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Web, Social e Uomini che odiano le donne

Abbiamo cominciato a capire il vero abisso dell’odio maschile nei confronti delle donne, quando nel 2024 emerge la storia di Gisèle Pelicot, la donna francese drogata per anni dal marito e violentata, in stato di incoscienza, da lui e da decine di altri sconosciuti ai quali il marito consentiva di farlo.

In questi giorni di fine estate 2025 la comunità degli uomini che odiano le donne torna a scuotere le nostre coscienze con i casi della pagina Facebook Mia moglie e del sito Phica, due giungle digitali recentemente scoperte e denunciate e altrettanto recentemente oscurate da quei gestori anonimi che dopo averle ideate e gestite per anni, hanno pure avuto l’ardire di negare ogni responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. Oltre al danno pure le beffe!

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Secondo le prime indagini, oltre 32 mila uomini avevano aderito al gruppo Facebook Mia moglie, dove venivano condivise e commentare volgarmente immagini private delle proprie partner e di altre donne.

Il sito Phica, invece, con oltre 700 mila utenti, era attivo da vent’anni e più strutturato: si divideva in sezioni, aveva pagine dedicate con nome e cognome, divisioni per territori e sezioni espressamente intitolate alle giornaliste e a molte donne della scena politica, quasi a voler recuperare potere sulle donne di potere, agendo nei loro confronti una forma di sottomissione che passa dallo svilimento e dal vilipendio della loro immagine.

In realtà tutte le pagine e i siti che consentono di postare contenuti, hanno degli obblighi di controllo e moderazione. Non basterà pertanto che i gestori dei forum si nascondano dietro anonimato e pallide giustificazioni.

Nel nostro ordinamento, l’articolo 595 del Codice penale (diffamazione) prevede che chi insulta o denigra una persona online ledendone l’onore o la reputazione possa essere accusato di diffamazione, con pene o multe, a condizione però che chi denuncia presenti delle prove, come ad esempio degli screenshot dei post incriminati.

Le donne fatte oggetto di questi reati -donne che hanno visto proprie foto e immagini di ogni genere rubate e usate su web e social in maniera oscena- oggi stanno denunciando, ma per onore di cronaca va detto che nel caso di Tiziana Cantone, la donna di 31 anni di Napoli che nel 2016 si toglie la vita dopo per aver scoperto la diffusione di alcuni suoi video intimi realizzati da un suo ex e poi finiti in rete -ovviamente all’insaputa di lei- il tribunale alla fine non accorderà il diritto all’oblio.

Nei casi più gravi si configurano istigazione a delinquere o al suicidio ma «Nel caso di specie -scrive all’epoca il magistrato del caso Tiziana Cantone- non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività».

Mentre siamo ancora qui a interrogarci su quale “interesse della collettività” possa mai costituire un reato di revenge porn e perché questo voyeurismo sia stato fatto prevalere sulla tutela della sfera privata della persona offesa, nella sentenza si leggono diversi altri tecnicismi che richiederebbero un’urgente revisione dei presupposti di valutazione. Acconsentire a girare un video in un momento di fiducia e di intimità non significa fornire automaticamente anche il proprio placet alla sua diffusione online!

«Presupposto fondamentale perché l’interessato possa opporsi al trattamento dei dati personali adducendo il diritto all’oblio -si legge nelle motivazioni- è che tali dati siano relativi a vicende risalenti nel tempo (e dalle quali l’interessato ha cercato di allontanarsi intraprendendo nuovi percorsi di vita personale e sociale) che però, per mezzo della rappresentazione istantanea e cumulativa derivante dai risultati delle ricerche operate mediante i motori di ricerca, rischiano di riverberare comunque per un tempo indeterminato i propri effetti sull’interessato come se fossero sempre attuali; e ciò tanto più considerando che l’accesso alla rete Internet e il successivo utilizzo degli esiti delle ricerche effettuate attraverso gli appositi motori può avvenire per gli scopi più diversi e non sempre per finalità di ricerca storica in senso proprio».

Sono passati quasi dieci anni da questi fatti, ma le parole di questa sentenza paradossale ci dicono della miopia delle leggi attuali e soprattutto delle lentezze dei processi giudiziari rispetto invece alla velocità del fango che circola in rete.

Solo il biasimo e la rivolta sui social, come sta avvenendo in queste ore, sembrano riuscire a produrre effetti nell’immediato e il caso del Pandoro di Chiara Ferragni, in un certo senso ha fatto scuola.

Le motivazioni sociali e psicologiche alla base del fenomeno e del reato per cui uomini pubblicano online foto di donne senza il loro consenso, accompagnandole da commenti volgari, violenti e sessisti, sono semplici ma strutturali ed è per questo che denunciare è fondamentale.

Studi di criminologia e sociologia ci raccontano di narcisismo ed esibizionismo individuale, dinamiche di branco e mascolinità tossica competitiva, vendetta e controllo, ovvero revenge porn.

Qualcuno fa entrare in campo anche la mancanza di consapevolezza del reato, ma crediamo sia invece il forte senso di impunità, ad animare questi comportamenti.

Così negli anni su social e web si sono generate paludi di voyeurismo, circoli di vittimismo e lamentazione collettiva maschile, bolle di cultura dell’odio e di patriarcato tossico che trovano nello svilimento del corpo femminile il manifesto di un presunto rinnovato potere maschile.

Con il corpo femminile visto come proprietà o come oggetto da controllare e sfruttare, non è un caso che il fenomeno del femminicidio non si riesca ad arginare.

E il proliferare di tutti questi forum e siti, inclusi quelli Incel fornisce una ulteriore chiave di lettura di tutti i reati che si compiono contro le donne in quanto tali.

Non dimentichiamoci infine degli arretramenti culturali causati dall’avanzare dell’idea della donna che propongono la destra europea* e la cultura MAGA, visioni di approccio ultraconservatore, che di fatto vorrebbero tornare confinare le donne nei ruoli del secolo scorso, ricacciandole in casa, in cucina e a far figli, gettando pure la chiave!

Purtroppo, la strada che abbiamo davanti, per ora sembra una ripida ferrata di montagna per soli esperti alpinisti.

Buonsenso vorrebbe che si cominciassero a limitare questo tipo di pagine e siti. Buonsenso vorrebbe anche che si iniziassero ad affrontare i meccanismi psicologici alla base della rabbia e della tossicità nelle relazioni. E ovviamente, che si offrissero vero ascolto e supporto alle vittime.

Sarebbe importante poi che le istituzioni, il garante della privacy, gestori di server e piattaforme costruissero un intervento coerente e finalmente normato (quindi obbligatorio) senza lacune o scappatoie.

La combinazione di questi passaggi potrebbe ridurre la cultura tossica online, orientando comunità digitali un po’ più sane, anche se, come ci dicono gli studi sulla parità di genere, servirà ancora più di un secolo prima che queste problematiche possano essere superate.

Nell’attesa, non è più possibile far passare tutta questa violenza per intrattenimento o goliardia. I reati, la violenza di genere, la violenza digitale e la cultura sessista, sono logiche alla quale dobbiamo reagire insieme.

 

* La visione della destra europea, oggi, tende a riproporre la donna e l’espressione dell’identità femminile all’interno di un modello tradizionale nella società e in famiglia, riassunto nel ruolo di moglie e persona votata al nucleo familiare, con un’enfasi particolare sul ruolo “naturale” della maternità.