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“L’inferno monacale” di Arcangela Tarabotti (suor)

L’intervista sul canale YouTube associazione Il Paese delle Donne alle curatrici di L’nferno monacale di Arcangela Tarabotti (suor).  Meredith K. Ray, Lynn Lara Westwater e Elissa B. Weaver, docenti di università americane, esperte in Women’s studies, dal 1997 collaborano negli studi su Angela Tarabotti.

ARCANGELA TARABOTTI (suor), al secolo ELENA CASSANDRA (Venezia, 1604 – ivi 28 febbraio 1652), nata in imprecisato giorno d’inizio 1604, battezzata il 24 febbraio nella Parrocchia di San Pietro, fu l’unica delle sei figlie di Maria Cadena e Stefano Tarabotti destinata al convento, in quanto zoppa, come peraltro lo era il padre cui non fu impedita la vita affettiva e lavorativa. La sofferta ingiustizia, la non voluta rinuncia “al mondo” diventò un grido che attraversò i secoli, una costante denuncia della monacazione forzata, complici famiglie, chiesa e società ai danni di bambine e adolescenti, spesso ingannate nelle aspettative e vincolate dalla Serenissima, come altrove, all’obbligo di obbedienza. Superarlo risultò impossibile per la tredicenne Elena, rinchiusa nel convento benedettino di S. Anna, sestiere Castello (1617), con vestizione (1620) e voti (1623), ma per molti anni “resistente” alla consacrazione, cui si dovette piegare, con il nome di suor Arcangela (1629).

Lei rifiutò il titolo monastico, firmandosi “Donna Arcangela Tarabotti” quando la disperazione e il genio le offrirono, attraverso lo studio e la scrittura, il riscatto intellettuale e il riconoscimento, oggi storico, di grande letterata e polemista barocca, la cui vasta cultura, acutezza e anticipazione ancora stupiscono. Sensibilità ed empatìa le permisero di riconoscere, condividere e narrare la sofferenza di altre “prigioniere”, desolate e senza speranze.

La sua denuncia uscì dalla Laguna, alimentò il dibattito di circoli, salotti e Accademie,  procurandole inimicizie e opposizioni ma anche stima e sostegno di uomini e donne illustri con cui entrò in carteggio.

L’intervista verte su Inferno monacale, pubblicato integralmente nell’omonimo volume curato da tre docenti di Università americane, esperte in Women’s studies, che dal 1997, da un convegno a tema a Chicago, collaborano nello studio e divulgazione degli scritti di Arcangela Tarabotti:  MEREDITH K. RAY (docente di Lingua e Letteratura Italiana e Women & Gender Studies alla University of Delaware), conta tra gli scritti sulle donne nella prima età moderna Twenty-Five Women Who Shaped the Italian Renaissance (Routledge 2024). LYNN LARA WESTWATER (docente di Letteratura Italiana alla George Washington University), che fra altri scritti ha pubblicato Sarra Copia Sulam: A Jewish Salonnière and the Press in Counter-Reformation Italy (University of Toronto Press, 2020). Ray e Westwater hanno anche curato diverse altre edizioni delle opere di Tarabotti, inclusa la pubblicazione del suo carteggio (Lettere familiari e di complimento, presentazione di Gabriella Zarri, Rosenberg & Sellier, 2005). ELISSA B. WEAVER (Professor emerita di lingua e letteratura italiana all’Università di Chicago), autrice di Convent Theater in Early Modern Italy: Spiritual Fun and Learning for Women (Cambridge, 2007) e esperta delle opere di Angela Tarabotti, ha curato Satira e Antisatira (Salerno editrice, 1998); la prima stampa di Antisatira in risposta al lusso donnesco, satira menippea di Francesco Buoninsegni risale al 1644, pubblicata a Venezia da Francesco Valvasense.

L’Inferno monacale è una sfida aperta ai poteri costituiti, civili ed ecclesiastici, in nome del diritto di scelta e in difesa delle consorelle senza vocazione, costrette “…a una vita noiosa, a lavori che non volevano svolgere, a ripetere sempre le stesse preghiere, a mangiare sempre lo stesso cibo, avendo anche paura per la loro anima sapendo di non potersi mai rassegnare a quella situazione” (L. L. WESTWATER). Scritto prima del 1643, anno in cui uscì lo speculare Il Paradiso monacale, libri tre, con un soliloquio a Dio (incentrato sulla serenità di una vita claustrale accettata in nome della propria vocazione), rimase inedito fino a tempi recenti. Le curatrici suggeriscono che il motivo non sia stato il timore dell’Indice da parte di un’Autrice che, sottolinea M. RAY, “con genialità e coraggio” voleva stampare sempre tutto, quanto la sodale volontà di celare i conflitti e le pessime relazioni nel chiostro per non fornire spunti critici agli oppositori delle nascenti rivendicazioni femminili di cui lei stessa era portatrice.   

WEAVER riconosce all’Autrice l’antesignana capacità di “…andare alla radice della monacazione forzata” e più in generale, d’individuare quelle della misogìnia, matrice della secondarietà femminile: “…in Antisatira, Arcangela Tarabotti indica come primo misogino Adamo e da allora la misogìnia ha colpito tutto le donne.” 

La drammaticità, la “rabbia”, la “indignazione”, “la desolazione”, la pesantezza di lavori ingrati, di sacrifici imposti, il rifiuto di una quotidianità che avvelena destini già provati e minati da malattie in gran parte originate dall’infelicità, spiega il funesto augurio, nell’incipit, “A quei padri e parenti che forzano le figlie a monacarsi” di precipitare nel fuoco eterno; e la firma: “Scandalizzata sempre. Più che Angela della Madre della Donzella” (n. 4, p. 6). Dicitura che appare oscura (n. 4, p. 6), della quale le curatrici ipotizzano “…potrebbe essere un riferimento a Sant’Anna, il suo monastero, o alle sue opere”. 

Il gioco delle parole, l’impatto dei sentimenti, l’opera di nascondimento/svelamento furono peculiarità del barocchismo di cui Arcangela Tarabotti fu magistrale interprete, con scrittura elegante, incisiva, intrisa di emozioni e denunce esasperate.

L’Inferno si configura come “…una rappresentazione drammatica di dannazione eterna e al tempo stesso documento fondativo del femminismo della prima età moderna” in cui la disperata Tarabotti riversa il proprio dolore: “biasima i genitori che monacano forzatamente le figlie, deplora le divisioni che nascono tra quelle monacate e quelle sposate, compatisce le monache infelici che si ribellano al vivere comunque ingiuriandosi l’un l’altra con stridor di denti.” (piego di copertina)

Il volume in oggetto apre con “Una voce di protesta dal chiostro” (I monasteri femminili e la Controriforma; Politiche di famiglia, politica di Stato; La carriera letteraria di Tarabotti), in cui le curatrici biografano l’Autrice e ne commentano gli scritti. L’Inferno è definito “opera accalorata e almeno in parte autobiografica in cui Arcangela Tarabotti denuncia la pratica della monacazione forzata e la corruzione che produce nelle vittime, descrivendo il dispiegarsi di questo fenomeno in ogni aspetto della vita” (p. X)

Nelle successive “Note”, la storia del manoscritto di cui si conosce solo “il Codice Giustiniani” II, 132, una copia non autografa che risale al secondo Settecento e che appartiene a una collezione privata a Venezia” (p. XXXIX); seguono i criteri di edizione; la tavola delle correzioni.   

In Appendice, il documento Alla Serenissima Repubblica Veneta” in cui Arcangela Tarabotti dedica ironicamente al Senato e alla “Repubblica nella quale più frequentemente di che in qual altri si sia parte del mondo viene abusato di monacar le figliole sforzatamente” (p. 82) la sua Tirannia Paterna, “…opera pubblicata postuma con il titolo Semplicità ingannata e con una dedica diversa indirizzata a Dio.”

In esso, passaggi sulle riforme monastiche introdotte dal Concilio di Trento, restrittive della clausura ampliata fino al portone del convento e che ruppero la millenaria tradizione di accoglienza di persone non “consacrate” nei recinti monastici, così come vietarono le precedenti uscite (tranne le Clarisse), per pellegrinaggi, cerimonie, incarichi e visite a genitori malati e ai parenti; la descrizione del rito di consacrazione delle suore (sdraiate a croce sul pavimento freddo, coperte da un drappo nero tra candele e litanie, quindi rialzate a “nuova vita” e velate: “per la monaca coatta sono elementi di una rappresentazione non di devozione religiosa, bensì di una tragedia” (p. XI)

Seguono: Elenco dei manoscritti e dei carteggi di Arcangela Tarabotti; Tavola delle illustrazioni con anche il chiostro del convento di S. Anna; indice dei nomi; ampia bibliografia nelle note.

In copertina, “la Monaca di Monza” di G. Molteni (1847, Musei civici di Pavia), astro del monachesimo coatto che come tante recluse precedenti e successive “…portano umile il volto ma superbo il core. E chi potrà descrivere queste finte religiose?” (p. 40), da Tarabotti definite: “fieri mostri generati dai uomeni”, “mostri non dissimili dai genitori che portano il core lontanissimo dal volto.

Tuttavia il costo pagato anche da loro, da qualsiasi donna monacata a forza, dai primordi del monachesimo (IV_V secolo), nelle tante generazioni, è altissimo. Vivere imprigionate senza colpa; la delusione di essere state “gabbate con false promesse” dai genitori; il desiderio impossibile della “vita nel mondo”; la difficoltà di adeguarsi a un regime imposto di rinunce; la disperazione nel “varcare la soglia del convento, per chi vi entri forzatamente, uguale a scendere nell’Inferno.” Quello che è accaduto a lei.

Info: Meredith Ray, Lynn Lara Westwater, Elissa Weaver (a cura di), Arcangela Tarabotti, “Inferno monacale”. – Roma: Edizioni di storia e letteratura, 2025