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La Resistenza femminile del nuovo millennio

Pubblichiamo l’intervento “La Resistenza femminile del nuovo millennio” tenuto da Fiorenza Taricone presso la Fondazione Nilde Iotti lo scorso 16 aprile 2025 in un evento di preparazione alle celebrazioni del 25 aprile.


Penso la Resistenza come un grande ombrello che contiene generazioni diverse queste ultime su un crinale pericoloso: quello delle verità che sono uguali al loro contrario, delle libertà di cui si ignora il prezzo, della primazia del corpo rispetto all’elaborazione, dell’io rispetto al noi. La Resistenza è un antidoto.

Donne, Resistenza, 25 aprile trinomio plurale, una ricorrenza singola sul calendario, un nome collettivo, un mosaico esperenziale, evocativo di tante diversità, che va scritto con la maiuscola appunto perché comprende persone reali che hanno avuto nomi e cognomi; si sono messe in gioco pesantemente, e talvolta per loro è esistito un tardivo lessico diminutivo: eroine.

Le donne della Resistenza non sapevano allora, quando sognavano e insieme facevano, quale evoluzione sarebbe seguita, oggi invece possiamo seguire il percorso che hanno tracciato, conoscendo i tranelli, le lusinghe, le deviazioni da un percorso democratico. Resistere era allora così connaturato alla vita quotidiana delle donne che il passaggio è stato facile e forse anche da questo è dipeso il sentimento più volte da loro espresso di aver fatto solo il loro dovere, ritornando alla vita fuori dall’eccezionalità, con eccessiva modestia; eccessiva perché in realtà hanno cambiato il corso della storia, soprattutto per noi che possiamo misurare quello che loro non potevano sapere: i pregi e i pericoli della democrazia.

Non si può fare carico solo alle generazioni di partigiane oggi quasi del tutto scomparsa, che mi pare abbiano fatto più che abbastanza, di mantenere ancora viva la memoria: spetta a chi viene dopo resistere in altro modo. Intanto ricordare, scavare ancora nelle fessure della storia non raccontata, celebrare, perché le donne sanno bene oggi quale violenza abbia significato la cancellazione del loro genere, la censura, l’irrilevanza, la rimozione cui sono state condannate, cui hanno cercato appunto di resistere nei secoli passati, come potevano. Del resto, la cancellazione è proseguita anche con le donne della Resistenza, partigiane sì, ma solo quelle con il brevetto e meglio ancora con il fucile; comunque sottostimate numericamente tanto da dover continuare a correggere il loro numero.

La Resistenza femminile esprime una continuità di genere che parte secoli prima, continuando con le 21 Madri della Repubblica e il suo filo ininterrotto è già educativo rispetto alla istantaneità che veicola il web; il passato è frantumato nell’eterno presente, il futuro è prospettato ai giovani come negativo procurando fratture generazionali, di comunicazione, valoriali e soprattutto disgregative. La forza della Resistenza è stata invece il noi, diversamente dalla malattia dell’individualismo che non a caso è ritenuta una malattia della democrazia. La Resistenza femminile si è prodigata in cure per tutti di ogni tipo, mediche, morali, e per quelli che morivano; il lascito di oggi è che se le donne sono di nuovo chiamate a curare un corpo malato che è quello politico non lo faranno con il senso della cura privata e doverosa, ma come scelta pubblica e politica.

La distopia di una forma di governo pericolosa le Resistenti l’avevano vissuta, mentre nella nostra contemporaneità l’individuazione è più difficile, stante anche la guerra mossa alla storia, strategia necessaria per chi intende riscriverla. La riduzione degli insegnamenti nelle scuole, insieme alla recente riforma dei programmi, privilegiando l’eterno presente legato al web è un ottimo combinato disposto per far sì che la tradizione resistenziale diventi una delle tante pagine neanche tanto conosciute. È da lì invece che è partito il riscatto, il sogno tradotto in realtà di una Italia libera e paritaria, con il voto delle donne, non a caso passato allora piuttosto sotto silenzio, un non evento come è stato definito. La democrazia non prevede cittadini e cittadine in armi, ma neanche giovani disarmati dalla propria ignoranza.

La Resistenza è stata la scelta di una parte, partigiana appunto, di riscatto, di cambiamento, di rivolta morale, ma appiattirne il senso occulta la rivoluzione del gesto collettivo, che mutava di segno rispetto alle manifestazioni di massa del regime ed era anche in contro tendenza rispetto alla conoscenza delle lotte emancipazioniste e femministe dell’Italia liberale, che era stata interrotta e non tramandata, se non all’’interno delle famiglie; il nuovo calendario dell’era fascista significava contribuiva a cancellare il pregresso e a ricominciare da capo. Per le donne in realtà ricominciare non aveva molto senso, diritti ne avevano guadagnati pochi, nel fascismo affatto. Il sesso, che nei secoli precedenti era stato chiamato devoto, era chiamato all’obbedienza, riproduttiva, familiare, sentimentale, a sedare i contrasti, come si diceva a riportare la pace, e solo tenendo presente questo possiamo misurare l’abbraccio con la Resistenza; anche silenziosa, anche non eclatante, anche fatta di semplici gesti, ma ugualmente pericolosi; il gesto di rottura rappresentava una rivoluzione interiore ed esteriore di segno diverso rispetto agli uomini.

Come sempre la libertà desiderata e agita ha avuto un suo prezzo: immorali sono state considerate quelle che hanno vissuto in promiscuità mai viste con gli uomini, ma per moltissime di loro l’arresto non significava solo interrogatori, minacce ai familiari, carcere, condanne, ma era da mettere in conto anche la violenza sessuale. Le figure simbolo delle staffette partigiane, sono evocative nella loro fisicità anche di quello che veniva chiamato il vento del nord, che poi solo del nord non era; un vento che portava nuovi valori, quelli che sarebbero serviti a ricostruire il cumulo di macerie del dopoguerra, e a diventarne la spina dorsale: la voglia di impegnarsi, di vivere onestamente, e di considerare qualunque lavoro come nobile, un po’ immuni dal considerare la furbizia a qualunque costo come il maggiore dei pregi. Quando il vento del nord ha cominciato a non soffiare più la scala dei valori si è imbastardita ed è arrivato il vento del conformismo, dell’affarismo a ogni costo, della politica da basso impero. I figli del ’68 hanno tratto ispirazione da quel vento, dei nonni, e non dai padri per i quali quel vento si era affievolito.

Le ragazze figlie della Resistenza hanno dato inizio ad un’altra rivoluzione, quella femminista, in cui la nominazione ha avuto un grande peso, e da allora siamo impegnate a renderla ogni volta dicibile; oggi quella resistenza al patriarcato assume sì nuovi volti, ma camminando su quella tradizione che allora ragazze e donne certo meno colte, ma molto coraggiose hanno immesso sulla scena pubblica.

Per una società di pace le donne hanno combattuto durante la Resistenza e anche nella società del dopoguerra, avendo intuito che dall’uso nucleare non si tornava indietro, ma anche in questo senso la Resistenza è più che mai viva; Nonostante le riflessioni femministe sulla necessità del limite, il cosiddetto secolo breve il Novecento, secondo una celebre definizione per l’intensità e l’importanza di cambiamenti avvenuti molto rapidamente, è stato straordinariamente violento. Lo potremmo invece definire lungo, per il primato assai poco invidiabile di eventi sanguinosi e violenti che ha accumulato; è riuscito a passare alla storia come un concentrato di atrocità: campi di concentramento, olocausto, pogrom, atomica passando per gli stupri civili come le marocchinate a guerra finita con i tedeschi in ritirata in Italia, per finire con la pulizia etnica nei Balcani. In questo sanguinoso elenco, manca spesso la menzione di una rivoluzione, quella femminile, che ha grondato poco sangue e prodotto molti frutti.

Anche oggi occorre resistere ai decisori che ignorano, o fingono, che c’è un altro modo di fare la rivoluzione, sulla scia della Resistenza, una rivoluzione femminile che certo non manca di asprezza, ma non è sanguinosa. Ai sentimenti dei decisori di guerre e povertà e disuguaglianze, impastati di odio, ostilità, ambizioni, sfruttamento, arroganza, razzismo, che sono nati di donna, ma non lo sembrano, la Resistenza femminile oppone un altro tipo di passioni; costruttive; la Resistenza di donne e uomini è tessuta di sentimenti che nulla hanno a che fare con l’epoca delle passioni tristi come una parte della sociologia ha definito i tempi odierni.

Penso la Resistenza come un grande ombrello che contiene generazioni diverse queste ultime su un crinale pericoloso: quello delle verità che sono uguali al loro contrario, delle libertà di cui si ignora il prezzo, della primazia del corpo rispetto all’elaborazione, dell’io rispetto al noi. La Resistenza è un antidoto.

Dalla formazione alla degradazione

Ideato e condotto dalla modella Tyra Banks – una delle prime supermodelle afroamericane a raggiungere una fama internazionale – America’s Next Top Model si proponeva come spazio in cui accogliere, e valorizzare, aspiranti modelle provenienti dai contesti più disparati, spesso con caratteristiche considerate anticonvenzionali nel mondo della moda di quegli anni. Questi ideali venivano espressi e ribaditi da Tyra Banks – la cui figura è diventata sinonimo stesso del programma – nel corso delle sue ventiquattro edizioni. Ogni ciclo, o stagione, seguiva lo stesso schema: giovani donne, aspiranti modelle, si sfidavano in prove fotografiche, shooting in set internazionali, makeover radicali al fine di ottenere contratti e contatti per concretizzare la propria carriera nel settore. Ad ogni puntata la giuria – tra cui negli anni, le modelle Janice Dickinson, Twiggy, Ashley Graham e figure di spicco del settore tra cui André Leon Talley e J. Alexander – valutavano le prove delle partecipanti e votavano chi eliminare. Purtroppo, anche all’interno della giuria si sono verificati episodi contraddittori, tra bullismo e denigrazione delle concorrenti sulla base di questioni legate alla fisicità, caratteristiche culturali e sessuali.

I giudizi spesso impietosi, l’uso spettacolare della sofferenza, le sfide ai limiti dell’umiliazione e le trasformazioni fisiche imposte alle concorrenti hanno alimentato un dibattito sempre più acceso. Quello che si presentava come una rottura del sistema moda, col tempo ha finito per replicare – e in alcuni casi estremizzare – le sue stesse dinamiche tossiche che intendeva combattere. America’s Next Top Model ha davvero aiutato a cambiare le regole del gioco, o è stato solo un altro specchio deformante dell’industria che voleva, forse neanche fino in fondo, sfidare?

Alcune tra le partecipanti ad America’s Next Top Model sono riuscite ad ottenere una carriera di successo nel mondo dello spettacolo, tra queste: Winnie Harlow, Yaya DaCosta, Eva Marcille e Analeigh Tipton. Sono, però, moltissime le testimonianze di ex partecipanti al programma che hanno dichiarato di aver avuto maggiori difficoltà ad affermarsi come modelle in seguito alla partecipazione ad America’s Next Top Model. Quel sogno di una carriera di successo, fatta di contatti e contratti con grandi marchi, si è rivelato un ostacolo, proprio per lo stigma legato al mondo dei reality in quegli anni. Di fatto, lo sfruttamento dell’immagine e delle fragilità delle partecipanti da parte del programma ha fatto sì che l’industria della moda non prendesse loro sul serio come professioniste.

Il corpo femminile e le controversie

Tutto aveva inizio con l’episodio del make over, momento di drastico cambiamento dell’immagine delle partecipanti. Il fine doveva essere quello di rendere le giovani donne più convincenti, versatili, riconoscibili come modelle per brand e fotografi, anche se per molte si è rivelato essere l’opposto. La realtà, però, sembra piuttosto quella di una spettacolarizzazione della mortificazione del sé. Nessuna forma di empatia da parte della produzione o di rispetto delle volontà e dei desideri delle partecipanti. Quanto più il cambiamento poteva essere radicale e repentino più si produceva spettacolo. L’immagine di queste giovani donne, così come il proprio corpo e le proprie unicità venivano mortificate sotto lo sguardo del pubblico. Le controversie si concentrano soprattutto nei momenti in cui non venivano rispettati i confini delle partecipanti, non solo da un punto di vista emotivo, ma anche culturale. Un esempio emblematico riguardò una concorrente afroamericana, alla quale fu imposto un cambiamento radicale di look, senza alcuna considerazione per il significato culturale e psicologico legato ai suoi capelli, né il supporto di professionisti specializzati nella cura del capello afro.

Altre polemiche sensibili riguardano l’eccessiva magrezza rappresentata dalle donne all’interno del programma. Se alcune venivano scartate alle selezioni perché considerate troppo magre e, di conseguenza, non adatte ad avere uno spazio di visibilità all’interno di America’s Next Top Model perché portatrici di un’immagine considerata “sbagliata”, per altre, con la stessa forma fisica, il problema non si poneva. Rispondendo falsamente a quella logica di cura verso la sensibilità del potenziale spettatore, ma solo a favore di telecamera. Il risultato era una rappresentazione scarsamente inclusiva della varietà di corpi, al punto che non venne mai proposta una stagione – o ciclo – dedicata alle modelle plus size, ma solo una per modelle di statura più bassa rispetto allo standard dei casting. Aleggia nelle diverse edizioni una cultura di grassofobia, tanto che a tutte le modelle veniva suggerito in più occasioni di perdere peso per rientrare nelle forme “istituzionalmente” accettabili.

Un caso emblematico riguardò una partecipante che, durante le riprese, prese peso. I giudici e la produzione, oltre a sottolinearlo più volte durante due servizi fotografici, le fecero interpretare il peccato capitale della gola, posando in una bara colma di ciambelle e bacon. In un altro shooting, in cui a ciascuna modella venne assegnato un animale da rappresentare, a lei fu dato l’elefante. In seguito, le venne anche fatto notare quanto lavoro di post-produzione fosse stato necessario per ridurre il gonfiore della sua pancia.

La mancanza di empatia sulla considerazione del corpo femminile si evidenzia prettamente in questi episodi di scarsa attenzione alle ripercussioni psicologiche che questo sentimento di grassofobia, neanche troppo nascosto, poteva avere sulle partecipanti e sulle spettatrici. Anche quando qualcuna all’interno del programma esprimeva apertamente, o meno, un disturbo delle abitudini alimentari, l’argomento veniva affrontato superficialmente e sommariamente, senza preoccuparsi del benessere della concorrente, né tantomeno fornendo strumenti di aiuto, di sostegno o approfittando dello spazio televisivo per fare sensibilizzazione sulle tematiche. In particolare, il rapporto tra lo show e le spettatrici avrebbe richiesto maggiore attenzione, dal momento che il target di riferimento era principalmente quello di giovani donne, c’era bisogno porre un filtro, porre uno spazio di riflessione al fine di educare il pubblico ai rischi di seguire dei canoni estetici e degli ideali quasi irraggiungibili, anziché esasperare tematiche delicate, senza far davvero nulla di concreto per sensibilizzare sull’importanza dell’accettazione. Su questa scia di critica si mosse il sito web Shine di Yahoo! Ribadendo quanto nello show siano presenti elementi di umiliazione e crudeltà ai danni delle giovani donne, creando, inoltre, una lista con dieci motivi per cui America’s Next Top Model fosse dannoso non solo per le partecipanti, ma anche per le spettatrici, a cui si proponevano solo modelli di bellezza irrealistici. Il messaggio implicito era che tutto fosse tollerabile, purché portasse a una forma fisica conforme agli standard richiesti.  

I riflessi psicologici del reality

Possibilmente, tutto nel programma tendeva a rispondere alla logica dello show, del meccanismo tipico dei reality in cui tutto fa spettacolo e intrattenimento. Bisogna ricordare che queste giovani ragazze, provenienti da ogni parte del Paese, venivano selezionate per competere tra loro ogni settimana, affrontando sfide psicologiche, lontane da casa e dalle loro famiglie, cambiamenti drastici del proprio corpo, il tutto contornato da giudizi e critiche spietate. Il clima di stress e privazione arrivava a spingere le ragazze a momenti di crolli psicofisici, affrontando giornate di lavoro che potevano superare le quindici ore, spesso con dodici trascorse senza mangiare o riposare. L’assenza di sonno, la mancanza di cibo e l’essere continuamente sotto lo sguardo della telecamera spingeva le partecipanti a un’esperienza difficile sotto ogni punto di vista. Non mancano episodi in cui le donne collassavano per disidratazione o denutrizione, perché esauste o provate psicologicamente dalla competizione e dai rapporti tesi che si instauravano con le altre donne. Si possono ricordare un paio di episodi in cui due partecipanti a causa di una forte disidratazione furono costrette a recarsi in ospedale per ricevere delle cure, ma volontariamente decisero di tornare al programma e partecipare alla prova pur di non essere eliminate, rispondendo ad una logica di fortissima manipolazione psicologica messa in atto dal programma.

Il clima di tensione veniva accentuato anche da una scarsa attenzione al benessere psicologico delle donne, che potevano avere contatti telefonici con i propri cari solo per circa cinque minuti di telefonata, come riportano alcune fonti. Ma anche, e soprattutto, non ricevendo sostegno anche quando esplicitamente richiesto. A tal proposito si possono ricordare diversi episodi. In una puntata una concorrente fu costretta a posare per un servizio fotografico in una bara a pochi giorni di distanza dalla morte di una sua cara amica. Ancora, una partecipante durante un altro servizio fotografico segnalò alla produzione delle continue avances verbali non richieste da parte di uno dei modelli presenti, nessuno si curò di sostenerla nel suo atto di denuncia, anzi, la spinsero a lasciar perdere rigirando il suo atteggiamento come poco professionale. Un altro episodio mostra una concorrente costretta a baciare uno dei modelli durante uno shooting, nonostante lei avesse espresso il suo disagio alla produzione e al fotografo raccontando di aver subito una violenza sessuale all’età di quindici anni e non sentendosi così di voler portare avanti lo shooting. La scarsità di empatia con cui venne gestito quest’ultimo episodio citato è espressione lampante di quanto l’interesse fosse incentrato sulla strumentalizzazione dei vissuti e delle fragilità delle concorrenti piuttosto che sulla formazione della loro carriera professionale, trascurando completamente il rispetto dei limiti personali e dell’emotività. Si è preferito creare il dramma piuttosto che offrire uno spazio sicuro. Anche le prove settimanali a cui dovevano partecipare le concorrenti erano al limite del rispetto della sicurezza fisica ed emotiva, non tenendo conto anche dei pericoli a cui sottoponevano le donne al fine di assecondare la follia esasperata delle prove, ad esempio: una concorrente ha rischiato l’ipotermia per aver fatto un servizio fotografico in una piscina di acqua gelida, rimproverandola poi per non aver interrotto il lavoro e fatto presente la propria condizione fisica. Ma alla luce anche degli altri esempi citati, quanto spazio di libertà di espressione, di spazio per far valere la propria voce c’era realmente all’interno del programma? Quanto contava veramente il benessere e la carriera di queste giovani donne se non contribuivano a creare quel “drama” che spinge a non cambiare canale?

Tyra Banks nel corso degli anni ha rilasciato spesso dichiarazioni relative alle controversie suscitate dal programma, soprattutto relativamente alle prime edizioni. Il 27 febbraio a Los Angeles, Banks in occasione del discorso di ringraziamento per il premio Luminary Spotlight agli ESSENCE Black Women in Hollywood, ha ammesso di non aver sempre agito al meglio durante le ventiquattro edizioni del programma. Nel suo discorso ha però voluto ribadire quanto si sia battuta per garantire una diversità sullo schermo ben prima che diventasse un impegno condiviso.

Numerosi sono i casi di razzismo, omofobia, grassofobia e manipolazione psicologica che hanno segnato soprattutto le prime edizioni del programma. Che si sia trattato del riflesso di un’epoca meno consapevole dell’impatto su partecipanti e spettatrici, o di una strategia mirata a ottenere il consenso di un pubblico affamato di contenuti sensazionalistici, America’s Next Top Model si è comunque ritagliato un posto nella cultura pop. Ha accompagnato un’intera generazione di giovani donne che, nel bene e nel male, attraverso l’esempio del programma e la sua rilettura critica, hanno potuto emanciparsi da una visione fortemente tossica del corpo e dell’identità. Che si tratti dei canoni estetici imposti, dello sguardo maschile dominante (male gaze) o di ideali di perfezione irraggiungibile promossi dai media, oggi forse si comincia davvero a valorizzare la diversità come ricchezza e non come eccezione.