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Donne del Vino e Social Wine, movimenti di avanguardia culturale

La rivoluzione culturale del vino a cui stiamo assistendo, quella che va oltre il mero marketing e semplice “bere”, ci dice che il vino – i vini – non possono più essere trattati solo come prodotti di consumo o asset commerciali e che devono tornare a essere elementi da (re)integrare, consapevolmente, nelle nostre scelte quotidiane.

Con i giovani che dal vino oggi si stanno drasticamente allontanando, i luoghi della sua produzione e gli ambiti della sua narrazione hanno l’occasione di inserirsi nel flusso delle trasformazioni in atto per restituirgli popolarità e valenza di linguaggio identitario. A patto di farlo con sguardi e soluzioni (non espedienti!) di segno moderno.

Il Congresso nazionale di Assoenologi di fine maggio 2026, ci dice che il vino italiano si rilancia «tra cultura, scienza e identità». Sempre da qui, attraverso la voce del suo presidente, Riccardo Cotarella, ci giunge la sollecitazione alla «necessità di “un nuovo Rinascimento del vino italiano”, fondato su competenza tecnica, credibilità scientifica e capacità di dialogare con le nuove generazioni» *.  

Eppure, a questa riflessione su innovazione e rilancio del settore, manca l’esplicito riconoscimento dell’importanza del contributo della voce e della presenza femminile. Un concetto basilare che, inspiegabilmente, fatica ancora ad emergere, per una tendenza che si sta cercando di invertire riportando il focus, ogni volta che è possibile, sulle tantissime donne che lasciano un’impronta decisiva in questo settore a lungo pensato e rappresentato quasi solo al maschile.

Un’azione fondamentale, spesso guidata dall’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, una realtà italiana di respiro internazionale, attiva da più di quarant’anni, che proprio in questi giorni sta animando alcune città dell’Emilia-Romagna con gli incontri della sua Convention annuale, una tre giorni di cultura, dialoghi, masterclass e degustazioni.

Cuore dell’appuntamento è il Convegno dal titolo Donne, Vino, Cibo. Territori che si raccontano: quando il gusto diventa destinazione (Parma,13 giugno), una riflessione aperta e a più voci, dove trova casa il pensiero che riconosce e attribuisce al connubio donne-cibo-vino quella valenza di «infrastruttura culturale» capace di trasformare e innovare, che il lavoro delle donne del vino già da tempo esprime.

Dall’ombra alla leadership

Per secoli, le donne, nelle imprese vitivinicole di famiglia, anche quelle più note, sono state adombrate sia nei ruoli sia nelle azioni, escluse per legge o per consuetudine dalla proprietà, dalla degustazione (si pensi ai divieti dell’antica Roma) e dalla narrazione storica dei percorsi aziendali.

La prima rottura di questi schemi si vede a partire dall’Ottocento e si deve a donne determinate e capaci, che hanno saputo trasformare una consuetudine immobile in dinamico movimento di avanguardia culturale.

Pensiamo solo a Nicole-Barbe Ponsardin (Veuve Clicquot), la più nota di queste tante pioniere, che agli inizi dell’Ottocento, in Francia, è la prima donna a possedere e a intestarsi l’azienda vitivinicola ereditata alla morte del marito, osando chiamarla addirittura con il proprio nome. È la prima delle grandi manager del vino della storia europea, ma pochi sanno che Veuve Clicquot è anche colei che apporta al settore una serie di innovazioni tecniche che cambiano il modo di fare lo champagne.

In Italia Juliette Colbert de Maulévrier (Madame Barolo) è colei che a metà dell’Ottocento, grazie alla sua esperienza e competenza e a una particolare sensibilità verso i mutamenti del gusto in atto, intuendo il potenziale delle uve Nebbiolo, contribuisce in modo decisivo alla nascita del Barolo moderno, consegnandolo all’Olimpo della memoria come “il Re dei vini” e “il vino dei Re”.

Queste due donne, insieme a molte altre, non furono affatto semplici eccezioni gentili in un settore dominato dal racconto maschile, ma vere e proprie avanguardiste in tema di competenze, innovazioni tecniche e visioni economiche, capaci di aprire la strada a una realtà che oggi si mostra in tutta la sua chiarezza. In Italia, infatti, circa il 31,5% delle aziende agricole è guidato da donne, con punte di redditività che, nel settore vitivinicolo, superano spesso quelle della gestione maschile. (Dati: CS DDV Vinitaly 2026)

È così che il tema Donne, Vino, Cibo, scelto per il 2026 dall’Associazione Nazionale Le Donne del Vino diventa al tempo stesso un manifesto e una dichiarazione che – nell’anno della proclamazione della Cucina Italiana a Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da parte dell’Unesco – esprime la centralità degli intrecci tra più aspetti fondamentali dell’enogastronomia: gusto e consapevolezza, qualità e cultura, simbolismi e identità, risorse e sostenibilità, donne e generatività economica e culturale. Temi che diventano espressione dei saperi di quella cultura e civiltà del bere che è necessario (ri)costruire e rilanciare.

Agorà digitali: Il Vino nel racconto dei social

In un mondo del vino sofferente e tuttavia indomito, vibe e segnali positivi arrivano dal fatto che la sua conversazione si aggiorna, come per molti altri temi, travasandosi dai salotti dedicati e dalle guide tecniche, alle più popolari piattaforme social. Ed è qui che le donne prendono decisamente parola; è qui che, senza dover chiedere permesso a nessuno, contribuiscono a trasformare il racconto del vino rendendolo più accessibile.

Lo spazio digitale, infatti, quando è ben usato, diventa anche luogo di approfondimento culturale, un’agorà dove poter discutere di ogni cosa e dove la presenza femminile esce dalla semplificazione delle “quote rosa” e diventa esempio tangibile di modello strutturale di gestione. Forte anche del fatto che nelle aziende vinicole italiane, la quasi totalità delle direzioni marketing e dell’accoglienza per l’enoturismo è guidata da donne.

In ambito digitale, inoltre, la divulgazione del vino guidata da donne sommelier, da enologhe, giornaliste, content creator e influencer, è una realtà che mentre presenta il vino con un lessico che rifiuta il linguaggio muscolare e stereotipato del passato, smantella nella narrazione anche ogni tentazione di tecnicismo escludente, a favore di una narrazione fatta di esperienze e storie autentiche.

Per le nuove generazioni (Gen Z e Millennials) che si avvicinano al vino per scelta consapevole e non più per abitudine o consuetudine familiare, contano infatti valori e significati e tutte quelle note di incontro culturale che mettono il vino al centro di un abbraccio di scoperta, collegato a un momento conviviale o a una causa sociale.

Donne e Vino: La nuova essenza è l’essenziale

Le reti digitali, dove convergono le donne e le loro professioni e dove la nuova essenza è l’essenziale, lontane dall’essere dei club al femminile, si confermano poli di formazione e hub di crescita culturale dove si generano e si promuovono nuove forme di leadership.

Diamo allora avvio con questo appuntamento e con i prossimi, all’Osservatorio Social Wine, un luogo che apre spazi di approfondimento per seguire da vicino questa evoluzione del settore e mapparne l’essenza innovativa del suo sguardo di genere.