WomeNews dal 2001 il sito de "il paese delle donne"

Ricordando Edith Ballantyne, donna di pace. Il ricordo di Ada Donno

Il 25 marzo 2025 ci ha lasciate Edith Ballantyne, già segretaria generale e presidente internazionale della Women’s International League for Peace and Freedom. Il suo straordinario contributo alla pace, la giustizia e i diritti umani le è stato riconosciuto con l’assegnazione del Gandhi Peace Award nel 1995 e dell’International Peace Woman Award nel 2003.

di Ada Donno

Edith Ballantyne se n’è andata serenamente a 102 anni – comunica una nota della WILPF internazionale – circondata dall’affetto della famiglia e dalla incondizionata stima e riconoscenza di chi l’ha conosciuta nel corso della sua lunghissima vita dedicata per intero e fino all’ultimo alla pace, la giustizia e i diritti umani delle donne.

Nel darne l’annuncio “con profonda tristezza”, l’attuale presidente della WILPF Sylvie Ndongmo scrive: «Ci mancheranno profondamente la sua acuta intuizione politica, la sua immutabile solidarietà e generosità, la sua profonda gentilezza. La sua incrollabile fiducia nell’umanità e in un mondo migliore è stata davvero fonte di ispirazione per tutte noi. Edith lascia un’impronta indelebile sia nella sua WILPF che nella comunità globale e la sua luce continuerà a guidarci mentre proseguiamo lungo il felice e formidabile cammino che lei ha tracciato: porteremo il suo testimone con orgoglio, correndo con incrollabile determinazione lungo il percorso che ha illuminato».

Le parole di Sylvie Ndongmo mi risuonano nel profondo, mentre ripasso nella mente le occasioni in cui ho avuto il grande privilegio di incontrare Edith. La prima volta nel 1984, a Milano, dove era fra le relatrici al convegno nazionale delle donne dell’ANPI dedicato alle “donne protagoniste per una nuova cultura della pace nella resistenza e nella società”. Edith era stata invitata non solo nella sua veste di segretaria generale della WILPF, ma anche nel ruolo straordinario attribuitole dalle Nazioni Unite di coordinatrice della sottocommissione per la pace nell’organizzazione del Forum mondiale delle ONG in preparazione a Nairobi per l’anno dopo.

L’evento si sarebbe tenuto in parallelo con la Conferenza mondiale dell’ONU per le donne, che la capitale del Kenia si apprestava ad ospitare nell’85, ma già si preannunciava attraversato da un acuto contrasto geopolitico: i paesi dell’Est europeo e altri del Sud del mondo avevano dichiarato la loro insoddisfazione per “l’arrogante ostruzionismo” delle potenze occidentali che, a loro dire, brigavano per far passare in subordine due dei tre temi del Decennio per le Donne: parità, sviluppo e pace. Adducendo il pretesto che fossero “troppo conflittuali e politicizzati” e non riguardassero lo “specifico femminile”, cercavano di espungere dai documenti preparatori alcune problematiche connesse allo sviluppo e soprattutto alla pace.

La Conferenza ed il Forum di Nairobi ‘85 sono poi passati agli annali della storia del ‘900 come pietra miliare del percorso di liberazione delle donne del Sud del mondo, ma in quel frangente storico, mentre si vivevano i parossismi della guerra fredda, le potenze occidentali manovravano per retrogradare alcune tematiche scomode – il disarmo e i pericoli di guerra nucleare, insieme alle questioni dei territori palestinesi occupati e delle lotte di liberazione anticoloniali – che già erano a rischio di restare ai margini della mappa mentale del movimento femminista occidentale.

Edith colse l’occasione della tribuna di Milano per denunciare energicamente quanto stava accadendo sotterraneamente e chiese alle donne dell’ANPI di agire per “vincere la sfida di Nairobi”.  Sappiamo come andò. Edith quella sfida la vinse riuscendo, sostenuta non solo dalla WILPF ma anche da altre ONG come la Women’s International Democratic Federation – che a sua volta coordinava il sottocomitato “Donne in situazioni di emergenza” – a riportare la pace al centro. Ottenne che un “Centro della Pace” fosse incluso nell’organizzazione del Forum, istallato in una grande tenda a strisce bianche e blu nel bel mezzo del campus universitario che ospitava il Forum mondiale. La Tenda della pace divenne di fatto il punto d’incontro delle attiviste venute da tutto il mondo a Nairobi ‘85 per dire che il disarmo e la liberazione dei popoli dal colonialismo erano una faccenda di donne!

Negli anni successivi mi è capitato d’incontrare Edith in alcune occasioni, come le “scuole di pace” internazionali organizzate dalla WIDF in diverse capitali europee dell’Ovest e dell’Est. Ricordo in particolare un seminario a Sofia nel settembre dell’88 sulle “azioni delle donne per la pace e il disarmo”. Edith ci tenne a ricordare, con commozione, che un debito di riconoscenza la legava alle donne bulgare da quando, profuga dalla Cecoslovacchia invasa dai nazisti, era stata accolta e ospitata in Bulgaria prima di trovare una via di fuga che l’avrebbe portata in Canada.

Conservo poi il ricordo vivo di un seminario internazionale della WILPF a Pensier, in Svizzera, nel ‘93. Ero a quel tempo presidente della sezione italiana ed Edith mi volle manifestare la sua preoccupazione per certe controverse azioni che avevano coinvolto alcune nostre associate. Allora mi colpì e mi restò impressa nella mente l’attenta premura con cui seguiva le vicende di ogni singola sezione della WLPF. E mi ritorna alla mente ora, attraverso le parole di Sylvie: «Edith ha sempre messo al centro della sua vita e del suo attivismo le persone, che ascoltava con rispetto e considerazione, dimostrando profonda cura e gentilezza verso le sue compagne attiviste della pace».

Edith fu ancora fra le protagoniste del Forum mondiale delle donne che si svolse a Huairou (Pechino) nel ’95, in parallelo con la quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite per le donne: fu tra le progettatrici del memorabile Treno della pace che partì da Helsinki carico di donne provenienti da ogni continente e arrivò a Pechino dopo aver toccato San Pietroburgo, Kiev, Bucarest, Sofia, Istanbul, Odessa e Almaty.

Quando l’abbiamo rivista l’ultima volta, dieci anni dopo quella storica data, in occasione del centenario della WILPF celebrato a l’Aja, già era circonfusa dell’aura di ammirazione riverente tributata a un mito.

Edith era nata il 10 dicembre 1922 a Jägerndorf, in Cecoslovacchia. Gli anni della sua giovinezza erano stati segnati dalla guerra e dallo sfollamento. Come racconta la sua biografia, aveva appena 16 anni quando i nazisti occuparono la sua terra natale e la sua famiglia dovette fuggire: dalle drammatiche vicende della sua famiglia, della guerra e dall’esperienza di rifugiata Edith trasse ispirazione per l’impegno politico fin dalla giovane età, maturando i valori politici e umanitari che avrebbero guidato la sua vita.

Incontrò la WILPF a Toronto, dove infine si era rifugiata, all’età di diciannove anni. Nel 1948 si trasferì a Ginevra e qui prese a lavorare per l’organizzazione, alternando l’impegno lavorativo con quello della cura dei figli. Solo a partire dal 1968 divenne continuativo e profondo il suo rapporto con la sede centrale della WILPF, di cui divenne in breve tempo segretaria generale, fino al 1992, e poi presidente fino al 1998.

Sylvie Ndongmo sottolinea come durante ambedue i suoi mandati Edith abbia «contribuito notevolmente a rafforzare la presenza della WILPF presso le Nazioni Unite in un momento in cui l’ONU simboleggiava la speranza e la possibilità di una pace globale che avrebbe migliorato la vita di tutti i popoli». Nel sostenere instancabilmente il disarmo, i diritti delle donne e la risoluzione pacifica dei conflitti, Edith si è adoperata al contempo a promuovere l’unità e la cooperazione fra le ONG, perché riteneva importante che parlassero con una sola voce all’ONU. «Credeva fermamente – scrive Sylvie – nel potere della nostra forza collettiva, la sua visione coerente e il suo impegno per la pace hanno contribuito ad amplificare la voce della WILPF sia sulla scena globale che dentro i movimenti di base. E non smetteva di ricordarci che dobbiamo dare il buon esempio, imparando a convivere e collaborare anche in presenza di divergenze, poiché il conflitto e la violenza non risolvono nulla».

Credeva fermamente nei principi della pace, della giustizia sociale e dell’uguaglianza, che considerava inseparabili dall’azione pratica. Così come «credeva che la WILPF dovesse unire le persone ed esortava continuamente le attiviste associate a tornare al senso originale della Carta, alla sua anima, che si basa sulla cooperazione e non sullo scontro o la competizione».

In una intervista, aveva detto: «A volte i miei amici dicono che sono stata solo un’idealista. Ma non sono un’idealista. Penso solo che facciamo ciò di cui siamo capaci. E che la vita sia qualcosa di meglio che combatterci l’uno con l’altro tutto il tempo o competere l’uno contro l’altro, o cercare di valere di più degli altri».  E con grande coerenza, nel suo agire, Edith è stata guidata da spirito di giustizia, mai da ambizione di potere.

Per tutte queste ragioni e per molte altre, anche dopo essersi dimessa dal ruolo formale di leader della WILPF, «è rimasta una luce guida per generazioni di attiviste, alle quali lascia un’eredità fatta di coraggio, convinzione, passione e fede incrollabile nell’umanità e in ciò che è possibile realizzare insieme. Cominciando lei stessa a mostrare cosa è possibile fare quando ci rifiutiamo di accettare la guerra e l’oppressione come inevitabili».

Addio, Edith. Mentre piangiamo la tua scomparsa insieme a tutta la WILPF, sentiamo che «il tuo spirito vive in tutte coloro che continuano il lavoro che hai portato avanti con tanta passione».