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“Primmammore” di Titti Marrone

È sorprendete la scrittura di Titti Marrone: ha, in questo libro, Primmammore, superato sé stessa. Mai un argomento così greve, così scabroso come la pedofilia nella sua versione più indicibile – l’incesto – è stato raccontato in un linguaggio così fluido e fruibile, con squarci anche di scene e quadretti in lingua napoletana che ti strappano il sorriso, nonostante tutto. «L’organo ascensore risulta guasto, avvertiva il cartello, su cui una mano aveva prontamente cesellato un vistoso pene, rugoso e corrucciato in un’espressione quasi umana in cima l’annotazione di un consiglio: “facitavela a ppere”. Fatevela a piedi».

È questo un libro ricco di cultura napoletana la cui storia si snoda anche attraverso coloriti detti e luoghi letterari. L’angoscia che provocava in Costanza e sua sorella Elisabetta il venditore di brodo di polpo e gamberetti che passava con il carretto, denominato dalla madre Elena “il mammone”, evocava una Napoli popolata da infide creature, Un paradiso abitato dai diavoli, dal titolo di un testo della famosa raccolta postuma di saggi di Benedetto Croce.

In questo libro, ricco di storia di Napoli (dal Colera al Terremoto), Titti ci narra il colera attraverso la poesia di Eduardo De Filippo in difesa della cozza che era salita sui banchi degli imputati della tremenda epidemia. Nel L’imputata egli si rivolge alla cozza così: «Cara cozzeca staje ‘nguajata / o l’ergastolo, o muore fucilata». Ma anche il popolino stava sulla stessa lunghezza d’onda e difendeva la cozza: «Chello c’arriva, ‘a cozzaca si mangia /si arriva mmerda, arriva dall’esterno», affermando anche con un guizzo filoborbonico sempre onnipresente e con disappunto che «Il vibrione passa, i Gava restano…». Gava era allora ministro della salute ed aveva appreso incredulo la notizia dai giornali. La cultura napoletana s’intreccia con quella popolare anche un po’ sboccata (Si vulite che cacamme tuosto /datece ‘o rrè nuosto).

Titti Marrone cronista de «Il Mattino», il giornale napoletano per antonomasia, sa bene che a Napoli qualsiasi evento, anche il più tragico, finisce a tarallucci e vino. Mette fine alla paura del Colera non la scomparsa scientificamente provata del vibrione, ma il sangue sciolto del miracolo di San Gennaro e, cosa ancora più miracolosa, la vittoria del Napoli sulla Juve.

Da giornalista professionista, qui, l’autrice parte da un fatto realmente accaduto, un fatto di cronaca, e il racconto si snoda come una vera indagine poliziesca. La protagonista Costanza penetra in quel palazzaccio di periferia, dove Nina viene trovata moribonda sul selciato (ad un anno esatto dall’altro bambino volato nel vuoto, che era sembrato un incidente) e, con l’aiuto di suo figlio giornalista e di un amico poliziotto che è stato suo allievo, cerca di risalire all’assassino. Anche i personaggi non sono del tutto inventati e Costanza potrebbe essere sia la madre di Titti, bravissima maestra, sia lei stessa, dal momento che Costanza perde come lei suo marito che le riempiva la vita in un brutto incidente automobilistico.

Primmammore è il titolo, ma il libro potrebbe chiamarsi tranquillamente Patriarcato, certo più scontato, meno attrattivo, ma è questo l’argomento principale di cui l’autrice coraggiosamente ci parla. Ci parla della forma di Patriarcato più ancestrale, quello più difficile da sradicare: l’incesto. Patriarcato che ancora vive contraddittoriamente anche nel sentimento più recondito di una che ha attraversato il femminismo come Costanza, la protagonista, la cui storia s’intreccia con quella del femminismo napoletano (La mensa dei bambini proletari, le Nemesiache, Le donne in rivolta, ecc.) e della storia di Napoli, soprattutto a partire dal terremoto. Questo segna uno spartiacque tra il primo e il dopo come ben evidenza l’autrice attraverso Costanza. La gente non è più la stessa e con l’arrivo di flussi di denaro consistenti per la Ricostruzione, la Camorra esce dalla società parallela in cui era in qualche modo contenuta, s’infiltra nelle istituzioni, agisce attraverso ruoli e professioni borghesi (architetti, ingegneri, geometri, costruttori ma anche commercialisti, avvocati ecc.) e soprattutto non c’è più una netta demarcazione tra periferie e quartieri nobili della città.

Troppo presto noi filosofe del Pensiero della differenza sessuale abbiamo esultato affermando la fine del Patriarcato, perché la libertà femminile era venuta al mondo. Teoricamente è vero che ogni donna sa che può liberarsi dalla subalternità di ruoli sociali precostituiti, ma soprattutto dall’immagine con cui il maschile l’ha raffigurata da secoli, una rappresentazione che non corrisponde al suo essere autentico e sa che per affermare la sua libertà deve liberarsene; ma proprio questa è la cosa più difficile, perché certe rappresentazioni sono ormai divenute una seconda natura, il Patriarcato vive dentro di noi, vince ancora perché è stato introiettato. L’autocoscienza, la relazione tra donne, anche la relazione tra Costanza e Matilde, l’amica di sempre, producono consapevolezza, ma una consapevolezza a volte tardiva, a posteriori, a cose fatte, cose dalle quali emerge la debolezza, la subdola acquiescenza al volere maschile che anche una militante femminista come Costanza ha subito proprio dall’uomo che amava e che, nonostante i fidanzatini passati, considerava o’ primmammore. Incredibile poi, di contra, come siano proprio le donne del popolo le figure più veraci, soprattutto Melina, la madre di Nina ma anche Antonietta, la serva apparentemente muta che Costanza aveva già incontrato e che, uscita dal silenzio, spiattella in faccia a lei e a Matilde, due intellettuali borghesi femministe, la sua storia mettendo in evidenza quanto siano state cieche da non ricordarsi di averla già incontrata.

Il continuo rimando tra donne di diverso ceto sociale ma afflitte dagli stessi problemi è il bandolo, è il filo rosso che lega i molteplici avvenimenti del libro.

Purtroppo il Patriarcato s’intreccia proprio con l’“ammore”, infatti mi sono chiesta durante l’appassionante lettura del libro, se questo primo ammore fosse l’amore di Costanza per suo marito (era stato un vero colpo di fulmine il suo per Sirio quando le apparve a casa di un’amica, bello, abbronzato con i suoi splendidi occhi verdi) o l’ammore perverso di nonni, padri, zii, fratelli, amici, vicini di casa per quelle piccole anime di Dio che si passavano tra le mani impunemente, quasi un atto dovuto, con il tacito assenso delle madri che già avevano vissuto prima la stessa squallida esperienza. Per Nina l’amore perverso del suo vicino di casa, non pago di violentare le figlie della compagna rassegnata a subire tutto, è stato l’unica forma di amore. E poi i racconti di incesti tremendi come quello di Alina, figlia di un farmacista stimato, a dimostrazione del fatto che l’incesto non riguarda solo le classi disagiate. Ma basterebbe solo la descrizione minuziosa del cosiddetto “pacco” per sintetizzare l’essenza del Patriarcato, della tracotanza maschile che si esprime in un semplice e quasi automatico gesto di aggiustamento degli organi sessuali nel pantalone alla vista di una donna di qualsiasi età e aspetto fisico. Quel pacco che è costato al compagno della nostra Presidente del Consiglio l’allontanamento sia dalla famiglia che dalla RAI.

Non c’è donna che non sia stata oggetto di molestie sessuali! Costanza stessa ci narra di quando, bambina, nel corridoio di casa sua s’imbattè in un frequente e molto onorato ospite del padre, un famoso professore universitario che le mise letteralmente tra le mani il suo “pacco”. L’offerta del proprio pacco nella mentalità maschilista patriarcale non è una molestia ma un dono, un atto dovuto verso ogni donna quasi come il bacia-mani.

Il titolo Primmammore potrebbe sembrare immaginifico, fuorviante, invece è tremendamente vero: la pedofilia e l’incesto, per tante bambine e anche bambini, ha costituito e costituisce il primo amore. Patrizia, la cui storia incestuosa viene ripresa in un testo rielaborato da Stefania (futura nuora di Costanza) sulla scena del teatro di Igina di Napoli, interrogata da Costanza e da Matilde, torcendosi le mani, afferma che suo padre morto, nonostante la violenza subita, gli manca, e che una bambina si affeziona, è “come si innamorasse del padre”. Antonietta, poi, è lapidaria nella sua descrizione de “o’ serviziello’: «a me lo fece prima mio padre, poi pure i miei fratelli, quando mi misero il mazzariello glielo dissi a mamma», ma la madre rispose: «Antoniè, si è sempre fatto … almeno a tuo padre lo conosci, era meglio se te lo faceva un estraneo? Come prima volta il padre va bene. Sempre il primo amore è». (‘O mazzariello riecheggia poi anche in una canzone della Nuova Compagnia di Canto popolare”). ‘O mazzariello o il serpentello. Enza, una bambina della Mensa, aveva disegnato un uomo sopra di lei con una didascalia che recitava così: «Gli uomini tengono il serpente». E proprio così aveva svelato l’”amore” incestuoso del padre e dei fratelli, ma dopo questo disegno la madre non l’aveva più mandata alla mensa, perché voleva tenere nascosto il fattaccio.

Il Patriarcato a Napoli assume simboli quasi folkloristici, come pure anche gli eventi più tragicamente accaduti diventano quasi automaticamente romanzo. Napoli emerge da questo libro attraverso i suoi più evidenti contrasti. Di contro al “maledetto palazzo” ‒ il palazzone popolare, fatiscente, incurato, di un periferia tra le più povere dell’ hinterland napoletano, dove convivono incesto e droghe, e dove nonni, padri, zii e vicini di casa violentano bambine e bambini e li scaraventano pure dal terrazzo, uccidendoli. e dove le nonne, vecchiette dall’apparenza innocua, nascondono la droga in alto nella zuccheriera nell’ultimo scaffale della cucina ‒ si erige il teatro Nuovo di Igina Di Napoli e Angelo Montella ai Quartieri Spagnoli, altro luogo difficile ma stavolta al centro della città: «Ci erano passati Mario Martone, Toni Servillo, Annibale Ruccello, Enzo Moscato, Antonio Neiwiller, Peppe Lanzetta, Antonio Latella e tanti altri ancora». Come pure, negli anni più difficili, la città di Napoli reagisce: «Il Gallerista Lucio Amelio lanciò la Collezione di Terrae Motus nel 1980, subito dopo il sisma. Il maestro Roberto De Simone allestì La gatta Cenerentola nel 1976, Napul’ è fu scritta da Pino Daniele nel 1977».

Costanza si reca in quel palazzone di periferia per ricercare il colpevole, come una vera detective, e la trama del romanzo s’intreccia con il procedere dell’indagine poliziesca. Titti non è nuova a seguire nei suoi libri più generi letterari, già ne La donna capovolta, il finale a sorpresa si tinse di noir. Ma non è questa l’unica ragione, Costanza in quella indagine vuole soprattutto indagare su sé stessa. Lei si rivede nella madre di Nina, Melina. Si vuole prendere cura di lei e in quella cura cerca di curare le sue recenti e trascorse ferite. Ha perso Sirio improvvisamente in un incidente stradale, ma il suo dolore non è del tutto legato a questo incidente. La storia con Sirio, che sembra essere una storia normale di ammore, è normale solo nel senso in cui si svolgono tante storie apparentemente realizzate, ma che nascondono rapporti di potere e di subalternità uomo-donna e che non risparmiano nemmeno chi, come Costanza, ha praticato il femminismo. La protagonista, infatti, si sente doppiamente colpevole e comprende che tanti anni di autocoscienza non hanno portato a nulla se non a prendere coscienza del divario tra sé e il modello di donna libera proposto dalla rivoluzione femminista. Infatti, la protagonista, nel suo relazionarsi a Melina, capisce che il Patriarcato non è fuori ma è anche dentro di lei. «Costanza avvertiva un ingombro su di sé, come se fosse restato incollato alla sua, alla loro vita, quell’insieme di regole patriarcali non scritte ma potentissime che governavano il mondo di Melina». Contraddizioni già sentite quando, a diciotto anni, fu costretta ad abortire e non si pose proprio il problema di scegliere, pur avendo in seguito combattuto per il diritto di scelta nell’aborto e in prima persona distribuito miriadi di volantini sulla 194. Solo al confronto della sua relazione con Melina, aveva aperto quel doloroso cassetto e ci aveva trovato il rimpianto per non aver avuto quel figlio più grande di Marco, che presto l’avrebbe abbandonata per sposare Stefania, una ragazza a lei gradita che presto l’avrebbe almeno resa nonna.

La questione è che l’aborto non è un diritto, è una tragedia per noi donne, anche se non punito più dalla legge, anche se la 194 ti dà la possibilità di scegliere, è comunque una costrizione. «Lei si sentì un animale condotto al macello. La prima e unica cosa che vide fu la sedia da parto giganteggiare al centro della stanza in penombra, con le staffe di ferro per infilare le gambe. Ne ebbe paura ma si accucciò sopra lo stesso con una mansuetudine rassegnata». Costanza non può dimenticare le mani grassocce del suo aguzzino e le sue parole durante l’intervento: «Ecco qua non si vuole far acchiappare…» e dopo, soddisfatto, «ecco ci abbiamo messo pochissimo». Ma poi che dire della cosìddetta rivoluzione sessuale? Anche questa imposta da maschi in nome della libertà, ma di quale libertà se non della tracotante libertà maschile, noncurante del desiderio dell’altra? Nell’imposizione del rituale dello scambio tra coppie quasi mai lo scambio avveniva tra pari, era sempre la donna l’oggetto sacrificale, e difficilmente venivano scambiate le proprie mogli, sposate quasi sempre con matrimonio civile, senza invitati, in una stanzetta squallida e polverosa del Comune. Come pure ci si doveva liberare della verginità come di qualcosa d’increscioso e Costanza fu costretta a farsi sverginare da un operaio. «Lo scelsero loro, io neanche lo conoscevo. Ricordo poco, solo che mentre mi penetrava mi ansimava addosso un alito fetido e emetteva un suono gutturale ritmato».

Non a caso il femminismo nasce proprio nel cuore di una rivoluzione, quella del Sessantotto, decisamente con leadership maschile, e sono proprio alcune compagne di questi leader-rossi ad attuare i primi atti di ribellione.

Costanza può essere ognuna di noi, donne di sinistra che negli anni Sessanta e Settanta hanno frequentato i suoi luoghi e letto i suoi libri (per esempio Noi e il nostro corpo, un classico della sessualità femminile), hanno coniugato liberazione e giustizia sociale, anche con una certa insofferenza da parte delle compagne del Nord. Una giustizia sociale diversa dall’interpretazione tutta politichese del militante medio del partito comunista, fatta di gesti concreti che riguardano il privato non solo l’aspetto pubblico. Per i maschi duri e puri della sinistra, la Mensa era un’istituzione privata. La chiamavano per sfregio “La taverna di mastro Geppetto” con un chiaro riferimento a Giuseppe Fiorenza, un compagno che si differenziava da tutti gli altri per la sua vicinanza con il femminismo.

Titti Marrone, dopo avere attraversato l’Inferno del Patriarcato, di un patriarcato che non fa sconti a nessuno, destra o sinistra e la stessa pratica femminista, conclude con uno squarcio di speranza: Costanza si salva con Melina, mentre la relazione con Matilde della sua stessa classe sociale non era stata del tutto efficace. Nessuno si salva da solo, diceva Aldo Masullo, ed io aggiungo: nessuna danna si salva da sola ma sempre in relazione con un’altra donna.


Info: Titti Marrone, Primmammore, Feltrinelli, 2025