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Il premio Nobel per la pace a Navi Pillay

Il PREMIO NOBEL per la PACE 2026 è andato a NAVANETHEM (NAVI) PILLAY, giurista sudafricana che ha speso gran parte dei suoi ottantacinque anni a lottare, iniziando giovanissima contro l’apartheid, in difesa dei diritti umani.

Una donna coraggiosa, competente e appassionata la cui carriera, sempre interpretata ai massimi livelli, la vede oggi nella CORTE PENALE INTERNAZIONALE. Tra i suoi incarichi, la Commissione sul genocidio in Ruanda e la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui Territori palestinesi occupati che accusò di genocidio il governo di Israele, a guida Netanyahu, per la Striscia di Gaza. Oggi è nella corte giudicante la causa avanzata dal Gambia contro il Myanmar per il genocidio della minoranza mussulmana, i Rohingya.    

Nel plauso dell’ONU e della Commissione Europea – Ursula von der Leyen ha definito Pillar “la paladina dello Stato di diritto contro il diritto della forza” (Navi Pillay © ANSA/EPA) – è stato assegnato un Premio che parla al mondo dell’importanza dei diritti umani, dello spendersi a favore dell’umanità.

I diritti umani sono una questione fondamentale dei nostri tempi, dirimente gli attuali e nuovi assetti geopolitici e le relazioni tra stati. Ovunque. Sono inerenti all’identità europea e di tutti gli Stati che si dicano democratici e laici.   

Il presidente del Comitato norvegese del Nobel, Jorgen Watne Frydnes, ha sottolineato come il riconoscimento all’eccellente Navy Pillay non sia collegato soltanto al suo costante impegno ma sia inerente l’essenza di un Nobel destinato a chi operi per la pace, contrasti guerre, crimini contro l’umanità, genocidi.

L’immediata opposizione di Trump e di Benyamin Netanyahu dicono quanto questo Nobel sia significativo per chiunque, anche dentro Israele, contrasti in nome della pace e dei diritti umani il progetto espansionistico, ideologico e politico, d’impostazione teocratica, del Grande Israele che, contrariamente al diritto internazionale, vuole spostare i confini dello stato secondo il versetto biblico “dal Nilo all’Eufrate” (Genesi 15. 18-21). Tema, in dibattito dal Novecento, di cui esiste una seconda e più ridotta “visione” (Numeri 34.1-15; Ezechiele 47.13-20), che lo vuole “condiviso” da altre genti, ma è la prima che supporta le politiche di Netanyahu, dei coloni in Cisgiordania e degli “studenti della religione” il cui rifiuto della leva da cui finora sono stati esonerati, non contraddice, casomai esalta, con estrema radicalità, il Grande Israele, intendendone garantire la “salvezza dello Stato” con lo studio e la preghiera.  

A Navy Pillar, i cui orizzonti abbracciano l’umanità, superano confini di ogni genere, abbattono gli ostacoli alla pacifica convivenza, cancellano discriminazioni e persecuzioni, il vivo e gioioso ringraziamento di tutte noi, esteso a chiunque l’abbia affiancata, poco o a lungo, nell’esemplare percorso; tra costoro, Loretta Bondì, presidente di Archivia, la cui carriera internazionale iniziò dalle pagine di politica estera di “Quotidiano Donna”, durante l’occupazione femminista di Governo Vecchio. 

US Mission Geneva, Navi Pillay nel 2014 - Public domain, via Wikimedia Commons