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“Il Sessantotto: alla ricerca di senso. Sguardi al femminile tra passato, presente e futuro” di Chiara Puppini

Ripensare il Sessantotto, nella ricerca femminile di senso

Recensione al volume di Chiara Puppini, Il Sessantotto: alla ricerca di senso. Sguardi al femminile tra passato, presente e futuro, quaderni di rEsistenze, Cierre 2026-

Segue intervista all’autrice di Maria Paola Fiorensoli sul canale YouTube Associazione il Paese delle donne

Qualche tempo fa, quando cominciai la mia ricerca sulla presenza cattolica nel femminismo degli anni ‘70 in area veneta[1], l’interlocuzione con Chiara Puppini si è presto rivelata necessaria: lei, infatti, da giovane studentessa iscritta alla fuci (federazione degli universitari cattolici) di Venezia, ne era uscita nel ’69 con una lettera (firmata da altre due colleghe), che aveva avuto il coraggio di sostenere che tale organizzazione rappresentava un’ <associazione classista>. Così, mettendomi in contatto con lei, ho scoperto che Chiara stessa stava lavorando ad una pubblicazione intorno a quegli anni fondamentali: un libro di grande interesse, che ora possiamo conoscere e discutere direttamente; ed è in questa prospettiva che ne offro qui una prima lettura.

Il volume è prima di tutto una testimonianza, anzi una raccolta di testimonianze tenute insieme dalla stessa domanda di fondo, come sottolinea anche il titolo scelto: che senso ha avuto la rivoluzione iniziata col Sessantotto per quella generazione di donne che ne è stata protagonista, ma anche che senso ha avuto ed ha per le generazioni successive, alla luce del ‘diluvio’ che ne è seguito? La risposta, se di risposta si può parlare, si dipana su vari piani cronologici, in un continuo intreccio tra passato, presente e futuro, ma facendo sempre perno sulle testimonianze biografiche.  Questa raccolta, infatti, presenta in primis la storia di un’amicizia tra donne (Chiara stessa e l’amica Ida Zavagno, scomparsa nel 2011, con la presenza anche di Paola Melchiori, che firma la prefazione): un’amicizia nata proprio intorno a quegli anni e che si consolida sempre più nel reciproco sostegno, in quella che viene sentita come una vera forma di resistenza, nella lotta contro tutti i modelli di vita imposti. Nella sezione Il nostro Sessantotto: raccontiamocelo tra noi due le vediamo accomunate dall’appartenenza ad una famiglia borghese, dove peraltro le madri si erano trovate presto sole a crescere i figli, e dalla solida formazione cattolica, proseguita appunto anche nei primi anni universitari. Per Chiara si parte dall’impegno nella Fuci, il dibattito sulla legge Gui n. 2314 e l’occupazione di un’aula del Liviano, sede della Facoltà di lettere a Padova. Da questo momento il ’68 costituisce per lei la rottura con ogni convinzione pregressa, ovvero un’andata senza più ritorno; e il primo impatto -come ricordavo più sopra- avviene proprio con la Fuci per la sua cultura d’élite, anche se avendone assorbito l’etica dell’impegno. Emerge poi, grazie alla raccolta di appunti e trascrizioni di interviste a Ida Zavagno, raccolte da Chiara nel periodo 1993-1996, ancora un’altra ‘faccia’ del Sessantotto, tipico di aree in cui si veniva da una subcultura come quella veneta: la fase è vissuta come un passaggio alla modernità, come il momento dell’affrancamento, in primo luogo personale, ma sempre anche collettivo, perché l’essere in conflitto con la realtà circostante implica cercare un punto di riferimento totalizzante nel gruppo: un gruppo che inizialmente, per entrambe, è un gruppo misto, mentre solo successivamente si farà strada la relazione privilegiata tra donne, che alla fine emerge come il fil rouge di tutto percorso.

Nella ricostruzione autobiografica del Sessantotto trova spazio, infatti, anche uno sguardo retrospettivo verso un’altra generazione femminile che aveva in qualche modo prodotto una profonda cesura, che aveva sfidato la famiglia e la religione e che per questo aveva spesso incrociato elaborazioni e organizzazioni della Sinistra politica: le donne della Resistenza, alle cui testimonianze per l’area veneziana Chiara e Ida avevano lavorato tra il 1993 e il 1995[2]. Così come alla fine del percorso, che si chiude -è bene precisare- a trent’anni di distanza dall’inizio- sarà utile il confronto con una giovane donna, all’età di venticinque anni già deputata del Partito Democratico: Rachele Scarpa, partita da forme di attivismo nell’ambito del movimento studentesco del XXI secolo.

Nel ’68 si era andati ben oltre le strutture della Sinistra politica tradizionale; il marxismo era diventato l’intelaiatura di tutte le analisi e di molte decisioni, ma supportando una domanda di cambiamento radicale, non la ricerca di possibili riforme. Anche se spesso conosciuto in modo schematico -afferma l’autrice-, il marxismo è stato per quasi tutte le testimoni intervistate un punto di riferimento imprescindibile per pensare la trasformazione. Così era accaduto che, avendo <20 anni nel momento giusto>, si potesse pensare che la rivoluzione fosse a portata di mano; e che fosse ammissibile anche il ricorso alla violenza: fin dalla prima occupazione all’università, Chiara si era posta il problema dell’uso di questo tipo di forzature, tanto da chiedere chiarimenti all’assistente della Fuci, che le aveva citato S. Tommaso e la necessità di sperimentare tutte le possibilità prima di arrivare alle azioni forti. Progressivamente l’idea della forzatura anche violenta -ci raccontano le testimonianze- diventa più accettabile, anche se soprattutto nella chiave offerta da ‘Lotta continua’, che la praticava come violenza di massa e strumento di autodifesa dalle aggressioni della polizia o delle forze egemoni. Puppini ci fa anzi capire che nel contesto veneto fu evidente la fascinazione che il movimento di ‘Lotta continua’ esercitava su molti e molte giovani di formazione cattolica, per il suo interesse verso la condizione degli esclusi e per la socializzazione delle lotte operaie che promuoveva. Il racconto di Susanna Ronconi, infine, raccolto nel 2023, arriva a tematizzare esplicitamente la scelta della vera e propria lotta armata, anche se vissuta prevalentemente nell’ottica delle formazioni di Prima linea, che avevano un’idea della violenza -dice la stessa Ronconi- come guerriglia urbana a supporto delle lotte sociali, non in loro sostituzione.

La terza parte del libro, che interroga il senso dell’essere donna oggi, tra domande sulla maternità e altre sull’esercizio femminile del potere, è percorsa dall’amara consapevolezza di quanto sia diventato tutto più complesso e confuso, nel nostro mondo, tanto da essere quasi impenetrabile anche allo sguardo della generazione qui protagonista: < Il delirio di onnipotenza che animava noi, generazione del Sessantotto, si è trasformato nell’hybris tecnologico, mettendo in crisi l’universo dei valori che ispiravano le nostre azioni>.

Il lavoro di Chiara Puppini conferma la lettura degli anni della contestazione come effetto dell’intreccio tra una rivolta generazionale e una fase di forte trasformazione della mentalità e degli stili di vita, che ha travolto l’intera società italiana, e più in generale occidentale:  una fase che ha prodotto un desiderio utopico di ‘cieli e terra nuovi’, di cui oggi siamo un pò tutte/i orfane/i.

Liviana Gazzetta

giugno 2026

[1] Rinvio a Non c’è più religione. Cattolici e cattoliche nel lungo ’68 in Veneto, “Venetica. Rivista di storia contemporanea”, 2/2024.

[2] Confluite nel volume curato da G. Albanese e M. Borghi, Memoria resistente. La lotta partigiana a Venezia e provincia nel ricordo dei protagonisti, Nuovadimensione 2005.

Intervista all’autrice di Maria Paola Fiorensoli sul canale YouTube Associazione il Paese delle donne