Dacia Maraini è una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee, nota per il suo impegno sociale e per la profondità psicologica dei suoi personaggi. Il suo stile è essenziale, diretto e raffinato, con una grande attenzione ai temi della condizione femminile, della memoria e della libertà. Le sue opere esplorano con sensibilità e realismo il ruolo delle donne nella società, spesso denunciando le ingiustizie e le discriminazioni (https://www.mondadoristore.it/dacia-maraini-libri-piu-belli)
C’è un punto di vista femminile ovviamente non dovuto a un fattore genetico, ma a una storia millenaria. È una questione di educazione e di cultura: le donne, alle loro spalle, hanno un’esperienza di reclusione e la scrittura segue sempre la vita.
Con queste parole Dacia Maraini si fa forte del fatto che uno scrittore deve poter parlare di tutto. In modo limpido e chiaro, con volontà di verità. Lo testimonia anche in una sua toccante poesia ove mette in evidenza un punto di vista femminile, ovviamente non dovuto a un fattore genetico, ma a una storia millenaria. (https://www.riflessioni.it/riflessioni-al-femminile/lettere-a-marina.htm)
Scrivo per non perdere il vizio di dire le cose ./ Scrivo nel tentativo di lasciare/una traccia. / Scrivo per paura che i pensieri/mi passino di mente./Passeggio con la penna su questo/foglio bianco e lo lordo di idee. / Ci gioco, lo uso, mi faccio sedurre,/usare, tentare./Con la penna dico tutto, non mento,/non ho pudore. / Dove la lingua esita e si ferma, / la mano scorre fluida e leggera. / Scrivo per guardarmi dentro./Scrivo per fermare il tempo. / Scrivo per suscitare sentimenti e per/esprimere i miei./Scrivo per dare un senso al silenzio. / Il cielo blu/il mare blu / l’inchiostro blu ( Dacia Maraini, Lettere a Marina, Milano, Bompiani, 1981).
Se, come nota Peter Handke, scrivere è anche un modo tutto speciale di camminare, il termine forse più giusto che in un qualche modo potrebbe oggi racchiudere l’esperienza umana e letteraria di Dacia Maraini si colloca davvero dentro la parola cammino, lei viaggiatrice dentro se stessa. La sua capacità di dare voce ad ogni venatura possibile alimenta l’alchimia della narrazione di contrasti, in grado di diventare (a loro volta) ossimori esistenziali alla ricerca di nuovi equilibri. La scrittura di Dacia Maraini è stata davvero in grado di legare cose lontane: diventa un gesto di cura, è movenza gentile e credibile, anche quando vengono affrontati temi complessi e delicati, socialmente meno presentabili, a cagione dell’umore (ma anche del malumore) del costume culturale vigente negli anni 80.
Nel 1981 venne pubblicato Lettere a Marina che, come recita la quarta di copertina, rappresenta una riflessione senza tempo, una voce interiore appassionata e penetrante.
Con Cara Marina iniziano tutte le lettere che Bianca, da un luogo dove si è volontariamente ritirata, ogni giorno scrive all’amica. Sono lettere intime che forse non arriveranno mai a destinazione, o forse non saranno neppure spedite, lettere che mettono a nudo i ricordi di tutta una vita. Oltre a rievocare la sua lunga storia con Marina, Bianca racconta se stessa, l’amore per il padre, le tentazioni di incesto con la madre, gli amori segreti, la vita di collegio, i sogni e gli incubi, il dolore, la paura e la speranza.
E’ un romanzo dalla scrittura complessa e sensuale che mantiene intatto il suo fascino negli anni. È un modo raffinato ed intimo di disvelarsi, con dolcezza, è un testo nel quale in un tu vengono ricomprese le vicende di un io. Prosa suggestiva, ricamata da una punteggiatura scarna, sobria, capace di evocare immagini e suoni che si ritmano dentro le parole stesse. In qualche modo la scrittrice introduce efficacemente una narrazione dei sensi, la cifra in fondo più significativa del suo modo di raccontare.
Odori di mare, di grasso di maiale, di cipolla, di basilico, di erba medica, di margherite bruciate dal gelo. E pezzi di memoria, risuscitati per incanto da un gesto, un volto. Una sorta di lezione consegnata nel convincimento che in letteratura l’improvvisazione non paga. Vanno trovate le parole giuste, e scelte con cura, per farsi garanti di fluidità ed ingenerare nel lettore la sensazione profonda che tutto avvenga nel modo più naturale possibile. E’ quanto sottolineava anche Raffaele La Capria: una naturalezza in grado di incantare e creare un movimento narrativo che favorisca una lettura senza sforzi, come senza sforzo apparente l’anatra fila via tranquilla e impassibile sulla corrente del fiume, mentre sott’acqua le zampette palmate tumultuosamente e faticosamente si agitano, ma non si vedono.
Cara Marina, sono qui in questo brutto appartamento finalmente sola, il collo mi fa male lì, dove hai piantato i tuoi denti di figlia. Un pezzo di mare verde polveroso davanti agli occhi, le dita sulla tastiera della macchina da scrivere,un senso di festosa esaltazione. Perché sono qui? Per scappare da te, per finire il romanzo a cui lavoro ormai da due anni,senza molta convinzione, per ritrovare una forza che ho perduto chissà dove e chissà quando. Non ti telefonerò, ti manderò queste lettere e poi basta. Tu rifiuti di parlarmi, io mi rivolgo comunque a te senza che tu lo sappia scrivendoti queste lettere che non so neanche se ti manderò mai. Se torneremo amiche, se mai lo vorrai, ci parleremo lasciando il sesso dentro un paniere appeso fuori dalla finestra: sarà quello un tempo giusto?! Ma bisogna che ti racconti fin dal principio la nostra storia perché te la sei dimenticata e forse io stessa l’ho dimenticata. Ti racconterò di me, di tutte le cose che non hai mai voluto sapere .Tu amavi una donna senza storia, nata un giorno dalla pancia buia del tempo, nuda e nuova per te. Così ora, lontana da te, ti parlo di quelle parti di me che hai sempre ignorato e del nostro incontrarci e scontrarci, con i miei occhi, miopi di quella miopia e di quella svagatezza di cui tutti i racconti, secondo te, erano falsi ed irriconoscibili.
In realtà Marina diventa simbolicamente l’alter ego di Bianca, capace la prima di astuzie ed intuizioni che possiedono la sicurezza di una Sibilla in grado di intercettare l’amica anche dentro la propria casa romana piena di gatti, piante di lavanda, libri, vasetti di marmellata, cuscini indiani .
La casa di Bianca, presa in affitto, è invece minuscola: il sapore di caffè attraversa i sei piani ed il mare è incastonato tra le case. Minimo il bagaglio della scrittrice e minimi gli spazi per accoglierlo . Anche la giornata è sobriamente distribuita fra le poche attività che si concede, scrivere, leggere il giornale, fare qualche nuotata. Speciale diventa l’amicizia con una vicina, un modo diverso, forse ancora più intimo, di raccontare esperienze dolorose per entrambe.
Mangiamo i biscotti molli da neonato poi mi racconta di sé: è stata violentata dal padre quando aveva nove anni . Ero già signorina, continua quasi disinvolta …Si immagini, mi ha lasciato incinta e mia madre mi fece abortire con un litro di sale inglese, dopodiché mi è venuta l’ulcera e non me la tolgo ancora più. E poi a 25 anni non volendo quel secondo figlio mi infilai da sola una sonda e così dopo tre giorni di quella tiritera mi viene l’aborto, un dolore che non reggevo. Vado all’ospedale, mi fanno raschiamento, mi hanno tenuta tre giorni perchè il sangue che perdevo non si fermava. Io le racconto del mio aborto al settimo mese, lei mi ascolta attenta comprensiva. Ormai siamo amiche,abbiamo sofferto le stesse cose, aborti, emorragie, gravidanze non volute, siamo uguali, ma siamo anche divers,e diversissime e io cerco di cancellare questa diversità fatta di privilegi per me e di vecchiaia precoce per lei.
Per Basilia Bianca non ha un marito che le sale un addosso la notte frugando brutalmente e dei figli che la divorano, ma in un altro secolo per la straordinaria capacità di raccontare il dolore avrebbe potuto essere una cantastorie, quelle che seguono un gruppo di comari che lavorano con le mani perché racconta storie grandiose e qualsiasi cosa esca dalla sua bocca diventa un’epopea Forse è proprio il ritmo che dà alla voce, un ritmo che parte dalle zone più profonde, nascoste del corpo e della sua anima bella. Dentro un cerchio donne di tutte le età, vecchie con la cuffia ben chiusa sotto la gola, ragazzine con gli zoccoli, le maniche sbuffanti, corpetti macchiati di latte ascoltano questa donnetta dalla voce possente.
L’amicizia fra le due donne si approfondisce, si scambiano inviti a cena la cui preparazione diventa quasi un rito. In questo ancora di più la prosa della Maraini esalta la sensualità della semplicità, quel tocco di raffinata sobrietà scandito da ritmi lenti dentro quali sembra avvolgersi il lessico.
Ho passato il pomeriggio a cucinare, ma senza fatica, con un senso di piacere. Tutto era concentrato nelle mani, come un rito antico e rassicurante, come tagliare i pomodori e sentire il succo calare lungo il palmo aperto, aprire una bella cipolla bianca, annusare l’odore aspro e pungente, staccare i molluschi dai gusci, premendo con le unghie contro la liscia compattezza della conchiglia, rompere le uova, lasciarle scivolare nel piatto, ammucchiare la farina sul tavolo, farci un buco dentro, versarci il latte, lo zucchero, manipolare la pasta, che diventa elastica come creta. Sono gesti che se fatti senza fretta, senza costrizione provocano una lucida attenzione che tocca i sensi. Mi piace sentire l’odore del dolce, l’odore dell’acqua in cui ho buttato la pasta, l’odore del basilico tritato, l’odore dell’aglio sulle foglie di lattuga, l’odore della pesca matura, del latte, del pomodoro crudo.
È anche uno scivolare dentro ricordi di fanciulla quando guardava la Madonna, ubriacandosi di dolcezza per l’ azzurro che le scendeva in gola, nei polmoni, un colore che unito alla immobilità silenziosa della Vergine, in piedi pudica, in un’inerzia soave, non faceva che mettere in risalto di Bianca inquietudini, curiosità e ribellioni.
So che se ci vedessimo mi diresti un sacco di cattiverie, che sono vile, paurosa, goffa, incapace, pronta a farmi devastare da un qualsiasi maschio bambino. Con le altre del piccolo gruppo per due anni la stessa cosa :ci sentivamo in colpa delle nostre dipendenze, dei nostri lacci, dei nostri ombelichi sempre pieni, mesi e mesi a parlare delle nostre madri. Poi ciascuna cercava delle maternità non soddisfatte nell’altra, una ricerca insaziabile, ma sempre rimandata. Senza solitudine sarebbe più sola la mia vita, diceva così Emily Dickinson e quando volli chiudermi in una grotta parlarono le mura per rendere me visibile: il mondo sembrava niente altro che una portentosa fenditura.
Questo scritto da Emily nel 1870, per la violenza che si porta dentro di cose mai pronunciate, mai sognate, in quel mondo di mastelli di acqua, di vestiti di lana, di colletti di pizzo, di stecche di balene, di pesanti trecce arrotolate sulla nuca, una forza esplosiva che cova nell’angolo degli occhi, diventa parte della mia vita sempre più difficile, incomprensibile a me stessa, incomprensibile nella fatica dei silenzi della mia anima, nei turbamenti, nelle inquietudini Non sopporto più la mia vita, non sopporto più me stessa dentro la mia vita. Prenderò il treno delle 5 per la Sicilia.
Info: Dacia Maraini, Lettere a Marina, Bompiani, 1981