Sul canale YouTube dell’associazione intervista a Rossella Bufano, abilitata professora di II fascia in Storia delle Istituzioni politiche e Segretaria dell’Osservatorio Donna dell’Università del Salento, firma una monografia che il suo già tutor e prefattore, prof. Roberto Martucci, ritiene “….uno specifico punto di riferimento per chiunque voglia approfondire i temi legati al riconoscimento e all’estensione dei diritti politici durante la Rivoluzione Francese, come anche per chi sia interessato alle generali dinamiche rivoluzionarie e al ruolo ricoperto dalle donne che ne furono le protagoniste” (p. 11)
Non possiamo che concordare sull’importanza e la ricchezza di pagine frutto di una decade “di studi e scavi ermeneutici” che offre l’esaustiva ed ineludibile opportunità di riconoscere le profonde radici e le dinamiche, anche omesse dalla storiografia ufficiale, della presa di parola delle Francesi nel periodo preparatorio ed esplosivo della Rivoluzione. L’opera è una seconda edizione riveduta e ampliata, uscita nella collana Politica, Storia Progetto diretta da Anna Rita Gabellone per Milella edizioni. Alla predetta Prefazione seguono le due introduzioni della precedente e attuale edizione, e sei capitoli: L’opinione pubblica (I): Il voto e le donne e il dibattito alla vigilia della Rivoluzione (II); La Révolution en marche: la parola pubblica delle donne (III), Madre e cittadina. Stampa, pamphlet, assemblee: il dibattito (IV); Diritto alle armi e cittadinanza (V); La parabola politica delle donne (VI).
A seguire la quarta di copertina del libro.
Con la Rivoluzione Francese (1789-1799) si realizza un laboratorio politico che ha fornito linguaggio e modelli di cui ancora oggi si sostanzia il sistema democratico rappresentativo. Dai documenti emerge chiaramente la capacità con cui le donne si sono impossessate sia dei mezzi giuridico-istituzionali e della pratica democratica (come redigere progetti di legge e regolamenti, indirizzare petizioni alle Assemblee), sia del linguaggio promosso dall’Illuminismo e concretizzato dalla Rivoluzione (ragione, diritto naturale, libertà, uguaglianza, rappresentanza). Benché non sia riconosciuto loro il diritto di voto, le donne esercitano una forma di cittadinanza politica attiva almeno dal 1789 al 1793. Questa, infatti, non è intesa da rivoluzionari e rivoluzionarie come il solo esercizio del voto, che pure le donne esprimono nei clubs francesi, nelle sezioni parigine e senza alcun limite nei clubs femminili in cui eleggono una presidente e una segretaria, discutono le delibere delle Assemblee e le mettono ai voti. Ma anche come servizio presso la Guardia Nazionale e le armate, come partecipazione al dibattito pubblico (con discorsi o testi scritti) e vigilanza sugli eletti ogniqualvolta il potere sovrano delibera e si esegue la volontà generale, dalle discussioni assembleari alle esecuzioni, in cui costante e attiva è la partecipazione femminile. Al contempo il dibattito sul diritto di voto alle donne durante la Rivoluzione è molto più ricco di quanto la storiografia abbia evidenziato, sebbene prevalga la scelta di non riconoscerlo per due motivi: la convinzione che le donne siano già rappresentate dal capofamiglia, l’idea che siano destinate alla cura e all’educazione dei figli ai principi rivoluzionari nel contesto domestico in virtù della naturale funzione di genitrici (mère républicaine). Le francesi (e alcuni rivoluzionari), invece, proprio in nome della specificità della maternità (mère de famille), che le identifica come le vere fondatrici della società, rivendicano la loro ammissione alle Assemblee (mère citoyenne), oltre che per una questione di giustizia, essendo la metà della popolazione, per l’esigenza che rappresentanti e rappresentati siano coincidenti, e non ultimo, per il positivo contributo che ritengono di poter apportare allo Stato. (Quarta di copertina)