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“Vogliamo anche le rose”: il femminismo come memoria viva

Non sempre una rivoluzione entra nella Storia attraverso i grandi eventi. A volte passa per una pagina di diario, per una voce che torna, per un’immagine d’archivio che riemerge dal passato e chiede di essere ascoltata di nuovo. Vogliamo anche le rose, documentario di Alina Marazzi, ripercorre alcune tappe fondamentali della rivoluzione femminista e del femminile tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, facendosi portavoce di storie di donne che affrontano la conquista del proprio posto nel mondo.

Tre donne, tre esperienze: una condizione di frigidità e paura dell’universo maschile; l’evento di un aborto clandestino; l’esperienza di libertà sessuale. Tre diari recuperati che seguono le tracce di una nuova rivalutazione del sé femminile. Il film non si limita a raccontare una stagione politica: la ricostruisce dall’interno, partendo dalle parole, dai corpi, dalle inquietudini e dalle contraddizioni di chi quella trasformazione l’ha vissuta nella propria esperienza quotidiana.

L’impianto del film tende a giustapporre la scrittura intima per affermare la pluralità dei punti di vista. In questo senso, Vogliamo anche le rose invoca già nel titolo un “noi” desiderante. Non un “noi” astratto, ideologico, pacificato, ma un “noi” composto da soggettività diverse, talvolta contraddittorie, attraversate da paure, desideri, rifiuti, scoperte e nuove forme di consapevolezza. Una storia personale può farsi sintesi di una storia comune, ma senza perdere la propria specificità.

Il punto di partenza è l’esperienza del privato storicamente inserito in un contesto sociale. Il film-collage viene costruito attraverso immagini di repertorio, materiali d’archivio e film di famiglia in Super8, ma la sua ossatura ricade soprattutto sull’esperienza diaristica di tre giovani donne. È qui che la pratica documentaristica di Marazzi trova la sua forza: non nel sovrapporre una spiegazione dall’esterno, ma nel lasciare che le voci intime diventino materia storica, politica e collettiva.

In occasione della sua riflessione sul cinema, Alina Marazzi collega la propria formazione estetica alle espressioni del cinema sperimentale, del cinema documentario e a una distanza formativa dal cinema narrativo. Le forme ibride dei suoi film nascono da una poetica dell’urgenza, da una mancanza, da una necessità di ricostruzione. Il racconto si forma dal reale, dai documenti visivi, filmici, fotografici, testuali, e il processo artistico si condensa nella rielaborazione e nella messa insieme della forma cinematografica.

Questo procedimento è decisivo anche in Vogliamo anche le rose. L’atto del riuso filmico non serve semplicemente a illustrare un periodo storico, ma a riconfigurare le immagini, a trasformarle in strumenti di interrogazione del presente. Il found footage ((letteralmente “filmato rinvenuto”) non rispecchia soltanto il reale: dissotterra attitudini trasgressive, ribalta convenzioni, apre una nuvola semantica di immagini ri-viste. In questa prospettiva, il film di Marazzi non ricostruisce il femminismo come monumento celebrativo, ma come campo di tensioni ancora vivo.

Il femminismo che emerge dal documentario non è riducibile a una sequenza di conquiste, anche se quelle conquiste sono fondamentali. Attraverso un excursus temporale che abbraccia il Novecento, si possono riconoscere i grandi nodi centrali intorno ai quali si sono mosse le rivendicazioni femminili: il divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio, la legge sul divorzio, la messa in vendita della pillola anticoncezionale, la riforma del diritto di famiglia, la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, il riconoscimento dello stupro come crimine contro la persona e non contro la morale pubblica. Ma Marazzi sceglie di attraversare questa storia non solo attraverso le leggi, bensì attraverso ciò che avveniva nelle case e nella testa delle donne.

Ed è proprio qui che il film diventa socialmente più affilato. Perché la trasformazione politica, se non passa attraverso i corpi e le vite, resta incompleta. Le tre testimonianze non rappresentano soltanto tre esperienze individuali, ma tre aperture su una condizione più ampia: la paura dell’universo maschile, la scoperta della sessualità, la possibilità del desiderio, il peso del giudizio, il rapporto con il corpo, la ricerca di una nuova identità femminile. Il film mette in scena una forma di Autogynography, una scrittura biografica al femminile che non si limita a raccontare un io isolato, ma colloca quell’io dentro una rete di rapporti sociali, culturali e politici.

Tuttavia, Vogliamo anche le rose non si esaurisce nella denuncia. Il suo gesto più interessante è quello di trasformare la memoria intima in memoria collettiva. I diari diventano dispositivi di riemersione. Le immagini d’archivio smettono di essere semplici testimonianze del passato e si fanno materia viva, instabile, capace di produrre nuove domande. In questo senso, il film non chiede soltanto di ricordare le lotte femministe, ma di tornare a leggere quelle lotte dentro le forme della soggettività. È una parola che non nasce per il tribunale della Storia, ma finisce per smontarne le omissioni. È una parola che arriva da una stanza, da un quaderno, da uno spazio domestico, e proprio per questo diventa capace di mostrare quanto il domestico sia stato uno dei grandi luoghi rimossi della storia sociale. La forza del film risiede anche nella sua struttura frammentaria. Non c’è una sola donna, non c’è una sola forma di emancipazione, non c’è una sola voce capace di contenere tutte le altre. C’è, piuttosto, un coro disomogeneo, irregolare, necessario.

Questo è il punto più contemporaneo del film: mostrare che il femminismo non è mai stato soltanto un insieme di slogan, ma una pratica quotidiana di ridefinizione del sé. Una pratica fatta di linguaggio, corpo, desiderio, vergogna, rivendicazione, paura, autonomia, relazione con l’altro. Il femminismo di Vogliamo anche le rose non è addomesticato, non è celebrativo nel senso più innocuo del termine, ma è una domanda ancora aperta sul modo in cui una donna può abitare se stessa senza doversi giustificare.

Il titolo, allora, diventa una dichiarazione politica: le rose sono il desiderio, la bellezza, la pienezza, il superfluo che superfluo non è. Sono il diritto a non ridurre la vita femminile a funzione, sacrificio, silenzio, decoro o adattamento.

In questo senso, il film di Marazzi continua a parlare anche oltre il suo contesto storico. Perché ogni volta che una donna viene giudicata per il modo in cui vive il proprio corpo, il proprio desiderio, la propria libertà, il proprio ruolo sociale, quella storia non è conclusa. Ogni volta che una soggettività femminile viene ricondotta a norma, a modello, a dovere, a destino, quelle rose restano ancora da pretendere.

Vogliamo anche le rose è dunque un film sulla memoria del femminismo, ma anche sulla sua permanenza. Non chiede soltanto di guardare indietro, ma di riconoscere ciò che di quel passato continua ad abitare il presente. Alina Marazzi non costruisce un documentario “sulle donne” come categoria chiusa. Costruisce un film sulle tracce lasciate dalle donne quando iniziano a raccontarsi fuori dalle forme imposte. Ed è lì, in quelle tracce, che il femminismo smette di essere soltanto memoria e torna a essere gesto: una pratica di parola, di corpo, di desiderio e di libertà. Una richiesta ancora semplice e ancora radicale: non solo diritti, non solo spazio, non solo voce. Anche le rose.

Locandina del film "Vogliamo anche le rose" (2007), regia di Alina Marazzi. Immagine tratta dal materiale stampa della produzione/distribuzione, utilizzata a corredo dell'articolo per finalità di informazione e critica.