Uscita devastata dalla Seconda Guerra Mondiale – con danni immensi alle strutture produttive e al patrimonio urbanistico per le oltre 100 incursioni aeree subite tra il 1940 e il 1944 – Napoli mostra forti segnali di rinascita nell’immediato periodo post-bellico e, in particolare, in quegli anni 1950–1970 spesso identificati come del miracolo economico. Pur tra mille contraddizioni, con la ricostruzione della città prendono anche corpo, in quegli anni, quelle politiche di welfare che, aspetti essenziali della modernità, costituiscono il focus del libro di Gloria Chianese: “Stato sociale e modernità – Vivere a Napoli 1950-1970” – Rubbettino Editore.
Innanzitutto l’edilizia popolare, ma anche quella di speculazione, che ridisegnano vita urbana e modelli abitativi; poi la scuola, attorno alla quale si ridefinisce un nuovo progetto formativo; infine la fabbrica, e la sua capacità di proiettare anche al suo esterno, a partire dalla condizione operaia, prospettive, valori collettivi e un’etica nuova. Casa, scuola e fabbrica, dunque, che rappresentano, secondo Chianese, i tre pilastri di quel welfare urbano che, tra innovazione e squilibri, lasceranno, pur tuttavia, Napoli sospesa tra modernità e ritardi strutturali.
Nel ripercorrere, a partire dalle politiche assistenziali ottocentesche, la nascita del welfare in Italia, e nel descrivere il passaggio da uno Stato liberale minimale ad uno Stato interventista, con un suo ruolo crescente nella protezione dei cittadini (introduzione della sanità pubblica, della scuola di massa, dei trasporti pubblici e delle politiche previdenziali universali), Chianese spiega come lo stato sociale italiano, costruito a partire dalle istanze di partiti di massa, movimento sindacale e cattolicesimo sociale, abbia avuto, in quegli anni, uno sviluppo peculiare rispetto ai modelli europei; sviluppo che poi, per le spinte dei modelli neoliberisti e per i mutamenti del capitalismo globale, subirà una battuta di arresto, negli ultimi decenni del Novecento, con conseguente crescita delle disuguaglianze, della precarizzazione del lavoro e della crisi della rappresentanza politica.
L’edilizia, cui Chianese concede ampio spazio nel suo saggio, lungi dall’essere solo architettura o urbanistica, costituisce un potente agente di trasformazione e di modernizzazione sociale. Edilizia popolare e di speculazione, si è detto, la prima sviluppatasi essenzialmente intorno all’INA-Casa, il piano dello Stato italiano vigente tra il 1949 e il 1963 ed ideato dal ministro del lavoro Amintore Fanfani per la realizzazione di edilizia residenziale pubblica su tutto il territorio italiano (INA-Casa che a Napoli si concretizza in interventi in quartieri quali Barra, Ponticelli, Capodimonte, Soccavo); la seconda, l’edilizia di speculazione, soprattutto nei quartieri alti di Napoli, e in aree quali Fuorigrotta, Rione Traiano, Secondigliano, Scampia, Ponticelli.
Le nuove abitazioni popolari servono innanzitutto a risolvere problemi concreti, quali quelli del sovraffollamento nei quartieri centrali, delle condizioni igieniche precarie legate proprio al sovraffollamento, alla mancanza di alloggi accessibili. E nascono al di fuori di quel centro sovraffollato, e quindi nelle costituende nuove periferie che se da un lato garantiscono un miglioramento delle condizioni abitative, una maggiore sicurezza e stabilità, e quindi un più agevole accesso a diritti quali la salute, l’istruzione, il lavoro e la sicurezza sociale – elementi fondamentali in una società, inclusiva, che punti a ridurre le disuguaglianze – dall’altro creano isolamento dal centro, per il trasporto pubblico spesso insufficiente, fragilità delle reti sociali tradizionali, nascita di nuove marginalità urbane.
Secondo argomento chiave del libro di Chianese è quello sulla scuola, uno strumento che, in quanto in grado di garantire uguaglianza di opportunità, sostenere la democrazia e contribuire allo sviluppo economico e sociale di un Paese, è elemento imprescindibile dello stato sociale. Chianese spiega dunque come lo stato organizzi e finanzi, in quegli anni (ma in realtà il percorso da lei delineato parte dal periodo fascista) il sistema scolastico pubblico, stabilisca l’obbligo scolastico e programmi comuni, promuova l’alfabetizzazione e la formazione dei cittadini; tutto questo in un contesto in cui sussiste ancora lo sfruttamento minorile e l’estrema povertà in cui versano bambini e ragazzi delle classi sociali più umili; condizioni peraltro ben descritte – spiega Chianese – non tanto in saggi sociologici e storiografici, quanto nella letteratura coeva e in opere teatrali e televisive quali Filumena Marturano e Peppino Girella di Eduardo De Filippo, e in inchieste televisive quali I bambini e noi di Luigi Comenicini, e in documentari quali Il lagno, di Luigi Di Gianni. Ma Chianese evidenza anche difficoltà e limiti di quei tentativi di riforma scolastica; le difficoltà, rappresentate dai costi elevati per lo Stato; i limiti, nel persistere delle differenze tra le classi sociali, la scarsa mobilità (e coesione) sociale, la fatica di adattare la scuola ai cambiamenti sociali ed economici in corso.
Infine, il capitolo su fabbrica tra produzione e socialità, in cui Chianese spiega come appunto la fabbrica rappresenti sia un luogo di produzione, sia un luogo sociale, dove gli operai costruiscono relazioni, identità e solidarietà. Chianese si sofferma sul tessuto della piccola impresa, non solo conserviera, concentrato soprattutto in aree quali San Giovanni a Teduccio (dove però troviamo anche imprese di medie dimensioni, quali la Cirio); ma anche sulla cantieristica, l’industria metalmeccanica, tra cui quella ferroviaria e quella automobilistica (l’Alfasud), e infine, sull’industria di stato come l’Italsider di Bagnoli, ma anche quella finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno. E anche qui, per rendere maggiormente viva una narrazione fatta soprattutto di informazioni e di dati, Chianese l’arricchisce di richiami letterari, in questo caso, in particolare, quello al romanzo di Carlo Bernari, I tre operai, il cui protagonista, Teorodo Barrin, “si aggira, nel suo disagio esistenziale e politico, tra strade e quartieri dell’area orientale, in una Napoli umida, piovosa, brutta”.
Libro interessante, dunque, quello di Gloria Chianese, basato su ampie fonti archivistiche, statistiche e bibliografiche. Un libro che, in conclusione, ha tra l’altro il merito di spingere a ragionare su rinnovati interventi di welfare, quali, ancora, quelli su casa, scuola e lavoro, che la sinistra attuale sembra aver messo – privilegiando le pur giuste battaglie per i diritti sociali – in secondo piano. Eppure, se le classi medie risultano oggi – secondo tutte le analisi – di gran lunga impoverite rispetto al passato, “gli ultimi”, tra i quali possiamo annoverare soprattutto le giovani generazioni, rivendicano forse principalmente quei diritti primari per i quali si battevano i loro nonni negli anni cinquanta-settanta. E partendo proprio dagli spunti di riflessione forniti da Chianese, viene dunque da porsi un po’ di interrogativi: ma è davvero fuori moda, oggi, per forze politiche che si autodefiniscono “di sinistra”, battersi a favore di un piano di edilizia pubblica (arrivando magari ad offrire ai giovani l’opportunità di alloggi a canoni sociali), di una rinnovata scuola pubblica, e di un lavoro, soprattutto quello giovanile, non più povero e precario, ma dignitoso? È proprio impensabile, ed economicamente insostenibile, ragionare su queste “vecchie ricette”, al fine di arginare l’inverno demografico, e l’emorragia demografica dei giovani, spesso i più qualificati, ormai in fuga verso paesi esteri? E interventi in questa direzione, non contribuirebbero, infine, anche a riattivare quell’ascensore sociale bloccato fin dagli anni novanta del Novecento, e a rivitalizzare l’asfittico sistema previdenziale, a tutto vantaggio non solo delle classi e delle generazioni più svantaggiate, ma nell’interesse dell’intero Paese?