Senza consenso è violenza
di Chiara Guida e Stefania Tarantino
Quello che sta accadendo in questi giorni in Parlamento non è un semplice dibattito sulla sostituzione di una parola in un testo di legge, ma una battaglia che interroga il significato stesso di libertà, di autodeterminazione e di pari soggettività nelle relazioni intime. A novembre scorso, la Camera aveva approvato all’unanimità una proposta di legge che introduceva nel codice penale italiano il principio “senza consenso libero e attuale è violenza sessuale”, un pilastro di civiltà giuridica che allineava l’Italia a standard internazionali e riconosceva finalmente, con chiarezza, che il sesso senza consenso è violenza.
Oggi quel principio è messo in discussione. La Commissione Giustizia del Senato ha adottato, infatti, come testo base una riformulazione che cancella la parola consenso e la sostituisce con la volontà contraria o il dissenso, mantenendo pene più severe in alcuni casi, ma spostando il baricentro della norma. È un cambio di prospettiva sottile che comporta profonde conseguenze. Il consenso presuppone un atto positivo di autodeterminazione dove bisogna poter dire “sì”. Il dissenso, invece, guarda solo a una reazione negativa esplicita, un “no” che le persone vittime di violenza non riescono sempre a esprimere con chiarezza per paura, soggezione, shock o immobilizzazione. Qui la posta in gioco sono i corpi e non delle teorie astratte. È ciò che testimoniano nelle strade e nelle aule di tribunale, le donne quando la loro parola viene messa in discussione, contenuta, sospettata quasi di inganno.
La decisione del Senato, votata a maggioranza, ha suscitato forti proteste non solo delle opposizioni politiche ma anche delle organizzazioni delle donne e dei centri di assistenza, che comprendono come il passaggio dal consenso al dissenso ribalti la logica di tutela della libertà sessuale, invece di rafforzarla. La retorica ufficiale parla di “mettere al centro la volontà della donna”. In realtà e nella pratica il dissenso è spesso più difficile da verbalizzare e da provare in tribunale di quanto non lo sia un consenso esplicito. In altre parole, si chiede alla donna di difendersi due volte, una nel momento della violenza, l’altra in un contesto di disparità di potere istituzionale. È per questo che il dibattito sulle parole giuridiche è anche un dibattito sul potere culturale perché la nostra domanda di fondo è: chi decide cosa può essere riconosciuto come libertà e cosa resta soggetto a dubbi e interpretazioni?
La mobilitazione nelle piazze, nei centri antiviolenza e nelle reti di sostegno alle donne nasce dalla consapevolezza che le norme giuridiche influenzano profondamente la norma sociale. Se il diritto viene costruito a partire dal principio del consenso, riconosce che ogni relazione intima deve fondarsi su una reciprocità esplicita, su un sentire condiviso. Al contrario, se si fonda sul solo dissenso, si lascia spazio all’idea pericolosa che, in assenza di un no esplicito, tutto sia lecito. Una visione ancorata a un immaginario patriarcale e conservatore.
La tutela reale passa attraverso un linguaggio che riconosca la soggettività e l’esperienza concreta delle donne e non solo nel diritto. Non basta un decreto, non basta una maggioranza parlamentare. Serve anche un movimento culturale diffuso per creare una società che sappia difendere il valore di ogni parola e di ogni scelta.
Questa legge segna dunque un arretramento culturale. Abbiamo sempre ritenuto che affermare con forza il principio secondo cui senza consenso è già violenza sia una battaglia di civiltà. Ma perché sia davvero efficace, deve essere condotta collettivamente, oltre i confini delle aule parlamentari, fino a toccare il senso comune, la vita quotidiana, lil senso della libertà e del rispetto. Togliere la parola consenso e sostituirla con dissenso rende allora evidente quanto la posta in gioco sia culturale e politica prima ancora che giuridica e che si tratta di riconoscere che la libertà e la dignità delle donne non è qualcosa di più rimandabile né negoziabile.
Chiara Guida, Assessora comune di Arzano
Stefania Tarantino, docente di filosofia-Università degli studi di Salerno