Da Napoli a Milano, da Roma a Bologna, ieri 15 febbraio migliaia di persone sono scese in piazza contro l’emendamento al disegno di legge promosso dalla senatrice Giulia Bongiorno che interviene sul reato di violenza sessuale spostando l’asse dal principio del consenso a quello del dissenso. Una mobilitazione diffusa, voluta innanzitutto dai centri antiviolenza e poi attraversata da associazioni femministe, reti studentesche e realtà sociali, che annuncia già il prossimo appuntamento nazionale del 28 febbraio a Roma.
A Napoli la partecipazione è stata importante. Piazza del Plebiscito si è riempita di cartelli, striscioni e interventi al megafono. Tante donne, uomini, giovani e meno giovani hanno preso la parola per ribadire un punto che per molte e molti non è negoziabile: senza consenso libero e attuale è violenza. Ritrovarsi ancora una volta in piazza è stato, per tante, un gesto necessario. Ma insieme alla determinazione si avvertiva anche un sentimento diffuso di amarezza.
«Ecco, ci risiamo. Siamo qui ancora, e di nuovo per difenderci. Cento passi avanti per farne subito mille indietro», è stato detto dal megafono, sintetizzando la percezione di un arretramento continuo.
In piazza erano presenti anche rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, insieme ad altre parlamentari e parlamentari: una presenza plurale, intrecciata alla mobilitazione e non calata dall’alto. Dal megafono è stato ribadito un punto che il movimento ripete da tempo: «Nonostante una presidente del Consiglio donna, la vita delle donne in questo Paese non solo non migliora, ma è sotto attacco».
Il riferimento è al governo guidato da Giorgia Meloni e a una stagione legislativa che, secondo le manifestanti, rischia di riportare indietro l’orologio dei diritti. La critica non è formale ma sostanziale: sostituire il principio del consenso con quello della “volontà contraria” o del dissenso significa cambiare la prospettiva culturale prima ancora che giuridica. Significa chiedere alla vittima di dimostrare di aver detto no, invece di pretendere che chi agisce si assicuri di aver ricevuto un sì.
È su questo terreno che il movimento delle donne è chiamato a una nuova mobilitazione. In piazza c’erano i centri antiviolenza, le associazioni, le operatrici che ogni giorno accompagnano donne nei percorsi di uscita dalla violenza. La loro presenza ha ricordato che le leggi non sono astrazioni: incidono sulle vite, sui processi, sulla possibilità di essere credute.
Attraversare quella piazza riportava con forza anche una riflessione: non basta essere donna per rappresentare o difendere le donne. Le persone sono diverse, con storie e visioni distanti. La sorellanza è un legame politico e consapevole, un processo che parte dall’esperienza individuale e diventa collettivo attraverso confronto e impegno comune.
Sul decreto in discussione si può essere in tante e tanti, perché il corpo delle donne è ancora una volta terreno di violenza e di scontro su un’idea di società. Ed è proprio questa trasversalità che ieri si è vista nelle piazze italiane. Ma la mobilitazione non si esaurisce nella protesta. L’invito emerso con forza è quello di continuare a seguire passo dopo passo l’iter parlamentare del disegno di legge, sostenendo dall’esterno il lavoro delle parlamentari e dei parlamentari che si stanno impegnando per modificarlo e riportarlo a un impianto che metta al centro il consenso.
Il 28 febbraio a Roma sarà un nuovo passaggio di questo percorso. Perché la battaglia, come è stato ripetuto più volte ieri a Napoli, non è solo contro una singola norma, ma contro un’idea di ordine sociale che pretende di disciplinare i corpi e ridefinire i confini della libertà. E perché affermare che la dignità e l’autodeterminazione non sono negoziabili resta, oggi più che mai, una questione politica e culturale che riguarda tutte e tutti.
Gallery foto (ph. Valeria Sorbino)