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Le prime parole di Leone XIV, il nuovo papa. In una doppia intervista le valutazioni “a caldo” di due teologhe, Paola Cavallari e Letizia Tomassone

All’indomani dell’elezione del nuovo papa Leone XIV abbiamo pensato di interpellare due teologhe autorevoli, entrambe femministe, l’una cattolica, l’altra valdese, perché facciano una loro valutazione su che cosa possiamo aspettarci a partire dalle primissime parole del nuovo Papa dalla loggia di San Pietro.

Ovviamente, saranno gli atti e gli scritti di Leone XIV a dirci se e quanto la sua Chiesa sarà diversa da quella del predecessore, ma a Paola Cavallari (battezzata cattolica ma si considera cristiana ecumenica, fondatrice e presidente fino a 2 anni fa dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne – O.I.V.D.) e a Letizia Tomassone (pastora valdese, docente di Studi femministi e di genere) abbiamo chiesto di “sbilanciarsi” facendo qualche previsione. I temi sono: presenza e significato del femminile, diritti, pace.

La “doppia intervista” mi è sembrata un metodo adatto a far emergere condivisioni (molte) e differenze (significative) tra le valutazioni delle mie due interlocutrici, che ringrazio anche per aver accettato di rispondere “a caldo” su che cosa possiamo aspettarci, o augurarci, dal nuovo Papa.

D. Nel suo primo discorso Leone XIV ha recitato con i fedeli in piazza l’Ave Maria. Non è una cosa abituale, considerando che, per i cristiani, come notò in un suo libretto la filosofa Luce Irigaray (Il mistero di Maria, 2010), la figura di Maria, per quanto popolarissima tra i fedeli, è stata tenuta in ombra dalla teologia, tanto da restare, per molti aspetti, un “mistero”. Come possiamo interpretare il richiamo di Leone XIV alla Vergine?

Paola Cavallari. Innanzi tutto preciso che è troppo presto per valutazioni: su tua richiesta, acconsento a queste impressioni a caldo.  La Chiesa cattolica ha venerato enfaticamente ma soprattutto opportunisticamente la figura di Maria, al contrario della chiesa protestante cui premeva sottolineare la primazia di Cristo in contrasto con la cattolicità. La parola iperdulia, usata da alcuni studiosi/e, designa una devozione che sfiora l’idolatria. Ma Maria è anche centrale nella fede autentica di donne cattoliche, soprattutto povere, vertice della consolazione, grembo materno. La sua presenza nei Vangeli risplende superbamente nel Magnificat (Lc1,48-55). Ma il modo con cui il magistero l’ha rappresentata è stato alquanto contestato da quasi tutte le studiose della teologia femminista. Esso ha innalzato Maria in contrapposizione a Eva e per molto tempo anche a Maria di Magdala, oscurata e rappresentata come peccatrice, un inganno non privo di malizia misogina. Maria è stata usata come modello femminile par excellence, irraggiungibile, donna pura opposta alla peccatrice, apoteosi della madre oblativa che si immola al figlio. La costruzione di tale idealizzazione è frutto dell’immaginario di maschi celibi, come lo sono gli appartenenti al clero. È lo stereotipo androcentrico della donna che Virgina Woolf ha incastonato superbamente con la frase “la rappresentazione idealizzata della donna e la sua insignificanza storica”. Anche il richiamo del nuovo papa mi pare ripercorra le orme dei suoi predecessori, alquanto kyriarcali, che hanno esaltato Maria obliando le donne vere in carne e ossa. A mia memoria l’unico che si è espresso per la dignità reale della donna è Giovanni 23° nella Pacem in terris

Letizia Tomassone. Il riferimento a Maria in ambito cattolico ha spesso una connotazione conservatrice (e quasi sempre anti-protestante). Non a caso la Lettera apostolica di Giovanni Paolo II “Mulieris Dignitatem” caratterizza in ruoli complementari la struttura delle relazioni di genere, e indica da un lato il “principio petrino” per gli uomini, dall’altro il “principio mariano” per le donne. Si tratta di schemi ruolizzanti che rinchiudono le donne in una identità di cura e di accoglienza donativa, e gli uomini in una identità di dominio e controllo. Tuttavia il mondo cattolico non è fatto solo dal Papa, ed è in atto in Italia un processo sinodale che proprio sulla questione delle donne e delle persone lgbtq+ ha rilanciato in attesa di un documento di apertura a una piena dignità di partecipazione alla vita della chiesa. Con questo processo sinodale anche papa Leone XIV dovrà confrontarsi, a partire dalle voci autorevoli di teologhe che da tempo sono presenti nel dialogo, e anche a partire dalle associazioni di omosessuali o trans credenti, spesso sostenute da pastorali diocesane ad hoc. Non mi aspetto tuttavia grandi cambiamenti nell’approccio della Chiesa cattolica alla questione dei ministeri femminili. Più probabilmente si andrà avanti nella valorizzazione delle donne in incarichi di governo senza aprire a un ministero femminile “ordinato” come il diaconato femminile, nonostante molteplici e attestati studi di teologhe e teologi sulla presenza di questo ministero nei primi secoli della chiesa.

 

D. È stato detto sui giornali che il nuovo Papa ha posizioni piuttosto tradizionaliste sui diritti e sulla famiglia, mentre papa Francesco, in alcune occasioni, ha espresso aperture non scontate, ad esempio quando disse, a proposito dell’omosessualità, “chi sono io per giudicare?”. Nel pieno dell’ondata omotransfobica inaugurata dal presidente americano Trump come reazione, lui dice, agli eccessi della cultura woke, che cosa possiamo aspettarci dal nuovo Papa americano sul tema dei diritti?

Paola Cavallari. Basandomi sul suo discorso del primo saluto e della sua omelia alla Messa con il Collegio Cardinalizio il 9 scorso (i pochi pronunciamenti ufficiali) sembra che Leone XIV abbia una concezione kyriarcale non solo della famiglia ma delle relazioni complessive tra umani e della sostanza della fede. Egli afferma “…. la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona …. la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre…. Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere… in un ateismo di fatto”. In questo contesto – si veda l’omelia- la parola fede è da intendersi SOLO come cristiana rettamente intesa. Affermazioni alquanto dogmatiche, quasi preconciliari. Chi nega la natura divina di Gesù sarebbe ateo/a, squalificando così qualsiasi approccio non canonico. Chi non ha fede (quella da lui reputata tale) non avrebbe senso della vita, della misericordia e non conoscerebbe la dignità della persona. Tiziano Terzani ad esempio sarebbe una persona moralmente misera. Queste parole sfiorano l’Extra ecclesiam nulla salus (nessuna salvezza fuori dalla Chiesa). Se non si capisce che esiste una policromia di forme della fede, come si fa a essere credibile nell’ auspicare una pace disarmate e disarmante?  E infine a proposito di sinodalità, emerge che più e più volte, Prevost ha provocato il fallimento del cammino sinodale tedesco, bloccando la costituzione del Consiglio sinodale, dove i membri, vescovi e laici, avrebbero dovuto prendere CONGIUNTAMENTE decisioni sulla direzione della Chiesa cattolica in Germania.

Letizia Tomassone. Purtroppo non si prospettano grandi aperture e questo lo possiamo affermare a partire dalle posizioni assunte in precedenza sul campo pastorale dall’arcivescovo Prevost. La sua adesione alle battaglie contro la cosiddetta “teoria gender” nelle scuole del Perù mostra una mancanza di conoscenza del tema. Infatti non esiste una tale teoria, ma la società e le chiese devono confrontarsi con due elementi. Da un lato con l’analisi accurata di come le società costruiscono i ruoli e le identità di genere, costringendo le persone dentro delle gabbie. Dall’altro con l’esperienza viva di persone, soprattutto giovani, per i quali l’identità non è fissa ma fluida, e questo causa dolore, ma anche gioia, quando si sperimenta la libertà di essere sé stessi. Non credo tuttavia che la stracitata frase di papa Francesco sia ancora da usare come bandiera per le libertà di genere. Piuttosto andrà visto il modo in cui la sua pastorale ha raggiunto le persone (penso ai rapporti con suor Geneviève e il suo mondo di trans e giostrai alle porte di Roma). E sono da considerare le aperture dei vescovi in ogni parte del mondo alla teologia di liberazione lgbtq+, e il gran lavoro che fanno associazioni di omosessuali cattolici come, in Italia, il progetto Gionata  Infine, come la maggior parte dei vescovi che hanno avuto a che fare con gli abusi perpetrati dai preti delle loro diocesi, anche papa Leone XIV ha scheletri nell’armadio rispetto alla non denuncia di tali preti alla giustizia civile.

 

D. Il ripetuto richiamo di Leone XIV a Sant’Agostino (“sono un figlio di Sant’Agostino”, ha detto) ha spinto molti commentatori (Claudio Cerasa, Paolo Mieli, per fare qualche esempio) a ipotizzare che sul tema della pace Leone XIV si posizionerà in modo diverso dal suo predecessore che, ad esempio, sulla guerra in Ucraina è sembrato auspicare la “resa” all’aggressore per fermare la guerra, mentre proprio Agostino parlava di guerra “giusta” se si tratta di difendersi per ristabilire la pace.

Paola Cavallari. Può essere. Al nome Agostino a me sono rizzati i capelli. Fatto salvo il suo testo Le confessioni, che ha il merito di aprire a un genere (La confessione come genere letterario è il titolo di un libro di Maria Zambrano) e di testimoniare pubblicamente una sofferta introspezione, cosa ardua per un uomo, Agostino è stato l’uomo del compelle intrare (costringere a entrare), un invito alla costrizione mirante a “raddrizzare” gli eretici (chi giudica chi è eretico/a?), imponendo loro una fede ortodossa. Agostino è stato il padre del peccato originale, che ha fissato teologicamente la sessuofobia, un assetto mentale che decretava la donna come essere lascivo e tentatrice alleata del demonio. Agostino è stato il padre della Chiesa che ha formalizzato la inevitabilità dell’uso e abuso sessuale delle donne, al servizio dell’imprescindibile sfogo dei maschi, perché in assenza di tali “servizi”, le città sarebbero state invase da sodomia e bande incontrollabili di maschi in calore: giustificazione della prostituzione come male minore (o male necessario) che nella chiesa ha agito da architrave sulla materia. Tralascio le affermazioni misogine. Anche se Agostino fosse dunque stato un fautore della nonviolenza, questi suoi pronunciamenti e apporti alla cristianità potrebbero essere valutati come segni non beneaguranti ed essere tenuti a mente, prima di riconoscersi figlio di Sant’Agostino. Ma tutto ciò non ci esime dallo sperare nella COSTRUZIONE DI PONTI.  

Letizia Tomassone. Mi paiono indicative e aprono alla speranza le prime parole di papa Leone XIV sulla pace “disarmata e disarmante” e la messa celebrata ieri (domenica 11 maggio 2025) con la ripresa di quel grido “Mai più la guerra” (Paolo VI 1965). Potrebbe sembrare che l’invito alla pace sia scontato per un papa, ma sono comunque parole potenti e importanti per tutto il fronte ecumenico e interreligioso che si muove per la pace. D’altra parte l’enciclica “Fratelli tutti” ha già affermato che la dottrina della guerra giusta non ha più spazio nel tempo delle devastanti bombe nucleari, e della incapacità delle guerre di distinguere tra belligeranti e vittime civili. Anzi, appare sempre più chiaro che le continue e orrende stragi di civili sono volutamente usate nelle guerre contemporanee. In questo la “Fratelli tutti” segue una evoluzione già indicata nel Catechismo cattolico. Richiamarsi ad Agostino non significa non tener contro di questi importanti sviluppi della teologia. Finora i discorsi di papa Leone XIV sulla pace hanno avuto una interessante impronta cristologica: il saluto di pace è portato ai discepoli impauriti dal Cristo risorto. E al tempo stesso hanno mostrato la volontà di tener conto della complessità dei conflitti presenti, senza schierarsi, se non a fianco delle vittime. Sarà interessante vedere come il papa attuale vorrà portare avanti missioni di pace e anche di dialogo con le diverse parti, con la Chiesa ortodossa russa e con il mondo islamico, o con la stessa chiesa cattolica in Palestina, a cui sappiamo che papa Francesco era molto vicino.