WomeNews dal 2001 il sito de "il paese delle donne"

Maternità, non maternità e libertà: il cammino verso l’autodeterminazione femminile

Nessuna donna dovrebbe mai essere additata come spezzata, gelata o incompleta.

Parlare di maternità e non-maternità significa confrontarsi con una delle esperienze più intime e al tempo stesso più politiche della vita delle donne. Dietro l’immagine patinata, dietro quel mito di perfezione e sacrificio, si celano solitudini, contraddizioni e silenzi. La società continua a chiedere alle donne di essere madri. Madri premurose, instancabili, perfette. Troppo a lungo le donne sono state costrette alla tacita accettazione di un sistema assoggettante che le relegava alle mura domestiche.

mostbet mostbet mostbet mostbet mostbet mostbet mostbet

Oggi come ci si rapporta al desiderio o al mancato desiderio di maternità?  Esiste ancora un “obbligo” latente di maternità? Come ci si rapporta all’autodeterminazione femminile e al diritto di scegliere?

La madre, tra mito, prigionia e destino imposto

Per generazioni, la vita di una donna è stata immaginata come un percorso obbligato: dalle braccia della madre a quelle del marito, fino alla maternità. Un ciclo che si ripete, avallato da stereotipi culturali e morali che ancora oggi resistono. L’affermazione del sé, talvolta, però, passa per la negazione della propria femminilità. Ciò che è stato per secoli percepito come “naturale” – la cura, la maternità, la devozione familiare – diventa in realtà una gabbia soffocante.

Il racconto delle madri perfette, sempre devote e mai fragili, ha cancellato invece la realtà di tante donne che hanno vissuto la maternità come perdita di sé, come rinuncia alle proprie ambizioni.

La madre è la prima narratrice, la prima mediatrice tra il bambino e il mondo.

Rifiutare il matrimonio, non avere figli, o al contrario desiderarli senza riuscire ad averne, diventa spesso motivo di giudizio. È in questo contesto che testi come Una donna spezzata di Simone de Beauvoir e La donna gelata di Annie Ernaux svelano la quotidianità soffocante di molte esistenze femminili. Ernaux, con la sua scrittura essenziale, restituisce il dolore della scoperta di una disuguaglianza strutturale, di un matrimonio che segna la perdita progressiva del sé nell’essere “custode del focolare, la persona preposta alla sussistenza degli esseri e alla manutenzione delle cose”. Ogni desiderio svanisce, uno dopo l’altro, fino all’assuefazione totale. La maternità, tanto desiderata quanto sofferta, diventa un processo di perdita del sé.

De Beauvoir, invece, ritrae figure di madri oppresse dal peso di un’insoddisfazione latente, ben lontane dall’immagine idealizzata delle madri del dopoguerra. Mogli tradite, madri incapaci di comunicare con i figli, donne oppresse dal peso di un ruolo che annienta ogni emancipazione.

Il lato oscuro del silenzio e il peso dei tabù

Dietro le storie di madri che crollano psicologicamente c’è spesso l’assenza di sostegno, il giudizio costante, la solitudine di chi deve affrontare la genitorialità senza reti di protezione, costringendo le donne a scegliere tra l’amore per il figlio e la paura del giudizio sociale, tornando a controllare l’inconscio femminile. Il tutto viene liquidato come debolezza o malessere individuale, anziché come il sintomo di un problema sociale e culturale. In molte culture occidentali, l’idea che una madre debba cavarsela da sola, senza l’aiuto di comunità o di altre figure femminili di supporto, ha trasformato la maternità in una prova solitaria. Condizione resa invisibile, ad esempio, dal documentario Tutto parla di te (2012) di Alina Marazzi, che raccoglie testimonianze di giovani madri alle prese con fragilità e insicurezze.

Non-madri, tra stigma e libertà

Ma se diventare madre resta un compito imposto, scegliere di non esserlo appare ancora più difficile.

L’aborto, in particolare, continua a essere terreno di scontro. Ancora oggi, in molti Paesi, è un diritto negato o limitato, e anche dove la legge lo consente non sempre è realmente accessibile.

«Nei bagni dello studentato avevo partorito allo stesso tempo una vita e una morte», scrive Annie Ernaux nell’Evento, rievocando la sua esperienza di aborto clandestino nel 1963: una narrazione intima che diventa testimonianza storica di un diritto negato.

Ma se pensiamo che questi racconti appartengano al passato, basta guardare all’attualità. Nel 2022 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la storica sentenza Roe vs Wade, cancellando un diritto costituzionale garantito da cinquant’anni. In Italia, invece, la legge 194 è formalmente salva, ma nei fatti ostacolata da una percentuale altissima di medici obiettori di coscienza. Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2019 il 67% dei ginecologi si è rifiutato di praticare interruzioni di gravidanza, con punte dell’80% in alcune regioni.

«La scelta tocca a noi donne», ricordava Oriana Fallaci in televisione già nel 1976, sottolineando come l’aborto fosse una realtà che le donne avrebbero praticato comunque, a prescindere dalle leggi. Una posizione che trova eco nelle pagine del Secondo sesso di Simone de Beauvoir, dove si denuncia l’ipocrisia di una società pronta a difendere l’embrione e, allo stesso tempo, a mandare a morire giovani uomini in guerra.

Sono, quindi, il cinema e la letteratura, spesso, a essere terreno per la resistenza. Ernaux, con le sue autobiografie impersonali, riesce a trasformare la memoria individuale in memoria collettiva. Marazzi, con film come Un’ora sola ti vorrei (2002) o Vogliamo anche le rose (2007), intreccia diari, lettere e filmati privati per dare dignità a storie dimenticate. È in questo intreccio che il racconto femminile diventa politico: una narrazione che rompe i silenzi e restituisce complessità a esperienze troppo spesso ridotte a schemi binari – madre o non-madre, moglie o donna libera.

La necessità di un nuovo patto sociale

Il dibattito su maternità e non-maternità non è solo una questione individuale, ma un nodo che riguarda la società nel suo insieme. Il paradosso è evidente: nessuno addita un uomo come “incompleto” se decide di non avere figli, mentre per una donna la scelta resta spesso sinonimo di egoismo o mancanza.

Una società che si definisce moderna e democratica deve radicare nei valori collettivi e nelle istituzioni l’idea che la parità di genere non è solo un principio astratto, ma un diritto concreto che passa anche dal riconoscimento delle scelte più intime.

Perché nessuna donna dovrebbe mai essere definita “spezzata” o “gelata” per la propria maternità o non-maternità. La vera parità si costruisce garantendo alle donne strumenti concreti – sostegni economici, servizi, tutele lavorative – ma anche riconoscendo la legittimità di ogni scelta individuale. Ogni donna è completa, proprio nella libertà di scegliere chi vuole essere.