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Che senso ha, criticare il termine “Femminicidio” … ?

È di questi giorni la sconsolante querelle secondo la quale non avrebbe senso parlare di «femminicidio». Protagonista è, purtroppo, un politico, il quale così ha affermato: «Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”.

Ora, a parte il fatto che il termine di cui trattasi è entrato ormai da tempo – e in modo del tutto fondato – nell’uso comune, nel linguaggio politico, in quello giuridico, e nei vocabolari, Accademia della Crusca inclusa, salta agli occhi il fatto che queste affermazioni licenziano in tronco la logica, innanzitutto con la fallacia dell’incipit, che è di tipo grossolanamente e confusamente apodittico, “il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri”; inoltre, in tali “argomentazioni”, gravate da sconcertante superficialità, risulta completamente oscurata la storia delle donne, con le relative analisi e prospettive, soprattutto riguardo al periodo che va dalla seconda metà del novecento, fino ai nostri giorni. Ciò preoccupa parecchio, visto che chi parla si propone come protagonista dell’agone politico, mentre il suo argomentare sembra un prodotto della fiera delle ovvietà: “uomini e donne sono uguali”, “Tutti devono essere soggetti alle stesse regole”… . E poi, la chiosa : la “vera parità” sta nel non distinguere il reato “in base a chi lo commette e a chi lo subisce”!

È appena il caso di ribadire che quando le donne vengono uccise da uomini che ritengono di essere i padroni della loro vita in virtù di una presunta superiorità di genere, ci si trova di fronte a un femminicidio. E il termine, “femminicidio”, non ci dice soltanto che viene uccisa una donna, ci dice anche “perché” quella donna viene uccisa: perché non accetta i diktat del patriarcato, termine anche questo denso di significati e dunque non eliminabile né dal linguaggio né dalle analisi storicamente fondate. Così come, con buona pace del politico de quo, non si può tornare indietro rispetto agli aggravanti che, ai fini delle condanne, riconoscono la peculiarità di un reato – il femminicidio, appunto- come commesso da chi odia e ostacola la libertà e l’autodeterminazione delle donne.

Ma, forse, certe analisi vengono respinte perché costringono a fare i conti con una realtà che produce disagio, dunque si preferisce minimizzare per far scomparire il problema, mentre, invece, bisogna affrontarlo, sviscerarne le cause, gli effetti, e contribuire ad arginarlo e a prevenirlo. Oppure vengono respinte per titillare a scopo elettorale certe pulsioni misogine che allocano in chi ancora manifesta adesione a cupe ideologie totalitarie.

Peraltro, non bisogna dimenticare che chi fa politica ha una responsabilità immensa, che gli viene dal fatto di poter influenzare e condizionare le masse, delle cui azioni diventa, così, anche responsabile. Per questo, dal linguaggio e dalle azioni dei politici dovrebbe essere bandita ogni forma di superficialità.

L’uso del termine “incriminato” è tutt’altro che fuorviante: origina da decenni di profonde analisi su dinamiche storico-sociologiche e psicanalitiche. Epperò, le citate affermazioni sono state riprese da un giovane filosofo, noto al pubblico di tiktok. Questi, ha cercato di ridicolizzare la “controparte“, ironizzando sul termine: “… la parola femminicidio… si contrapporrebbe quindi a “maschicidio”, ossia all’uccisione di un essere umano di sesso maschile.“ Lironia, però sembra funzionare poco, sia per la tragicità del problema, che è in terribile recrudescenza, sia perché il termine “maschicidio” è inutile, visto che “omicidio” è già immediatamente riferibile al maschile in quanto ha in sé la radice “ homo”. Il de quo ha anche appesantito la sua argomentazione, lamentando addirittura una “ visione manicomiale” in base alla quale “ogni essere umano di sesso maschile sarebbe un femminicida in pectore.” Questa dichiarazione, che sembra degna di Pierre Alexis Ponson du Terrail e del suo avventuroso personaggio Rocambole, diventa ancor più spericolata quando il giovin filosofo, instaurando un rapporto causale a dir poco fantasmagorico, fa discendere dal deprecato uso linguistico il fatto che “la vita di un essere umano di sesso maschile valga meno di quella di un essere umano di sesso femminile”. Per lui, “L’obiettivo malcelato è quello di annientare l’unità del genere umano … contro il sistema capitalistico.” Consecutio, questa, logicamente intrepida e del tutto pindarica.

Accade, quindi che certe questioni, evidentemente malintese o trascurate nell’analisi, vengano banalizzate, e dunque affrontate à vol d’oiseau, senza conoscere – tra l’altro – quel milieu di cui fanno parte tante pensatrici come Juliet Mitchell, la quale, nell’occuparsi di femminismo (dalle cui analisi deriva il termine “femminicidio”), si è interessata anche ai rapporti tra capitalismo e socialismo. Tutt’oggi si declinano teorie che mettono in relazione femminismo e concetto di classe nel sistema economico esteso, analizzando quindi non solo il meccanismo di “produzione” – quello del lavoro pagato – ma anche quello di “riproduzione”, ovvero quello basato sul lavoro non pagato e sull’offerta di beni e servizi gratuiti all’interno delle famiglie, lavoro svolto prevalentemente dalle donne. Sub-sistemi, questi, che concorrono, ambedue, a determinare le condizioni materiali di vita sia dei singoli individui sia delle popolazioni.

E a proposito del termine “femminicidio”, piace ricordare un dato: in Inghilterra, paese storicamente all’avanguardia in materia di diritti civili, fin dall’800 era in uso l’espressione “the killing of a woman”, l’uccisione di una donna, e di ciò in Italia si avverte l’influenza già ai primi del 900, diffondendosi poi il termine a macchia d’ olio dagli anni ‘70 a seguire. Da quegli anni, il movimento delle donne ha elaborato pensieri e modelli di lotta che hanno fatto la storia di questi ultimi decenni. Di tale storia, e del significato delle relative conquiste, bisogna fare tesoro, avere conoscenza e piena consapevolezza, per poter fare politica in modo adeguato, e, non ultimo, per rispettare la memoria di chi, donna, è stata privata non solo della sua autonomia, ma, addirittura, del suo diritto alla vita.

E comunque, la questione ”femminicidio” non è soltanto nominalistica, come qualcuno potrebbe pensare: la definizione è necessaria per comprendere l’eziologia e le dinamiche del problema, e per individuare le dovute strategie di soluzione.

In politica, rispetto alle questioni di genere, oggi più che mai serve un grande senso di responsabilità, in una fase in cui l’insoddisfazione e l’inquietudine che derivano da frustrazioni esistenziali e da condizioni di vita precarie sfociano nelle peggiori forme di intolleranza e di violenza, di cui spesso diventano valvole di sfogo le donne. La storia insegna che le disparità tra oppressori e oppressi non riguardano soltanto le questioni di classe, e ricorda che a ciò si riconduce direttamente la questione di genere, dove si incrociano, spesso in modo drammatico, fattori esistenziali ed elementi storico-economici.