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Grazie, Franca Viola

Nell’agosto di 45 anni fa lo Stato Italiano ha abrogato due articoli del codice penale: art. 544 c.p. il matrimonio riparatore e art. 587 c.p il delitto d’onore.

Franca Viola all’età di quindici anni, con il consenso dei genitori si fidanza con un giovane nipote di un boss mafioso e membro di una famiglia benestante. Ma quando il giovane viene arrestato il padre di Franca, non vuole che sua figlia lo frequenti più.

Il 26 dicembre 1965 all’età di quasi 18 anni, Franca venne rapita dal mancato fidanzato, che agì con l’aiuto di dodici amici, devastando l’abitazione della giovane e aggredendo la madre che tentava di difendere la ragazza. Franca fu violentata,  malmenata e lasciata a digiuno, segregata per otto giorni  in un casolare al di fuori del paese e dopo in casa della sorella del giovane nello stesso paese; il giorno di Capodanno, il padre di Franca viene contattato dai parenti del giovane per un incontro volto a far accettare ai genitori di Franca le nozze dei due giovani. Il padre e la madre di Franca, d’accordo con la polizia finsero di accettare le nozze riparatrici e addirittura il fatto che Franca dovesse rimanere presso l’abitazione della famiglia del giovane, ma il giorno successivo, 2 gennaio 1966, la polizia intervenne all’alba facendo irruzione nell’abitazione, liberando Franca e arrestando il giovane e i suoi complici.

Secondo le abitudini del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda avrebbe dovuto necessariamente sposare lo stupratore salvando il suo onore e quello familiare. In caso contrario sarebbe rimasta zitella e additata come disonorata. Franca rifiutò il matrimonio riparatore sostenuta dal padre, frantumando un secolare impianto di coercizione sociale.

Il gesto di Franca Viola ad Alcamo non fu solo una vicenda giudiziaria privata, ma un atto di insurrezione politica e culturale. In una Sicilia che la storia dipingeva come immobile e sottomessa, una giovane donna e la sua famiglia ruppero con la sola forza del rifiuto il vincolo del patriarcato, del sopruso mafioso e dell’incuria statale.

Franca Viola non chiese protezione a uno Stato: esercitò un atto autonomo di sovranità personale. Il suo rifiuto smentì la narrazione che voleva le donne meridionali come vittime passive e la Sicilia incapace di emancipazione.

Quasi un anno dopo, al processo, la difesa tentò invano di screditare la ragazza, sostenendo che fosse consenziente alla fuga d’amore, per ottenere il consenso al matrimonio e che il successivo rifiuto di Franca di sposare il rapitore sarebbe stato dettato dal disaccordo della famiglia per la scelta del marito.

Il Pubblico Ministero chiese pene severe per il rapitore colpevole di ratto a fine di matrimonio, sequestro di persona, minacce, violenza privata, violenza carnale, danneggiamento continuato e pascolo abusivo, tutti reati aggravati, e sottolineò il valore simbolico della scelta di Franca Viola di rifiutare il matrimonio riparatore, affermando:

«Il rifiuto della Viola al matrimonio con il suo rapitore, ritengo sia degno della massima considerazione; Franca Viola ha scelto la strada che indicava il sentimento e non quella che seguiva la convenienza o la tradizione del suo paese. […] Tutti dobbiamo convincerci che un matrimonio in quelle circostanze è una irrisione al matrimonio considerato come sentimento o come seminarium rei publicae. Per la donna italiana spesso il matrimonio è l’unica sistemazione possibile, ma non è la sola sistemazione quando questa deve avvenire come era prospettato alla ragazza, che si è invece presentata a noi per chiedere giustizia.»

Il rapitore fu infine condannato il 17 dicembre 1966 a 11 anni di carcere. La pena fu ridotta a 10 anni con l’aggiunta di 2 anni di soggiorno obbligato nei pressi di Modena.

Il 5 agosto 1981, lo Stato italiano fu costretto ad abrogare due tra i dispostivi più reazionari del proprio ordinamento giuridico: il matrimonio riparatore (art. 544 c.p.) e il delitto d’onore (art. 587 c.p.).
Fino al 1981, l’ordinamento italiano, attraverso il Codice Rocco ereditato dal fascismo e conservato nell’Italia repubblicana, tutelava l’ordine morale del patriarcato a discapito dell’integrità della persona. La violenza sessuale non era considerata un delitto contro la persona, bensì un reato contro la morale pubblica e il buon costume. Attraverso il meccanismo del matrimonio riparatore, lo Stato offriva al violentatore una vera e propria sanatoria giuridica: l’estinzione del reato in cambio del possesso definitivo della vittima. Lo Stato italiano si faceva così complice dello stupro, trasformando l’istituto matrimoniale in uno strumento di cancellazione della colpa maschile e di reclusione perpetua per la donna.
Al contempo, l’istituto del delitto d’onore garantiva sconti di pena ai reati di sangue come una legittimazione codificata della violenza di genere che lo Stato centrale applicava e tollerava.

Tuttavia, quell’adeguamento legislativo fu il recepimento tardivo, arrivato con ben sedici anni di ritardo, di una rottura epocale prodotta dal coraggio di una ragazza siciliana di diciassette anni.

Il gesto di Franca Viola fu una dichiarazione di indipendenza etica e politica.
Laddove la politica romana e il diritto offrivano l’accettazione della barbarie, dalla periferia siciliana emerse una prassi di dignità e libertà che costrinse lo Stato a rincorrere la civiltà del popolo.

Il 5 agosto non si celebra la generosità delle istituzioni, ma si prende atto della loro storica arretratezza. La vera modernità, il vero diritto e il vero onore non sono mai stati scritti nei codici della Repubblica, ma sono scolpiti nel rifiuto opposto ad Alcamo.
Franca Viola ha dimostrato che la liberazione non si attende come una concessione dall’alto: si conquista rompendo il consenso con l’ingiustizia. Il suo “NO” è la vera rivalsa dell’emancipazione siciliana. 

Tre anni dopo il rapimento Franca sposa un giovane compaesano e amico d’infanzia, che insistette nel volerla prendere in moglie, nonostante lei cercasse di distoglierlo dal proposito per timore di rappresaglie.  Ma il futuro marito le dichiarò: «Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un’altra»].

Il Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat inviò alla coppia un dono di nozze per manifestare a Franca Viola la solidarietà e la simpatia sua e degli italiani. In quello stesso anno i due sposi furono ricevuti dal papa Paolo VI in udienza privata.

L’8 marzo del 2014, Franca Viola è stata insignita dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della repubblica Giorgio Napolitano con la motivazione: “Per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”.

Nel 2023 il Centro Lunigianese di Studi Danteschi le ha conferito il Premio ‘Pax Dantis’ per il pensiero di Pace Universale.

Grazie Franca.