AMY K. BLAKEMORE, poeta, scrittrice, articolista inglese, traduttrice della poeta schuanese Yu Yoyo (My Tenantless Body, 2019), ha vinto il Ledbury Forte Poetry Prize 2019 con due raccolte di poesie – Humbert Summer (Eyewear, 2015) e Fondue (Offord Road Books, 2018) – e ottenuti prestigiosi riconoscimenti all’uscita del suo primo romanzo, Le streghe di Manningtree:
“Miglior esordio dell’anno per la lingua di una bellezza irresistibile, un libro che si avventura in luoghi oscuri, ma lo fa portandosi dietro un pugnale ingioiellato. Un libro che appartiene ai perseguitati. Pagine in cui in tutto il loro ordinario splendore, quelle donne possono finalmente vivere.” (“The Guardian”)
E ancora. “Ho adorato questo esordio: affascinante, avvincente, sconvolgente. Blakemore cattura in maniera indimenticabile la vergogna della povertà e dell’abbandono sociale e l’intrigante minaccia delle donne lasciate sole ma unite, in un romanzo che trasporta il lettore nel mondo di coloro che la Storia ha cercato di rendere muti.” (Megan Nolan).
La traduttrice, VELIA FEBRUARI, ci riconsegna la prosa poetica che avvince e alleggerisce una vicenda che parla al cuore e alla storia di genere, frutto di accurate ricerche.
Profili indimenticabili di donne immerse, come tutto l’abitato, nella cultura seicentesca del demoniaco immanente che anche loro interpretano in azioni, sogni e suggestioni.
Certezza popolare assegna alla genealogia biologica quella stregonica, quindi REBECCA WEST, voce narrante, nipote di una strega arsa a Manningtree, figlia dell’altrettanta irriverente vedova ANNE detta La BELDAM (Bella e demoniaca), unisce al carattere schivo e introverso “la puzza di demonio”. Obbediente alla madre e al suo gruppo vedovile, figure potenti quanto pericolose – la più anziana, la madre CLARKE, di cui si prende cura, rendendone abitabile il tugurio – Rebecca partecipa di un percorso di sogni e alterità, tra donne dalle forti suggestioni, cui odi e amori, vendette, non impediscono il sodalizio. Per altri, la congrega.
L’aspetto liminare, psicologico e sociale, di queste donne, misere e isolate, ritenute capaci di ogni malvagità – la Beldam si vanta di aver affondato, per capriccio, una nave con settanta uomini – segna le loro esistenze ma non le cambia fino all’arrivo, nel 1643, dell’allampato, nerovestito, Inquisitore MATTHEW HOPKINS (Wendham Magna 1620 – Manningtree 1647) che inflessibilmente persegue il compito biblico “non lascerai vivere la strega. Chi si accoppia con una bestia dovrà essere messo a morte.” (Esodo 22:18-24), autoassolvendosi dalla responsabilità della sorte di chi consegna alla Giustizia civile. Lui è cacciatore, non giudice, e contrario a ogni atto di clemenza.
Accusato di metodi crudeli e mistificatori, davanti all’assoluzione di alcune sue prigioniere, scrisse La scoperta delle streghe: in risposta ai molteplici interrogativi presentati di recente ai giudici delle assise della contea di Norfolk e oggi dato alle stampe da Matthew Hopkins, inquisitore, per il bene dell’intero Regno (1648), raffigurandosi, in un’acquaforte, torreggiante su Bess e Beldam, le più pericolose, sedute e incappucciate, circondate da animali veri o mostruosi loro “famigli” (tramiti con il Maligno e/o metamorfici) di cui indicano i nomi. Tra essi, VINEGAR TOM, il gatto fulvo delle West, ucciso durante l’arresto di Rebecca ed eternato nelle carte processuali.
Intervista sul canale YouTube dell’associazione Il Paese delle donne a Velia Februrari, traduttrice italiana del romanzo di Amy Katrina Blakemore Le streghe di Manningtree.
Nel drappello inquisitorio che si aggira dietro a lui per l’abitato infestato dal Maligno cui attiene ogni disgrazia, possessione, carestia nei tempi disperati della Guerra Civile, c’è il medico JOHN STEARNE che nelle memorie, Conferma e scoperta della stregoneria (1648), si vanta della comune attività nell’Anglia orientale e nella zona di Londra, indicando da cento a trecento le donne di cui concorsero alla condanna a morte.
“Gli uomini non escono bene dal romanzo perché non escono bene dalla storia” sottolinea Velia Februari, riferendosi in particolare allo scrivano JOHN EDES che alfabetizza e insegna le Scritture a Rebecca, che se ne innamora. Sedotta e abbandonata, lo vedrà testimoniare contro di lei a Chemsford su istigazione di Hopkins da cui si è allontanato dopo molte metodiche trascrizioni d’interrogatori.
Ma nel drappello ci sono anche tre donne, “devote a Dio e a Hopkins”, incaricate di scovare sul corpo nudo delle accusate il “Marchio di Satana” che trafitto da aghi non sanguina e inevitabilmente trovato su pelle segnata dalle durezze della vita di lavoro e domestica.
Il processo alle streghe di Manningtree iniziò il 23 luglio 1645, dopo quasi due anni di prigionia della “congrega” in una sola cella senza finestre: Rebecca, le vedove Beldam, Mag Moone, Helen Clarke, Liz Godwin, Leechi e madre Clarke. Gli Atti, pubblicati nello stesso anno, comprendono la confessione di Rebecca, che spinta dalla madre a cedere alle pressioni di Hopkins per salvarsi la vita, condanna le altre al capestro.
Sconvolgente e commovente, il corpo centrale del romanzo consegna, tra paesaggi innevati, il terrore di Manningtree e la sua consolazione davanti alle impiccagioni, quella della Clarke sul posto, le altre in luoghi diversi, la Beldam in paese, a mò di esempio.
Scomparsa dagli Atti, Rebecca West ricompare per volontà di Blakemore in una inaspettata quanto rara quotidianità, serva e confidente, in odio a tutti gli altri e le altre abitanti della casa di Hopkins. Pagine inusuali di un rapporto profondo quanto falso tra una strega rea confessa e il suo Inquisitore. Un finale aperto, criminale e liberatorio insieme. Fuggiasca, con il nome di Rebecca Waters, la giovane incontra la vecchia amica JUDITH, la prima a comprendere la situazione e a fingersi posseduta per salvarsi dal processo, poi in fuga in una vita miserevole tra teatri e bordelli. Le due salpano verso l’ignoto. Sulla tolda, in una notte di luna, sotto fulgide stelle, Rebecca “rivede” l’uomo nero dal manto sacerdotale e alto cappello che frequentava i suoi lussureggianti sogni demoniaci: “Si gira. Mi sorride. Il vento soffia nel suo lungo manto nero e lo stesso vento soffia nei miei capelli. E allora sciolgo i capelli, li sciolgo per lui. E scopro di non guardare più l’uomo vestito di nero, ma di guardare me stessa, dispensatrice di morte, la cuffia bianca chiusa nel pugno, i capelli che si irradiano intorno al mio viso come una rosa, sollevati dal vento dei molti mari.” (p. 326)
Info: Blakemore Amy Katrina (traduzione di Velia Februrari), Le streghe di Manningtree. – Roma: Fazi editore 2023; copertina di F. Senesi.