Se ognuno di noi, anche i più interessati alla letteratura, conservasse la disposizione mentale dell’alunno delle medie o delle superiori – che spesso considerava un testo classico una sorta di afflizione – ritengo molto probabile che il mondo classico diventerebbe un mondo altro, incapace di promuovere nel giovane adulto empatia con i personaggi descritti.
E’ dunque compito del docente instillare (o cercare di farlo) la curiosità ed avere una cura sapiente e creativa nel cercare di avvicinare un giovanissimo ad un mondo che gli appare sempre più lontano, quasi alieno? E’ anche compito dell’alunno porsi in un’ottica di attenzione, cercando di superare quell’iniziale forma di tedio, mista ad estraniazione, che un po’ tutti durante l’iter scolastico abbiamo provato?
Perché mai Ulisse dovrebbe essere simbolo di un coraggio virtuoso, un sentimento sintetizzato nel celebre verso della Divina Commedia Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza? Perché mai il Pascoli e la sua poetica del fanciullino dovrebbe essere più accattivante di un contatto immediato, guadagnato attraverso i social, strumento peraltro utilissimo per acquisire tutte le identità possibili ma al tempo stesso, proprio grazie ai nicknames, anche nessuna?
Perché mai la precarietà della vita e la potenza della morte espresse nei famosi versi di Quasimodo ovvero Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole:ed è subito sera dovrebbe toccarci, e nel profondo? In fondo sono solo parole…Perché quelle parole, che di primo acchito risultano estranee ai sentimenti, alle emozioni, agli interessi del momento, mantengono invece una potenza in grado di penetrare della vita il senso denso anche in tempi biologici successivi alla adolescenza?
Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che, quando li hai finito di leggere, vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira (J.D.Salinger).*
Questa la citazione della Middei (Guendalina Middei, Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera. L’arte di leggere i classici in dieci brevi lezioni, Milano, Feltrinelli,2024) che sortisce l’effetto di un’incipit essenziale e stimolante al tempo stesso. Credo che in qualche modo Guendalina Middei nel suo Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera, abbia sintetizzato due sentimenti: la possibilità di identificazione col personaggio letterario ed al contempo la consapevolezza di mantenere una relazione più vera con se stessi.
Essendo una baby boomer trovo piacevolmente inusuale concordare con una trentenne: gusti, interessi, scala valoriale ed obiettivi ritengo possano essere piuttosto diversi, anche profondamente diversi. Eppure su tanti aspetti la penso proprio come la Middei. Forse Umberto Galimberti (https://www.youtube.com/shorts/SqJJBRgpth0) pecca di una leggera imprecisione quando afferma che genitori e nonni oggi dovrebbero astenersi dal borborigmo lessicale “ai miei tempi però”. Appare un’ affermazione che slivella il giovane ed al contempo non prende in considerazione esperienze che la nostra generazione di baby boomers ha invece provato. Dunque preferisco allinearmi sul concetto che ogni periodo storico è pieno di luci ma anche di ombre (Vico docet): se siamo nati e cresciuti in un contesto di vita nel quale il futuro si mostrava meno incerto e complicato rispetto all’attuale è altrettanto vero che si proveniva da un passato prossimo che aveva richiesto la ricostruzione totale di un Paese straziato, senza risorse, ove regnavano distruzione ed ostilità.
Preferisco dunque pensare ad umani che hanno vissuto esperienze totalmente diverse. Poi negli anni ‘60 il boom economico: ricordo il mio liceo classico come una specie di West Point senza uniforme, ove il docente slivellava tanto il rapporto con l’alunno, sottolineando con una disciplina ferrea l’importanza del proprio ruolo. Siamo sopravvissuti, anche alla ventata, necessaria, del ‘68: ne abbiamo parlato tanto con Marina Pivetta nella sua bella casa di Castelluccio… (NDR: QUI la pagina dedicata a Marina Pivetta).
Ricordo davanti alla Facoltà di Lettere a Firenze agli inizi degli anni 70 le camionette della Celere, i poliziotti col mitra in mensa universitaria ma soprattutto quelle lezioni, meravigliose, di Gianfranco Contini e Giovanni Nencioni che si svolgevano nel più perfetto dei silenzi tanto la autorevolezza ed il carisma dei docenti produceva una sorta di incantamento. Forse come per molti miei compagni di studi l’amore per i classici è nato allora, come acqua che scorreva serenamente nel giusto alveo, nutrita da amore e passione.
In Guendalina Middei riconosco quella sorta di incantamento, di vicinanza senza piaggeria che permette il contatto col mondo di sentimenti esternati da personaggi che possono apparire lontani anni luce da noi. Non è un caso che il titolo, un po’ bizzarro, forse perché di solito il sabato sera si esce per pizza o discoteca, traspone il bisogno di un ritorno alla interiorità, ad una profondità scoperta dentro di noi e vivificata dalle storie dei vari personaggi. Per Guendalina Middei amare la letteratura non è affatto un piacere anomalo, anzi la lettura rappresenta davvero l’esperienza più democratica perché non contano i denari, il ruolo che si esercita nella società o il lavoro che si svolge. Per di più in una società che ha codici valoriali multipli ma al tempo stesso visioni della vita rigide un classico spinge ad interrogarsi su ciò che si sta leggendo e dunque apre interrogativi sul significato della propria esistenza. L’autrice in modo estremamente traslucido si racconta attraverso le letture fatte consegnandoci attraverso un linguaggio diretto ed intenso al tempo stesso il valore di un mondo che da misconosciuto riesce a ritrovare perché nei momenti in cui la vita sembrava premere sull’acceleratore e anche quando aveva scatenato in lei le tempeste più violente dalle pagine dei classici si sono levate voci amiche che, come magiche zattere, si sono levate in suo soccorso.
Nelle cinque pagine di prefazione è riassunta in maniera egregia la finalità che si era proposta la scrittrice ovvero avvicinarci ad una rappresentazione diversa del testo classico, un libro che non ci si stanca mai di leggere e rileggere, sentendosi in dovere di sottolineare ogni riga, ricordando anche a distanza di anni, perché parte del nostro mondo interiore, esempio naturale offerto a confermare concetti sviluppati poi nel prosieguo della narrazione.
Quando mi sento nervosa, quando non ne posso più del mondo, mi siedo sulla poltrona davanti a una bella tazza di tè e mi sento finalmente libera, finalmente a casa. So che mi basta allungare il braccio per ritrovarmi nella campagna inglese di Jane Austen o a correre su una troika assieme alla famiglia Rostòv. E questo è un piacere che appartiene a me e a me soltanto (…). I classici mi hanno donato ali per volare sopra le nubi e fuggire come il giovane Leopardi che voleva scappare dal suo borgo natio per conoscere il mondo. Hanno riacceso in me la meraviglia, mi hanno dato nuovi occhi per scoprire non solo che vivo ma anche perché vivo.(…) Ho scoperto che dentro di me c’è una cosa che si chiama anima e che non si accontenta del qui ed ora (…),che cominciamo a vivere soltanto quando ci lasciamo alle spalle le certezze dell’infanzia addentrandoci nel regno dei forse, (…) che i cambiamenti più difficili non riguardano il corpo ma l’anima, che lottare contro noi, rifiutare ciò che siamo significa accettare di vivere una vita mutilata, (…) che il viaggio più importante della nostra vita non riguarda un luogo fisico, (…) che la sfida più ardua è fare i conti con se stessi e col peso dei nostri sogni, (…) che l’avversario della partita più importante della nostra vita si chiama tempo, (…) che anche i volti e i luoghi hanno un’anima se impariamo a osservarli (…), che i segreti dell’arte di amare sono misteriosi perché innamorarsi ed imparare ad amare non sono la stessa cosa e che soprattutto (…) se impariamo a servircene le parole rappresentano il potere più grande che abbiamo.
*traduzione tratta dal testo