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Isabella Rossellini: Diva dell’oscurità e del crepuscolo della spensieratezza

C’è un momento, in Blue Velvet, in cui Dorothy Vallens sorride. È un sorriso fuori posto perché troppo consapevole, troppo amaro per il contesto. Ma è da questi dettagli che si riconosce la firma di Isabella Rossellini: un’attrice capace di portare dentro un film qualcosa che il film non aveva previsto.

Tra il noir allucinato di David Lynch e il crepuscolo sentimentale dei fratelli Taviani, Isabella Rossellini costruisce due figure opposte e complementari: Dorothy Vallens in Blue Velvet (1986) ed Eugenia ne Il prato (1979). Due registi e due immaginari inconciliabili, eppure attraversati dalla stessa attrice con uguale intensità. Nel panorama cinematografico degli anni Settanta e Ottanta, poche attrici hanno saputo attraversare universi estetici così distanti mantenendo intatta la propria forza espressiva, senza perdersi in un trasformismo virtuosistico di chi scompare nel personaggio. Dualismo, versatilità, bellezza enigmatica. Da una parte Dorothy Vallens, corpo ferito del desiderio, figura tragica intrappolata in un universo di ossessione, abuso e fascinazione perturbante. Dall’altra Eugenia, presenza malinconica, immersa in una dimensione di passionalità eterea e progressivo disincanto.

È nel confronto tra questi film che emerge il nucleo del talento rosselliniano: la capacità di abitare il centro emotivo di un’opera senza mai lasciarsi consumare da essa.

 

Dorothy: l’incubo di Blue Velvet

In Lynch, Rossellini è subito immagine e ferita: Blue Velvet la consegna al buio di un mondo in cui l’innocenza ha già qualcosa di malato e in cui l’amore, evocato dal simbolismo dei pettirossi, assume quasi subito una declinazione erotica e perversa. Dorothy Vallens appare come una femme fatale in decadenza, eterea e glaciale, dall’aura malinconica. Rossellini regge questo equilibrio con una precisione notevole: non carica mai il personaggio di eccessi, non forza il lato melodrammatico, ma lascia che il dolore emerga per stratificazione, attraverso il corpo, lo sguardo, una forma di vulnerabilità che non cancella mai del tutto la forza. Dorothy è vittima, dominatrice, preda, fantasma. In un gioco delle parti tra archetipi e tra le fessure dell’armadio, si manifesta il voyeurismo dello spettatore che osserva. Tramite lo sguardo di Jeffrey, Rossellini esplora la fragilità di una figura che affascina proprio mentre si spezza: vittima che per un momento diventa dominatrice, prima di dissolversi definitivamente. Ma Rossellini sottrae Dorothy a qualsiasi riduzione a oggetto del desidero e le restituisce una densità tragica. Si veste di una malinconia che resiste anche quando il film la trascina dentro il sadismo, l’umiliazione, la paura. La possibile rinascita resta sospesa, sfumata, ambigua. Come il suo sorriso: consapevolmente amaro, forse già oltre ogni promessa di salvezza.

 

La luce spenta: Eugenia ne Il prato

Se Lynch lavora sull’oscurità, i Taviani fanno quasi il contrario. In Il prato, Isabella Rossellini non è il corpo segnato dal trauma, ma il volto di una sospensione, della fissità. Eugenia non abita l’incubo: abita il crepuscolo della spensieratezza. Il suo personaggio raccoglie il clima di fine degli anni Settanta, in una Toscana quasi eterizzata, in una natura che sembra promettere libertà e invece si rivela traditrice, scenario di relazioni che oscillano tra desiderio e dissolvenza. La stanchezza degli ideali si condensa in uno sguardo disincantato, in un addio sordo alle ambizioni rivoluzionarie e alla passiva rassegnazione in virtù della vita adulta. «Fino a quando ci si può illudere che si può vivere dimezzati?» è la domanda che attraversa il film, e Rossellini la incarna senza trasformarla in dichiarazione, ma facendone temperatura emotiva. Eugenia è magnetica, incantatrice, seduttiva, la sua voce ammaliante rende le due figure maschili disposte ad accettare qualsiasi sua scelta, come sotto l’incanto magico di un pifferaio. È un fascino più rarefatto, più nostalgico, più esposto al tempo che passa e alla perdita. In un clima di incertezza, di presenza-assenza, di sfasamento temporale e di bucolica passione, Rossellini le dà il volto di chi sa già che la promessa non si manterrà: una femminilità che si scopre nell’atto stesso di disincantarsi. Solo apparentemente fragile, Eugenia raggiunge la propria consapevolezza al prezzo della spensieratezza.

Due immagini-limite

Dorothy ed Eugenia sono due immagini-limite della femminilità rosselliniana sullo schermo. La prima vive nell’ombra di un desiderio malato, tra violenza psicologica, eros e umiliazione. La seconda nella luce spenta della disillusione, tra passione, attesa e perdita. Una appartiene alla vertigine dell’incubo; l’altra alla stanchezza del possibile.

Isabella Rossellini sa abitare personaggi che non si lasciano mai consumare interamente dal film, in entrambi resta intatta quella bellezza enigmatica che non coincide mai con la semplice fotogenia: è tensione, ambiguità, profondità introspettiva.

Per questo il dualismo tra Blue Velvet e Il prato non racconta soltanto la versatilità di Isabella Rossellini, ma la sua capacità di incarnare figure femminili attraversate da una complessità che resta sospesa nel volto dell’attrice, in una zona non pacificata. Dorothy ed Eugenia consacrano così due lati della stessa icona: la diva dell’oscurità e quella del crepuscolo della spensieratezza.