Nel 2026 l’ intelligenza artificiale, meglio conosciuta come IA viene impiegata per studiare, per lavorare, per gestire i social network o sviluppare progetti. In pochi anni questo strumento è entrato nella quotidianità, partendo dall’enorme influenza che essa esercita, tramite le Big Tech, sulla realtà sociale circostante e sulle nostre vite.
Si parla spesso del rapporto tra intelligenza umana e artificiale, interrogandosi su come controllarla, quasi fosse qualcosa di autonomo e superiore all’essere umano. Da questo immaginario nascono scenari di fantascienza, nei quali l’IA prende il sopravvento sull’uomo fino a minacciarne l’esistenza. Il punto di partenza è chiarire che cosa sia l’intelligenza umana e in che cosa essa si distingua da quelle funzioni che utilmente possono essere svolte dalle macchine e interrogarsi su quale benessere umano vada perseguito, oltre la soddisfazione dei bisogni.
La questione non riguarda la possibilità che una macchina si ribelli, ma il modo in cui l’essere umano potrebbe modificare il proprio modo di pensare affidando alcune funzioni cognitive agli algoritmi, annullando il pensiero divergente.
Il pensiero divergente è la capacità di produrre soluzioni originali a partire da un unico stimolo. Rappresenta una delle basi della creatività, perché consente di esplorare possibilità diverse, rompere gli schemi abituali e costruire collegamenti inediti. Non si limita a trovare una risposta corretta, ma cerca molte risposte possibili, spesso sorprendenti.
Oggi si utilizza l’IA per ottenere idee, elaborare testi, proporre alternative, sintetizzare concetti o progettare attività, deleghiamo a un sistema esterno quella fase di esplorazione che tradizionalmente rappresentava l’esercizio del pensiero divergente. Il rischio non è che l’IA sostituirà la nostra creatività ma, come ogni capacità cognitiva, anche la creatività ha bisogno di esercizio, se invece si abitua la mente a ricevere soluzioni già pronte si riduce la possibilità di sperimentare idee non convenzionali.
Le ricerche sul rapporto tra IA e processi cognitivi sono ancora agli inizi e non consentono conclusioni definitive sugli effetti a lungo termine. Tuttavia, ci si chiede quale impatto avrà un utilizzo sempre più intenso dell’IA sulle competenze cognitive delle nuove generazioni, e come cambieranno le modalità di apprendimento, di problem solving e di produzione della conoscenza.
Il rapporto fra linguaggio, pensiero umano e intelligenza artificiale ci permette di affermare che il linguaggio è anzitutto una forma di vita e un codice legato all’esperienza, parte fondamentale del nostro essere umani.
La sfida, dunque, consiste nel preservare ciò che rende autenticamente umano il nostro modo di conoscere: la curiosità, il dubbio, la creatività e il pensiero critico. Utilizzare l’intelligenza artificiale quando può amplificare le nostre capacità è un’opportunità; rinunciare ad allenare la nostra mente delegando ogni sforzo cognitivo, invece, potrebbe rivelarsi un rischio che solo il tempo e la ricerca scientifica sapranno misurare.
Le istituzioni scolastiche e accademiche sono chiamate a educare a un impiego consapevole, critico e metodologicamente corretto dell’IA, che rappresenta un potente acceleratore della ricerca, della didattica e dell’innovazione, ma non può sostituire il processo di costruzione del pensiero, la capacità di formulare domande originali o il rigore dell’analisi scientifica.