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Linguaggio di genere e mondo politico.

Dal ddl potentino alla best practice del Consiglio regionale della Calabria

articolo Crocè su linguaggio

Una sconcertante proposta di legge depositata (e poi ritirata) quest’estate, rimbalza ancora qui e là sui social: si tratta dell’intervento normativo sollecitato dal parlamentare Manfredi Potenti il quale a luglio aveva presentato in Senato un disegno di legge dal titolo: ‘Disposizioni per la tutela della lingua italiana, rispetto alle differenze di genere”. L’obiettivo del parlamentare, poi disconosciuto dal suo stesso partito, la Lega (“Il disegno di legge del senatore Potenti non rispecchia la linea del partito”, ha dichiarato la responsabile per le Parti Opportunità, Laura Ravetto), era quello di “preservare l’integrità della lingua italiana, ed in particolare evitare l’impropria modificazione dei titoli pubblici dai tentativi ‘simbolici’ di adattarne la loro definizione alle diverse sensibilità del tempo”. Più precisamente, la proposta intendeva “preservare la pubblica amministrazione dalle deformazioni letterali derivanti dalle necessità di affermare la parità di genere nei testi pubblici” e vietava il “ricorso discrezionale al femminile” nelle comunicazioni delle Istituzioni e degli Enti pubblici: l’uso del femminile veniva considerato “eccesso non rispettoso delle istituzioni“, per cui “una decisione assunta da una ‘sindaca’ potrebbe essere impugnabile poiché non prevista dal nostro ordinamento“. Ancora, ammetteva “l’uso della doppia forma o il maschile universale, da intendersi in senso neutro e senza alcuna connotazione sessista”, e addirittura, in caso di inosservanza, prevedeva ammende che potevano arrivare a cinquemila euro.

Ora, a parte le evidenti assurdità, e i vuoti culturali anche riscontrabili nell’ammettere quel “senso neutro” che non ha alcun significato, risulta ormai acquisito che le differenze di genere vanno ben evidenziate, e ciò, non per soddisfare “personalismi “ (cit. ddl Potenti), e meno che mai per esaltare “gli aspetti privati di chi esercita funzioni pubbliche “ (ibidem). Il genere non è, e non può essere inteso, “aspetto privato”. Non a caso esistono le “politiche di genere”. Evidentemente non note a tutti.

 

In merito, la sociolinguista Vera Gheno, su “Il Corriere della Sera” ha dichiarato che coloro che si producono in questo tipo di proposte “ignorano la storia stessa della lingua che dicono di voler difendere; e l’idea di sanzionare chi non si adegua alla loro ignoranza è degna dei peggiori regimi totalitari. Questa voglia di repressione nei confronti di chi usa il linguaggio di genere è la dimostrazione migliore di quanto queste persone siano in cattiva fede nel momento in cui ne minimizzano la rilevanza: se i femminili fossero poco importanti, non si agiterebbero tanto nel tentativo di vietarli“.

E comunque, rimane il fatto che ancor oggi, anche all’interno delle Istituzioni, permane la tendenza a evitare di femminilizzare alcune cariche e professioni di tradizionale appannaggio maschile. Una per tutte, la perseveranza dell’attuale Presidente del Consiglio a farsi nomare al maschile, il Presidente del Consiglio, preferenza, questa, che la prima donna a capo del nostro Governo tende ad evidenziare anche su alcuni video, addirittura ironizzando sulle rimodulazioni linguistiche sancite anche dalla Treccani, e dalla “Crusca”, autorevolissima Accademia deputata allo studio e alla tutela della lingua italiana. E non dimentichiamo nemmeno quando accaduto durante una seduta della Camera dei Deputati quando il Presidente ha dato la parola a una parlamentare chiamandola “deputata”, e l’interessata ha ribattuto piccata, chiedendo di essere nomata “deputato”, forse considerando riduttivo della sua autorevolezza l’essere appellata al femminile.

Ma, tornando al linguaggio, che è speculare ai fatti, li riflette e li condiziona, il ricorso al femminile non è “discrezionale”, bensì è il risultato dei tempi, dell’evoluzione della società, dei mutamenti che il linguaggio deve assumere al suo interno. E non è né di destra né di sinistra: rappresenta soltanto il modo in cui la lingua prende atto di un cambiamento sociale. Il linguaggio è un prodotto storico, dunque è in continua evoluzione, così come la società che il linguaggio descrive. E del resto, semplificando la questione, e riducendola proprio all’osso, nella grammatica italiana esiste sia il genere femminile sia il genere maschile, che vanno opportunamente usati quando i fatti, nello specifico i mutamenti sociali, lo richiedono. Ma, allargando lo sguardo, e acuendo la mente, dobbiamo, anche, ben ricordare quanto ha scritto Foucault in “L’ordine del discorso”: il linguaggio è “meccanismo di controllo”, contiene rapporti di forze che dalla dimensione linguistica si trasferiscono nella società, e viceversa. Succede, perciò, che quando nella “grammatica delle parole” si utilizza un maschile che nel genere ingloba il femminile, si ripristina quella “grammatica della vita” cementificata nei tradizionali rapporti uomo –donna in cui la parola empowerment conta come il due di picche nel bridge.

La questione, quindi, è molto più che semplicemente grammaticale: è profondamente, antropologicamente, sociologicamente, culturale. Politica. Dunque non va semplificata né banalizzata.

E a proposito dell’importanza della questione, si ricorda che nel 1987 la Commissione Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva commissionato e pubblicato “Il sessismo nella lingua italiana”, a cura di Alma Sabatini; nel 1994 l’Unesco aveva sollecitato l’eliminazione dei gap di genere nel linguaggio, e da più di un decennio Cecilia Robustelli – ma non solo lei – arricchisce il pluridecennale dibattito sui riflessi linguistici dei mutamenti socioculturali.

Ciononostante, si avverte ancora riluttanza di fronte alla femminilizzazione di parole indicanti ruoli tradizionalmente rivestiti dagli uomini, soprattutto se si tratta di funzioni apicali: si persiste, infatti, nel considerare il maschile come parametro di riferimento valoriale in ogni “coniugazione” del fare e in ogni “declinazione” dell’essere: “Il principio base è sempre quello che il maschile (genere grammaticale) è superiore, così come lo è il maschile (genere sociale) nella società” (Alma Sabatini, op. cit.). A giustificazione di tale preferenza, si adduce il motivo della cacofonia che grava su alcuni neologismi, non comprendendo che il “gap fonico” è dovuto, da un lato, all’assenza del valore d’uso di quel femminile, dall’altro, a quell’ironia puntuta che accompagna i (peraltro corretti) neologismi, come prefetta, direttora, avvocata, ingegnera, architetta, assessora, etc. Non solo: più prestigioso è il ruolo cui le donne arrivano, più sferzante è l’ironia che viene messa in azione per minare l’autostima femminile, come nel caso della nota querelle “ministra/ministressa…”.

Del resto, come osserva l’antropologa Gioia Longo, attenta studiosa della problematica: “Dare un nome è un primo atto d’ identità. Prima non c’erano donne presidenti o segretarie generali di un partito…., quindi non c’era la parola. Oggi, che le donne ci sono, per alcuni continua ad essere difficile usare le parole al femminile….”.

A far da positivo contrappunto a tutto ciò,, un illuminato Team di Funzionarie della Segreteria generale del Consiglio regionale della Calabria ha redatto un prezioso opuscolo, obiettivo di performance e azione positiva del “Piano di azioni positive” del Consiglio, dal titolo “Linee Guida sul corretto utilizzo di un linguaggio di genere e inclusivo “. L’opuscolo ( ma sono sessantasette pagine) è rivolto agli uffici interni, come strumento utile alla redazione degli atti di competenza, per rendere il linguaggio istituzionale omogeneo, non discriminante, e conforme ai mutamenti sociolinguistici contemporanei. Vi si legge una grande verità che purtroppo ancora sfugge a coloro che considerano il linguaggio qualcosa di immateriale che … “vola” via senza incidere sui fatti e sulla persone: “le parole condizionano il nostro modo di pensare e di agire”.

D’altra parte, come si legge nello stesso opuscolo, “La complessa trama socioculturale che fa da sfondo alla questione linguistica richiede un impegno profondo, in grado di portare, innanzitutto, a una maggiore consapevolezza nell’uso delle parole e, infine, a una vera interiorizzazione della cultura del rispetto dei generi e di tutte le diversità che compongono, ognuna con pari dignità, questo mondo.”