Esiste una mobilità “al femminile”? La risposta, dati alla mano, è sì. La Carta della Mobilità delle Donne — documento promosso da associazioni ed esperti del settore per portare la prospettiva di genere al centro delle politiche di trasporto — fotografa un sistema in cui le abitudini di spostamento delle donne sono strutturalmente diverse da quelle degli uomini, plasmate da fattori sociali, lavorativi e familiari che il disegno delle nostre città stenta ancora a riconoscere.
I numeri dell’Osservatorio Audimob di ISFORT restituiscono un quadro preciso. Le donne effettuano più spostamenti quotidiani degli uomini, ma a corto raggio e quasi sempre in ambito urbano: il 72,9% dei loro tragitti avviene in città, contro il 69,4% maschile. Si muovono più a piedi, usano di più il trasporto pubblico, guidano meno l’auto e ricorrono raramente ai veicoli a due ruote. Il risultato è un tasso di mobilità sostenibile mediamente più alto rispetto agli uomini — un dato che, paradossalmente, riflette anche i limiti strutturali entro cui si muovono.
Questi limiti hanno radici precise. Secondo le analisi INPS sul divario occupazionale, il minor accesso delle donne al mercato del lavoro riduce gli spostamenti sistematici casa-lavoro e aumenta quelli legati alla cura quotidiana: commissioni, accompagnamento di familiari, gestione dei bisogni domestici. È una mobilità frammentata, fatta di tratte brevi e orari distribuiti nell’arco della giornata, che i sistemi di trasporto pubblico faticano a servire in modo adeguato.
A pesare sulle scelte di spostamento c’è anche la sicurezza, o meglio la sua percezione. I dati ISTAT mostrano che le donne rispetto agli uomini si sentono sostanzialmente insicure quando escono da sole di sera. Una percezione che non rimane astratta: si traduce nell’evitare i mezzi pubblici nelle ore notturne e nel ricorrere all’auto privata come riparo, anche quando non sarebbe la scelta preferita.
Il problema non riguarda solo chi si sposta, ma anche chi è impiegato nel settore. Secondo Manageritalia, le donne manager nei trasporti rappresentano meno di un quinto del totale. Una presenza minoritaria che, secondo gli esperti, contribuisce a perpetuare modelli di servizio poco attenti alle esigenze femminili: dagli orari alla progettazione delle fermate, dalla comunicazione all’illuminazione degli spazi.
Per invertire la rotta, il Position Paper preparatorio alla conferenza pubblica sul tema identifica quattro direzioni concrete: una progettazione urbana inclusiva basata sui dati di domanda rilevati da ISFORT e Audimob; servizi di trasporto più flessibili, capaci di adattarsi alla mobilità frammentata e policentrica delle donne; una raccolta sistematica di dati sulla relazione tra bisogni femminili e spazio pubblico, ancora lacunosa sia in Italia che a livello europeo; e infine iniziative mirate a ridurre il gender gap nelle professioni della mobilità.
“Un approccio di genere non riguarda soltanto le donne,” si legge nel documento. Progettare per chi ha esigenze più complesse significa, quasi sempre, migliorare la qualità complessiva dello spazio pubblico e dei servizi.
QUI è possibile scaricare il documento che presenta le proposte e anche una panoramica sulle sperimentazioni in corso in diverse città.