Su “Oggi che il tempo si distende largo” (Rupe Mutevole Edizioni 2025)
Le poesie di Rosanna Marcodoppido sono poesie “giuste” perché non concedono alla dissipazione della retorica né all’indolenza dei luoghi comuni ma emozionano anche per la semplicità vivente delle piante “Mi chiamano le piante dal balcone/chiedono cura non senza ricompensa/promettono la grazia di colori/poggiati sull’inerzia della pietra”.
Sono versi che commuovono per l’accettazione delle varie età che portano un tempo seppure insostenibile “Vortice tumultuoso/intorno al corpo in declino/davanti al televisore acceso/disancora e morde la solitudine”, “Frammentazioni impone/la manutenzione del corpo/ostaggio consapevole/di minacciosi macchinari”.
Ma anche “Oggi che il tempo si distende largo/e più non corro a trattenere le ore/oggi restano i vuoti senza suono/da alleggerire col canto d’uccelli/e il respirare lieve di viole”.
La posta in gioco è molto alta perché è quella dell’autenticità dell’essere donna. E ciò è ardua impresa con un Super io maschilista che si è insinuato in opposizione al proprio sentire “Sospesa tra essere e non più/vago sopravvissuta senza uncini/che mi inchiodino al giorno/frammentata e dolente/leggo in più modi/ciò che è stato di me/entità plurale confusa e stanca/inutilmente posizionata altrove”, “Ancora da cercare/le ragioni di castranti forzature/il piegarsi a posture innaturali/adeguarsi alla norma/per non sentirsi oscena”.
Ed è così che si vive tra gli urti una doppia condizione esistenziale: quella della svalutazione simbolica del femminile e il coraggio del partire da sé come soggetto sorgivo e fondante. “Carezza tenera su precipizi oscuri/largo s’espande il mio canto/tra chiuse pareti/e minacciose uscite/Su aerei pentagrammi/a riparare strappi/riallineare astri e neuroni/tra pavimenti e piatti da lavare”, “Lo scroscio mattutino dei pensieri/svelto ricopre quello che c’è intorno/destabilizza il piede nel cammino/distrae dal desiderio più segreto/tagliuzza in mille pezzi l’io che sono”.
Sono poesie dove le parole hanno già mondato la banalità dal suo rassicurante ordine già dato, sono dense di pensieri ed emozioni che nascono dalla materia fertile della propria esperienza. “Questo pensiero intriso di materia/materia resterà nel suo incessante/divenire canto o urlo/acqua d’oceano tumultuoso/accumulo immemore di cellule/pasto per nuove vite”.
E allora leggendo i versi viene da dirsi “questo lo rileggo… su questo ci ripenso”. C’è una parola che Rosanna scrive e che mi riguarda, quella del ramificare, perché sospesa nel vuoto crescere è ramificare da un ramo madre all’altro ancora implume e così via fino alla chioma dorata. Fili imbionditi dall’aria all’aperto non serpenti della Medusa nati da un immaginario maschile che teme vendetta per le sue ruberie.
E dinanzi all’orrore della violenza la poeta osa l’amore “Potenti strade e rischiose/imboccò allora l’amore”, “Sullo sfondo si sente/un canto di madre/tenera ninnananna/ad additare altre vie”.