricerca seguito da una riflessione sulle modalità migliori di comunicazione per raggiungere il pubblico. Alla mostra sulle donne della mia Contrada a Siena ho dedicato due anni di lavoro: analisi dei documenti, raccolta di testimonianze orali, riunioni di lavoro, raccolta di fotografie e restituzione paziente di nomi e di storie dimenticate, coinvolgimento attivo di tante persone della Contrada. Altri casi descritti nel libro – Perugia, Parma, Lecce, Napoli, Milano – hanno alle spalle il lavoro di tante colleghe storiche. A Narni è stato fondamentale il lavoro di Laura Schettini e di Carla Arconte, che hanno saputo formare al metodo storico e creare un gruppo virtuoso, che si esprime con pubblicazioni, esperienze teatrali, produzione di docufiction. Non importa solo raggiungere il pubblico, importa la qualità delle proposte, la capacità di innescare sguardi altri sui luoghi del vissuto quotidiano.
La vicenda di Diana De Rosa citata sopra, insieme a molti casi raccontati nel volume, indicano la centralità della toponomastica femminile e del fatto che intitolare una via o una piazza «non è un atto neutrale». Eppure spesso queste iniziative rischiano di restare simboliche. Quando e come possono diventare, invece, vero cambiamento culturale?
Come misuriamo se qualcosa rischia di essere simbolico o di restare tale? Dobbiamo rassegnarci al fatto di dover mettere in campo azioni e pratiche di cui non è sempre possibile cogliere e misurare gli effetti. Prendiamo il caso di Perugia, trattato nel libro da Francesca Guiducci. A Perugia è stata fatta una mostra urbana, sul modello di un esempio londinese, dedicata a donne che tra Tre e Novecento erano state protagoniste della storia della città e del territorio. Ogni tappa apriva a risorse digitali e virtuali. L’iniziativa è stata accompagnata da lezioni generali, creazione di un sito e altro. Forse la risposta a quanto mi chiedi sta proprio in questo. Fare in modo che una iniziativa non resti un evento isolato, ma costruire intorno a questa altri tasselli, altre proposte culturali, e farlo con continuità nel tempo. Anche l’attività del Centro Studi Movimenti di Parma, di cui scrive nel libro Ilaria La Fata, si snoda attraverso iniziative molteplici. Riprendo comunque una parte del testo, che insieme a Lucia Miodini, ho scritto nel risvolto di copertina: “Non basta certamente cambiare i nomi delle strade, frutto di processi decisionali legati alla costruzione della memoria storica collettiva, o realizzare statue di personagge, o elaborare una guida della città o un percorso al femminile in un museo per ritrovarsi a vivere in una società più equa ma allo stesso tempo una società che aspiri a essere una società delle differenze non può che interrogarsi su quali stereotipi e immaginari collettivi si perpetuano nei luoghi del nostro vissuto quotidiano”. Questo mi sembra il punto: se non si educa a leggere lo spazio, se non si fa un paziente esercizio di consapevolezza, quello spazio è destinato a rimanere intriso di patriarcato.
Gli archivi femminili – fotografici, scritti, associativi – sono al centro di molti contributi del volume. Anche la nostra testata, nell’ambito dell’associazione culturale “il Paese delle Donne”, nata nel 1986, è stata partecipe, dagli esordi, dell’iter costitutivo della Casa internazionale delle donne di Roma (1987) e della rete Archivia – archivi biblioteche e centri di documentazione delle donne, è quindi un tema che sentiamo molto e fa parte della nostra storia: qual è secondo te il rischio maggiore che si corre di più oggi, in termini di dispersione o occultamento di questo enorme patrimonio?
Agli archivi dedica pagine molto belle nel libro Lucia Miodini, attraverso il caso di una fotografa femminista, Letizia Artoni. E’ un tema che mi sta particolarmente a cuore, anche in qualità di presidente dell’Associazione Archivio per la memoria e la scrittura delle donne Alessandra Contini Bonacossi. L’ Associazione è nata nel 1998, e opera in sinergia con l’Archivio di Stato di Firenze. La valorizzazione di scritture e di archivi di donne è al cuore della nostra azione culturale; perché per troppo tempo gli inventari d’archivio, o le donne stesse, hanno occultato la loro produzione, il loro contributo. In “Vite, carte, memorie. Archivi di donne in Toscana vol. I” (pubblicato dall’editore Effigi nel 2024, nell’ambito di “Ellisse”, collana dell’Associazione) mostriamo casi di intellettuali – da quelle più note, come Oriana Fallaci e Rossana Rossanda, a quelle meno conosciute – perfettamente consapevoli del valore delle loro carte, tanto da definire con chiarezza quale avrebbe dovuto essere il destino del loro archivio dopo la morte. Le iniziative proposte da Archivia – Archivi, Biblioteche, Centri di documentazione delle donne – danno un contributo importante per evitare quello di cui mi chiedi: dispersione e/o occultamento. Ancora di più per tenere fermo un valore, che è quello di fare rete (tra loro, con le università e gli enti di ricerca, con le istituzioni) per una riflessione comune sui linguaggi documentari e per una azione culturale sempre più aperta – per tornare ad un tema centrale per la Public History – ad un coinvolgimento attivo dei pubblici.