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Per un’analisi femminista della sottocultura Incel

Ospitiamo il contributo di Livia Occhigrossi che delinea i tratti principali di una analisi femminista del fenomeno Incel. Il contributo, per la quale la ringraziamo, definisce l’Incel come sottocultura fondata su vittimismo maschile, misoginia e disprezzo per l’autonomia femminile. L’articolo sintetizza un suo saggio intitolato Digital Misogyny and Male Alienation: A Feminist Analysis of the Incel Subculture pubblicato sulla piattaforma “Medium”.

Digital Misogyny and Male Alienation: A Feminist Analysis of the Incel Subculture

di Livia Occhigrossi.

Nel mondo contemporaneo, la Rete non è solo uno spazio di informazione e socialità, ma anche un luogo dove si amplificano le disuguaglianze di genere. Il fenomeno degli “incel” – uomini che si definiscono celibi involontari – rappresenta un esempio emblematico di questa dinamica. Nati su piattaforme come Reddit, 4chan o Incels.co, questi gruppi costruiscono un’identità collettiva fondata su vittimismo maschile, misoginia e disprezzo per l’autonomia femminile. La narrazione dominante è quella di un presunto “mercato sessuale” ingiusto, dove le donne, guidate da logiche ipergamiche, rifiutano gli “uomini comuni” per preferire una ristretta élite maschile (“Chad”), perpetuando così un’ingiustizia percepita.

Come mostrano studi linguistici e sociologici (Jaki et al., 2019; Ging, 2019), il linguaggio usato nei forum incel è ricco di stereotipi, metafore disumanizzanti e incitamenti alla violenza. Ma ciò che rende questo fenomeno particolarmente insidioso è la sua natura profondamente strutturale: gli incel non rigettano il patriarcato, bensì ne rivendicano i privilegi perduti. Come sottolinea bell hooks (2004), il patriarcato danneggia anche gli uomini, imponendo loro modelli irraggiungibili di virilità e successo. Gli incel, incapaci di aderire a questi ideali, anziché criticarli, cercano di riaffermarli con maggiore violenza e risentimento.

Dal punto di vista femminista, e in particolare intersezionale, è possibile leggere questo risentimento come un sintomo delle contraddizioni del patriarcato stesso. Judith Butler (1990) evidenzia come il genere sia una costruzione performativa: il fallimento di una “performance” maschile egemonica genera frustrazione, ma anche possibilità di decostruzione. Silvia Federici (2004), invece, ci ricorda come il dominio patriarcale sia storicamente intrecciato alle trasformazioni economiche e simboliche del capitalismo, che ha marginalizzato il lavoro di cura e l’autonomia femminile. In questo senso, il disprezzo incel per le donne indipendenti riflette un’ansia di perdita di potere maschile – sia simbolico che materiale.

Il cyberspazio, lungi dall’essere neutro, ha giocato un ruolo cruciale nell’amplificazione di questa ideologia. Algoritmi, anonimato e sistemi di raccomandazione creano “echo chambers” dove l’odio si autoalimenta. Piattaforme come r/Braincels (poi bannata) o server di Discord funzionano come incubatori di radicalizzazione. Secondo uno studio del MIT (Papadamou et al., 2020), gli utenti più attivi in questi spazi mostrano comportamenti sempre più estremi, migrando da un canale all’altro pur di mantenere in vita la propria ideologia tossica.

Eppure, nello stesso spazio digitale si sono sviluppate pratiche opposte. Il cyberfemminismo, nato negli anni ’90 da collettivi come VNS Matrix, ha saputo occupare territori virtuali per costruire narrazioni alternative. Iniziative come Take Back the Tech! o HeartMob offrono strumenti di autodifesa, supporto emotivo e alfabetizzazione digitale. Bailey Poland (2016) mostra come queste reti non siano solo reazioni alla violenza, ma vere e proprie infrastrutture affettive e politiche per una resistenza condivisa.

È qui che si gioca la sfida più profonda: il conflitto tra manosfera e cyberfemminismo è una battaglia per l’immaginario digitale. Non si tratta solo di limitare contenuti violenti, ma di trasformare le logiche comunicative della rete, costruendo spazi di ascolto, solidarietà e riconoscimento. In questo senso, l’intersezionalità – come proposta da Kimberlé Crenshaw (1989) – è fondamentale: ci invita a considerare come le disuguaglianze si intersecano e si moltiplicano. Gli incel non sono solo uomini arrabbiati, ma spesso soggetti socialmente marginalizzati, privi di strumenti emotivi e di narrazioni costruttive.

Il femminismo non deve giustificare la violenza, ma può offrire alternative. Sara Ahmed (2017) scrive che “il femminismo è dove il dolore trova voce”. Riconoscere la sofferenza maschile non significa legittimare l’odio, ma reindirizzarlo verso forme di relazione, cura e responsabilità. Come propone bell hooks, una “cultura dell’amore” – capace di includere anche gli uomini – può contrastare la solitudine e il disorientamento affettivo che alimentano l’estremismo online.

In conclusione, superare l’odio digitale richiede un lavoro collettivo: educativo, culturale, politico. Serve ripensare le piattaforme, ma anche le scuole, la narrazione pubblica, i modelli di identità. È una sfida complessa, ma necessaria. Perché come scrive Judith Butler (2004), “riconoscere la vulnerabilità condivisa è il primo passo per un’etica della coesistenza”.

 

Bibliografia

Ahmed, S. (2017). Living a Feminist Life. Duke University Press.

Bates, L. (2020). Men Who Hate Women. Simon & Schuster.

Butler, J. (1990). Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity. Routledge.

Butler, J. (2004). Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence. Verso Books.

Center for Countering Digital Hate. (2022). Digital Hate Report: Incel Communities Online. https://www.counterhate.com

Crenshaw, K. (1989). Demarginalizing the intersection of race and sex: A Black feminist critique of antidiscrimination doctrine, feminist theory and antiracist politics. University of Chicago Legal Forum, 1989(1), 139–167.

Federici, S. (2004). Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation. Autonomedia.

Ging, D. (2019). Alphas, betas, and incels: Theorizing the masculinities of the manosphere. Men and Masculinities, 22(4), 638–657.

hooks, b. (2004). The Will to Change: Men, Masculinity, and Love. Washington Square Press.

Illouz, E. (2020). The End of Love: A Sociology of Negative Relations. Oxford University Press.

Jaki, S., De Smedt, T., Gwön, S., & De Pauw, G. (2019). Online hatred of women in the Incels.me forum: Linguistic analysis and automatic detection. Journal of Language Aggression and Conflict, 7(2), 240–268.

Kimmel, M. (2013). Angry White Men: American Masculinity at the End of an Era. Nation Books.

MacKinnon, C. (1989). Toward a Feminist Theory of the State. Harvard University Press.

Nagle, A. (2017). Kill All Normies: Online Culture Wars from 4chan and Tumblr to Trump and the Alt-Right. Zero Books.

Papadamou, K., Zannettou, S., Blackburn, J., De Cristofaro, E., Stringhini, G., & Sirivianos, M. (2020). Disturbed YouTube for Kids: Characterizing and detecting inappropriate videos targeting young children. In Proceedings of the 2020 IEEE European Symposium on Security and Privacy Workshops (pp. 350–359). IEEE.

Poland, B. (2016). Haters: Harassment, Abuse, and Violence Online. Potomac Books.

Livia Occhigrossi (Roma, 1997). Dopo la laurea triennale in Studi storico-artistici presso l’Università La Sapienza, ha conseguito il Master in Arti Visive e Studi Curatoriali presso NABA Milano. Attualmente frequenta il Master in Arts and Culture Management presso la Rome Business School. Si occupa di pratiche femministe, cultura visiva e narrazione digitale, con particolare attenzione ai linguaggi simbolici e pedagogici. Ha collaborato con realtà come Careof, Young Art Hunters e Condotto48, muovendosi tra progettazione culturale, ricerca curatoriale e scrittura critica.