“Distanze”, di Silvana Sonno, ultima produzione poetica (EraNuova 2025), con prefazione di Anna Maria Robustelli, raccoglie una ottantina di poesie, composte in periodi diversi, quasi un diario di vita.
L’ha presentata a “Qui”, di Perugia – spazio alternativo laboratoriale, espositivo e teatrale – la psicologa e psicoterapeuta Rosella De Leonibus che ha stimolato la poeta a dirsi nelle motivazioni e nelle emozioni, “essendo la poesia qualcosa di profondo e mai conclusivo che interroga sui grandi temi della esistenza.”
Hanno intercalato il dialogo le belle letture di Alessandro Prioletti.
La prefazione di Annamaria Robustelli a “Distanze”:
SILVANA SONNO DISTANZE
Edizioni Era Nuova APS, Perugia 2023
Nel tramonto volevo essere vera
mio cuore.
Una poesia piena di interrogativi e nostalgie quella di Silvana Sonno, che accompagnano il suo camminare sulla terra, il suo viaggio, (Camminare è guarire, per me, dei mali dell’esistere,/...la vita è un viaggio, non ci si può fermare. – Passaggi -). In primo luogo l’onere del passato che ci si porta dietro, risvegliato da presenze del mondo naturale intorno a sé, mentre si lasciano dondolare i pensieri distesi sopra un’amaca. Si pensa a un tempo in cui si era bambine e si era amate in un modo assoluto. Le farfalle che avviano la riflessione e danno l’estro al ricordo di altri luoghi e altri affetti sono solo uno degli innumerevoli elementi naturali che trasportano la poeta in un mondo genuino e solido dove può incontrare le immagini di un’epoca finita, gli affetti perduti (Mi accoglieva al rientro un suono di passi e di voci / un chiocciare domestico tra corpi e sussurri. / È la casa che danza che danza; – ‘Lucciole’). Questo modo di evocare, di riportare in vita ciò che è avvenuto è importante perché crea il concetto di qualcosa che muore mentre noi siamo ancora in vita, qualcosa di cui resta – come dice la poeta – solo un’ombra. La memoria duplica vite disincarnate e torpide, / come il sonno, per farne racconti (‘Memoria, spettro del tempo’). Ritengo che il rimpianto del fulcro primario da cui siamo stati circondati nell’infanzia e nell’adolescenza, quelle voci e quei corpi che ci circondavano e proteggevano ed erano sempre presenti, sia un pilastro formativo della nostra esistenza, perché non ha a che fare solo col ricordare qualcuno che si è amato e che non c’è più, ma sottolinea quella comunità di intenti e di affetti che è la famiglia di origine con la quale si è nati, cresciuti e che ci ha seguiti per una parte importante del nostro tragitto.
Il vagare della mente all’indietro tra i sentieri della vita vissuta è un tema ricorrente della prima parte della raccolta (Presenze tra ombre e luce) che è divisa in quattro parti. È un’abitudine da cui non ci si può riscattare, è la vita in tutte le sue ripetizioni e innovazioni, un viaggio dantesco da cui vorremmo emergere con più cognizione, ma che sempre ci sfugge e non ci dà risposta. La lingua di Silvana è attraversata da risonanze della tradizione italiana con echi danteschi, leopardiani, e comunque antichi (e sangue tra le mani / è quanto resta della cerca vana – ‘Polvere’) e un sottile velo d’ironia spolvera le sue disillusioni.
Il riandare al passato è reso più vivido da una passeggiata a una riscoperta città romana a S. Marinella, dove la fisicità del contatto con le pietre del lastrico antico riaccende prepotentemente il pensiero delle tante storie che si sono svolte lì.
La prima poesia della seconda sezione del libro (Moti) è dedicata alla propria solitudine: è tutto il corpo che la rappresenta, la bocca, gli occhi, le cosce, il petto. Le immagini si dispiegano con calma, lente e incisive, e lasciano che questa consapevolezza prenda spazio e sollievo (io ti cullo e ti cullo / mia solitudine).
Sensibile al rinnovarsi delle stagioni e alle promesse che sbocciano tra la vita animale e vegetale la poeta si ferma nel silenzio d’attese del giardino e anche questa volta ripensa a un’altra stagione (‘Stagioni’). Anche le more prosciugate di fine estate rimandano ad altre more di un più fiorente vissuto. Assomigliano al posto delle fragole di bergmaniana memoria.
Sempre più Silvana, mentre ci narra della fatica del vivere, si sofferma anche sulla dolcezza d’ogni gesto d’amore sulle parole trascinate via dal vento, che travalicano i fiori, l’erba, i vecchi intenti ai loro pensieri, le onde, fino a diventare canto che si spegne nel silenzio (‘La verità se la porta il Tempo’).
La terza sezione, Distanze o del cielo stellato, vive nuovi risvegli nel silenzio d’attese della casa.
Molte sono ancora una volta le amicizie naturali, che accompagnano il viaggio sulla terra della poeta, come è ben esemplificato in ‘Eden’, in cui un albero grande dal tronco scabroso viene considerato presenza salvifica persistente.
La poesia ‘Vera’, già citata nell’esergo, risuona nella quieta musica delle sue rime: Vera nel silenzio della sera …pallida come cera. deposti i convenevoli dei giorni /… come un uccellino / che aspetta di volare…/ vera come un’assenza. Sempre la perdita nell’annientamento della notte, l’annientamento del tempo. Così pure una poesia successiva dedicata a uno specchio si interroga sulle immagini che potrebbe aver assorbito, che potrebbe ancora contenere, ostinata la poeta a non voler perdere, a non disseminare. La poesia di questa scrittrice umbra è testimone dei dubbi che accompagnano la vita, dell’Enigma, dell’Assenza perfetta e sempre più esplicitamente dichiara di voler indagare sull’ansia ontologica degli umani, di voler sapere CHI io sia.
Non si esime la poeta nemmeno da un suo sguardo preoccupato sulla guerra – ultima sezione della raccolta – che si è prospettata sullo scenario europeo più vicina che mai negli ultimi tempi: mentre le domande che si pone su questo evento così doloroso si fanno più pressanti, le immagini si snodano impietose. Le vengono in mente Hiroshima e alcune parole di Edith Bruck. Vorremmo vivere nella primavera-vita ma siamo condannati a un destino di morte prematura e inutile indotto dalla volontà di potenza.
In ‘Dolmen di guerra’ Silvana, considerando i monumenti e le steli ai caduti, commenta amaramente: ‘Chi è morto tace / e tutti gli altri – nel tempo che verrà – / la chiameranno pace.’
Ci vogliono parole per non dimenticare le follie dell’umanità, ci vogliono poeti o poete per tramandare quello che persistiamo nel dimenticare. Dalle distanze della storia e dell’universo le parole di tutti i nati da donna creano sensi e sensibilità, prospettive misteriose, ci rendono umani, ci instradano in un percorso di ascolto e comprensione.
Anna Maria Robustelli