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La colpa di essere visibile: Lo spazio delle donne di Daniela Brogi

Lo spazio delle donne non è mai stato neutro e non è mai stato distribuito in modo innocente; questa la premessa da cui muove Daniela Brogi ne Lo spazio delle donne (2022). Brogi offre una chiave per leggere questa persistenza: lo spazio pubblico, culturale, professionale è sempre stato appannaggio della centralità maschile, che si presentava come universale. Non basta “fare spazio” alle donne, espressione che conserva qualcosa di paternalistico, come se quel margine venisse concesso, ma bisogna riconoscere che quello spazio è già delle donne. Ma questo cortocircuito linguistico esiste nel linguaggio dei media, nei luoghi di lavoro, nei percorsi educativi. Il disagio di una singola donna davanti al proprio desiderio di visibilità non è mai soltanto suo: è il sintomo di un sistema che ha reso la piena esistenza femminile qualcosa da trattare ancora come non ordinario.

Virginia Woolf, nel rivendicare per le donne “una stanza tutta per sé”, non chiedeva soltanto uno spazio materiale. Chiedeva una condizione simbolica: il diritto di pensare senza intrusione, di esistere senza autorizzazione e senza essere valutate da altri. Ma una stanza, da sola, non basta se si continua a guardare con sospetto la donna che la abita. Brogi parte da qui e spinge più in fondo: una stanza non basta se il diritto di occuparla deve essere continuamente rinegoziato.

La donna da contenere

Ogni donna cresce dentro una trama di ruoli che la precede. Prima ancora di definirsi, viene definita. È esattamente questo che Brogi mette a fuoco ne Lo spazio delle donne: il problema non è solo l’esclusione esplicita, ma un immaginario più sotterraneo, che continua a stabilire quali ruoli femminili siano accettabili e quali diventino, invece, disturbanti.

La donna che devia, che non segue il tracciato previsto, non incontra soltanto disaccordo: incontra resistenza. Simone de Beauvoir aveva già smascherato il meccanismo: ciò che si presenta come universale ha troppo spesso il volto del maschile. Brogi lo riprende e lo aggiorna: nominare questa struttura, renderla visibile, è già un atto politico. La donna continua a misurarsi con un centro che non ha contribuito a costruire. E non sorprende che il suo movimento verso quel centro venga percepito come invasione, come squilibrio, come eccesso.

 

Una donna intera

Brogi scrive che lo spazio non si concede: si riconosce come appartenente. È una distinzione che vale anche sul piano più intimo, quello della singola donna che si misura con il proprio desiderio di esistere pienamente. A creare tensione è la donna che desidera la propria realizzazione senza sentirsi obbligata a compensarla continuamente con disponibilità, modestia, auto-riduzione. Nessuna donna dovrebbe essere definita fredda solo perché non si sacrifica. Nessuna dovrebbe sentirsi arrogante solo perché non si limita. Nessuna dovrebbe domandarsi, ogni volta che prende spazio, quale sarà il prezzo del proprio emergere. Una società che si dichiara paritaria non può continuare a leggere l’ambizione, la parola e la centralità femminile come un eccesso. Non può chiedere alle donne di essere presenti solo a condizione di restare contenute. È qui che il ragionamento di Brogi smette di essere letterario e diventa urgenza politica: finché lo spazio delle donne verrà trattato come concessione, la parità resterà una promessa formale.

Non si tratta di fare concessioni alle donne, né di correggerle, né di ammirarle quando eccedono le aspettative. Il sistema ha trasformato l’interezza femminile in una domanda da giustificare. E finché quella domanda sarà ancora necessaria, il problema non riguarderà solo le donne: riguarderà che tipo di società abbiamo deciso di abitare.