Per la rubrica TERRAMADRE & BENESSERE sul canale YouTube dell’associazione il Paese delle Donne oggi parliamo di birra, che ha una storia tutta al femminile.
La birra, una bevanda tra le più antiche e diffuse del pianeta, come il vino viene da lontano e sebbene non ci permetta di risalire a un suo preciso tempo o luogo di nascita, ci conforta con la certezza che fin dalla notte dei tempi sono state le donne a produrla.
La birra ha una ricetta antichissima ritrovata in Turchia, incisa su una tavoletta sumera di quasi 4 mila anni: si chiama Inno a Ninkasi ed è l’attestazione archeologica che testimonia il ruolo femminile nella sua produzione.
Le popolazioni arcaiche, infatti, affidavano alle donne la panificazione e si ipotizza che, quando dell’orzo venuto a contatto con l’acqua la trasforma in una bevanda gradevole, le donne, notato il fenomeno, inizino a riprodurlo volutamente.
È probabile, per questo motivo, che bevande simili siano state inventate da culture diverse in ogni parte del mondo, vantando al contempo una discendenza sacra, un percorso spirituale e un carattere mistico.
La birra è una bevanda moderatamente alcolica ottenuta dalla fermentazione di un mosto a base di acqua, lievito e malto d’orzo, aromatizzato e amaricato con luppolo e se oggi, con l’industrializzazione, vede la donna quasi sparire dal suo scenario produttivo, con ricette e cotte realizzate da mastri birrai prevalentemente uomini, nel passato, al contrario, era addirittura consacrata alle dee e alle donne che la realizzavano.
Come a Ninkasi la divinità sumera delle bevande fermentate, colei alla quale è intitolata l’antica ricetta della birra di cui si diceva prima.
Come in Egitto, dove la birra che si chiama zithum, è la bevanda nazionale, viene utilizzata sia come alimento che medicina, è molto alcolica e viene prodotta in maniera sistematica.
Qui, dove la birra appartiene alle ritualità della fertilità, della salute e dell’abbondanza, le divinità a cui è consacrata, sono Ator dea dai mille volti e patrona dell’arte brassicola, insieme a Tenenit e alle sorelle Iside e Nefti.
Latis, invece, viene dalla tradizione celtica e a lei sono consacrate l’acqua e la birra. In Africa Mbana Mwana Waresa, protettrice dell’agricoltura e dei raccolti, è la divinità della birra degli Zulu.
Raugutiene, è la dea della birra della cultura lituana (moglie del dio noto come Ragutis o Rugptatis), mentre Kalevatar, chiamata anche Osmotar e Kapo, appartiene alle leggende finniche ed è colei a cui si attribuisce l’invenzione del processo per fare la birra
Anche il mondo romano, nonostante notoriamente prediliga il vino, ha una sua divinità femminile legata alla birra. È la Dea Cerere, divinità romana della fertilità e patrona dei raccolti, da cui la birra prende il nome cerevisia, usando una parola che ricorda molto da vicino anche al termine cereale.
Si dice poi che sarà l’intervento della regina Cleopatra a facilitare l’ingresso della birra nei paesi del Mediterraneo.
Sin qui tutte le birre, come da consuetudine dei costumi alimentari dei tempi antichi, vengono aromatizzate (e rese sicure per il consumo alimentare), con l’aggiunta di erbe, spezie, bacche e cortecce e questa bevanda dalla ricetta piuttosto semplice deve attendere del tempo prima la sua qualità faccia un passo avanti reale.
Si deve aspettare infatti il Medioevo, quando saranno i monaci e le monache a modernizzarne le tecniche di produzione. Luoghi fondamentali, i monasteri, anche per la salvaguardia, nel tempo, della coltivazione degli ulivi e delle viti e per la trasmissione delle tecniche di realizzazione dell’olio di oliva e del vino.
La birra, dunque, vede il suo primo vero salto di qualità e modernità intorno al 1100, quando la monaca tedesca Hildegard von Bingen (nota anche come sant’Ildegarda), Badessa di un monastero benedettino e fine botanica, realizza i primi studi sul luppolo, introducendo il suo impiego come aromatizzante della birra al posto delle solite spezie.
Gli effetti di questa infiorescenza aggiunta alla cotta della birra, oltre a conferire alla bevanda un distintivo sapore amaro e aromatico, apportano un’azione antisettica e conservante e aiutano anche a chiarificarla.
Anche in Inghilterra, come in tutto il nord Europa, la produzione della birra è affidata alle donne ed è qui che compaiono per la prima volta, a partire dalla fine del 1300, le cosiddette Ale Wives (le donne o le mogli dedite alla produzione della ALE), locandiere birraie che per oltre 400 anni realizzeranno produzioni casalinghe di birra per uso sia domestico sia commerciale gestendo le Ale house, attività a metà tra un pub e un birrificio artigianale, che si tramandano solo tra donne.
Con l’arrivo del luppolo nella ricetta, in Inghilterra si conia addirittura un nuovo nome per la birra che lo contiene: nasce dunque una nuova BEER che vuole distinguersi da dalla vecchia e storica ALE prodotta dalle donne.
Nel 1516, in Germania, in Baviera, viene promulgato un editto sulla purezza: per legge la birra deve essere prodotta solo con malto d’orzo, acqua e luppolo, bandendo qualsiasi altro ingrediente. Legge tuttora in vigore (Editto dello Reinheitsgebot).
Nel 1700, nel Regno unito, circa l’80% delle licenze per la birra resta ancora in mano alle Ale Wives, che però devono avere un uomo a cui appoggiarsi per ottenerle. Le sposate devono produrre birra con i mariti mentre le vedove, possono gestirne in autonomia la produzione e il commercio. Un po’ come accade in Francia con la produzione degli Champagne.
Nel tempo, tuttavia, l’attività di produzione della birra cambia e quel settore artigianale, una volta gestito dalle donne, nel suo divenire più professionalizzato passa sotto il controllo maschile.
E allora, oggi, mentre celebriamo la diversità e la ricchezza della produzione brassicola contemporanea, non dobbiamo dimenticare l’inestimabile contributo di quelle donne che attraverso i secoli hanno plasmato l’arte della birra e ne hanno garantito la sopravvivenza e l’evoluzione.
FONTI: CS Assobirra – Birra Medicea – Alewife (trade) Wikipedia