Giorni fa, al Senato, nella Sala Caduti di Nassirya, ha avuto luogo la conferenza stampa di presentazione del ddl 1752 “Disposizioni in materia di linguaggio discriminatorio in ambito giuridico e amministrativo”, a prima firma della senatrice Valeria Valente. Al disegno di legge hanno dato il loro contributo Rosanna Oliva de Conciliis, presidente onoraria della Rete per la Parità, e Maria Tiziana Lemme, giornalista dell’Associazione Femminile Maschile Neutro. Obiettivo, l’adozione in sede amministrativa e giuridica di un linguaggio non discriminatorio nei confronti delle donne, e “rispettoso delle regole grammaticali”, come nel corso della conferenza ha tenuto a ribadire Oliva de Conciliis.
Per i benaltristi questa precisazione può apparire di importanza minima, ma, in realtà, chi è abituata/o al pensiero critico, sa benissimo che il linguaggio non è neutro e che le parole non sono innocue (“il linguaggio è sacramento di molta delicata amministrazione”, diceva Josè y Gasset ), perché fanno riferimento ai rispettivi sistemi linguistici che, in quanto prodotti culturali altamente strutturati esprimono i relativi valori di contesto. E infatti, nella grammatica tradizionale è accaduto – e accade ancora – che il femminile, al cospetto del maschile sia stato annullato e assorbito in esso: una regola grammaticale che riflette quanto fino a oggi è stato “coniugato” e “declinato” dalla pragmatica dei rapporti uomo-donna. Questo accade per vari motivi, non ultimo per il fatto che la versione maschile dei termini – soprattutto quelli professionali – è considerata (anche da molte donne, purtroppo) più autorevole di quella femminile. E qui entra in gioco l’autodeterminazione e l’autoconsapevolezza delle donne, processo non ancora del tutto compiuto.
Questo ddl sembra rivestire un’importanza fondamentale, in quanto propone che le pubbliche amministrazioni, in tutti gli atti di propria competenza facciano riferimento sia al maschile sia al femminile, e dunque diano consistenza alla presenza e al ruolo delle donne. In questo senso, già nel 2024 si era mosso il CNR, elaborando “Linee guida per linguaggio inclusivo rispetto al genere”. Nello stesso anno, anche il Consiglio regionale della Calabria si è attivato in tal senso, quando un gruppo di lavoro del Segretariato generale ha elaborato “Linee Guida sul corretto linguaggio di genere e inclusivo”. Nella copertina del relativo opuscolo, a testimonianza della problematicità dei rapporti interpersonali e più specificamente delle interlocuzioni di genere è riportato un brano tratto da “Sei personaggi in cerca di autore”: “Ma come possiamo intenderci, se nelle parole ch’io dico, metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e col valore che hanno per sé, …Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”
In merito a ciò, si ricorda che qualche tempo fa, durante una seduta della Camera dei Deputati, il Presidente, nel dare la parola a una parlamentare, l’ha chiamata “deputata” secondo il corretto protocollo linguistico, ma l’interessata ha ribattuto chiedendo di essere nomata “deputato” perché l’Organo di cui fa parte “si chiama Camera dei Deputati e non «Camera dei Deputati e delle Deputate». Non è dato sapere se affermando ciò la parlamentare volesse implicitamente sollecitare una – peraltro auspicabile – modifica nella denominazione dell’Organismo parlamentare, oppure se, come accade non di rado, considerasse riduttivo della sua autorevolezza l’essere appellata al femminile. Comunque sia, rispetto alla seconda opzione interpretativa, tutt’altro che peregrina, questo ddl assume un valore molto importante, visti tanti altri esempi di analoga fattura, come a esempio il caso – recente – di un deputato che ha insistito a definire la presidente protempore della Camera “Il” Presidente, nonostante la richiesta della stessa di essere nomata “La” Presidente. Episodio, questo, che non deve essere sottovalutato, in quanto si radica nel non voler riconoscere ruolo e autorevolezza al femminile e alle donne che ne sono portatrici.
E’evidente che ancora c’è tanto lavoro da fare.
I tentativi di arginare il problema a livello istituzionale, hanno già una storia: nel suo intervento, la linguista Cecilia Robustelli ha ricordato, infatti, che già nei primi anni ‘90, nell’ambito della riforma dell’amministrazione pubblica, il ministro Sabino Cassese aveva promosso la redazione di un Codice di stile a uso delle amministrazioni per un uso non sessista della lingua italiana; poi, nel 2015, un gruppo di esperte di linguaggio di genere, tra cui la stessa Robustelli, aveva depositato presso la segretaria della Commissione nazionale pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri una relazione, di cui però si è persa traccia. Nel 2018 la ministra Fedeli ha promosso linee guida per l’adozione del linguaggio di genere nel MIUR. E la stessa Agenda 2020-2030 sostiene la necessità di identificare uomini e donne nel linguaggio giuridico e amministrativo.
Il magistrato Valerio de Gioia, intervenendo nella conferenza stampa, ha sottolineato che il problema delle discriminazioni linguistiche si radica anche nei codici: lì le donne non sono mai nominate, anzi, sono identificate con gli uomini, arrivando all’assurdo: anche negli articoli che riguardano esclusivamente la donna, a esempio quelli che riguardano la mutilazione dei genitali femminili, il legislatore utilizza il maschile. Laddove, invece, avrebbe dovuto scrivere “donna” usa invece la parola ”persone”, come avvenuto nel 2006, quando nel diritto penale sono state inserite delle aggravanti in riferimento a reati commessi su “persone in stato di gravidanza”. Che, evidentemente, non possono essere uomini.
E che dire, spostandosi dal mondo dei Codici a quello del giornalismo, del fatto che le tessere dell’Ordine dei Giornalisti rechino la dicitura “ signor”…. “nato “ ? Il femminile non esiste proprio.
Rosanna de Conciliis ha storicizzato la questione facendo riferimento al fatto che fino a poco tempo fa determinate professioni erano appannaggio esclusivo degli uomini, e quindi si declinavano soltanto al maschile; epperò, ancora oggi, seppur aumentato il numero delle donne nei ruoli precedentemente espletati dagli uomini, si continua a praticare un uso della grammatica che non corrisponde più alla realtà, e che dunque, oltre che scorretto, è anche inaccettabile .
È chiaro, comunque, che “la lingua non si impone”, così ha affermato nel suo intervento Cecilia Robustelli ricordando che il “prescrittivismo linguistico” richiama gli anni ’20 -‘30 del ‘900…. E quindi, considerando l’importanza della e-ducazione alla conoscenza critica, e dunque all’analisi del linguaggio, sembra legittimo chiedersi che fine abbia fatto tutta la progettualità interna alla misura 7, relativa alle pari opportunità, del PON Scuola per lo sviluppo, e ci si chiede, anche, perché non siano stati riproposti i corsi, anche questi sulla pari opportunità, che fino ad alcuni anni fa erano tenuti con grande successo all’interno delle varie Università italiane a cura del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri in collaborazione con la Scuola di Pubblica Amministrazione. E non ultimo, che fine ha fatto la Commissione nazionale pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri?
La questione è resa ulteriormente complessa dal fatto che diverse donne manifestano riluttanza di fronte alla femminilizzazione di parole indicanti ruoli tradizionalmente rivestiti dagli uomini, soprattutto se si tratta di funzioni apicali: si persiste, infatti, nel considerare il maschile come parametro di riferimento valoriale in ogni “coniugazione” del fare e in ogni “declinazione” dell’essere: “Il principio base è sempre quello che il maschile (genere grammaticale) è superiore, così come lo è il maschile (genere sociale) nella società” , ha scritto Alma Sabatini, in “Raccomandazioni per un uso non sessiste della lingua italiana”. Spesso, a giustificazione di tale preferenza, si adduce il motivo della cacofonia che grava su alcuni neologismi, non comprendendo che il “gap fonico” è dovuto, da un lato, all’assenza del valore d’uso di quel femminile; dall’altro, a quell’ironia puntuta che accompagna i (peraltro corretti) neologismi, come prefetta, direttora, avvocata, ingegnera, architetta, etc. Non solo: più prestigioso è il ruolo cui le donne arrivano, più sferzante è l’ironia che viene messa in azione per minare l’autostima femminile, come nel caso della nota querelle “ministra/ministressa…” a cura di un ex Presidente del Consiglio della nostra Repubblica.
Come si sa, la questione, è variamente considerata: alcuni, afflitti da benaltrismo (“sono ben altri i problemi di cui occuparsi…!”) la ritengono irrilevante; altri, ignorano che il linguaggio è “meccanismo di controllo” (così M. Foucault, in “L’ordine del discorso”), ovvero contiene rapporti di forze che dalla dimensione linguistica si trasferiscono nella società, e viceversa. Succede, perciò, che quando nella “grammatica delle parole” si utilizza un maschile che nel genere ingloba il femminile, si ripristina quella “grammatica della vita” cementificata nei tradizionali rapporti uomo – donna in cui la parola empowerment conta come il due di picche nel bridge.
Oltretutto, spesso il “femminile invisibile” provoca episodi di una comicità esilarante, come quando, anni fa, una giornalista, per annunciare l’arrivo in Italia di Angela Merkel e dovendo decidere se femminilizzare o no il suo titolo istituzionale (cancelliera o cancelliere ?…), ha optato per un “tradizionale” maschile, col risultato che …“il cancelliere tedesco è arrivato in Italia insieme al marito“….
Per non parlare, poi, di quando “il pretore è stato portato d’urgenza in sala parto perché gli si sono rotte le acque in anticipo…”!
Comunque, con buona pace dei tradizionalisti del dire e del pensare, le inusuali femminilizzazioni di parole tradizionalmente declinate al maschile, sono state accettate anche dall’Accademia della Crusca, e hanno trovato linfa vitale anche in ambito giornalistico, dove, fin dagli anni Novanta, il femminile “direttora” è stato spesso preferito a “direttrice” (“direttrice ci sembrava una cosa troppo scolastica…”, così Neliana Tersigni, in La Repubblica” del 26 febbraio 1995). E l’antropologa Gioia Longo: “Dare un nome è un primo atto d’identità. Prima non c’erano donne presidenti o segretarie generali di un partito …., quindi non c’era la parola. Oggi, che le donne ci sono, per alcuni continua ad essere difficile usare le parole al femminile….”.
Ovviamente, sono fondamentali l’autoconsapevolezza e la percezione critica: nei processi mentali e di comunicazione “le parole presuppongono esperienze condivise. E’ come un sapore o un colore: se l’altro non ha visto quel colore o non ha percepito quel sapore le definizioni sono inutili“(J. L. Borges). E allora, compito delle Istituzioni è quello, appunto, di contribuire ad ampliare i “sapori” e i “colori”, secondo i protocolli linguistici e mentali suggeriti fin dal 1995 dalle due parole chiave della Conferenza ONU di Pechino: mainstreaming ed empowerment. Mai passate di moda.